FIRENZE, 23 FEBBRAIO 2026 – Un abbraccio senza tempo di una coppia di sposi scolpiti nell’alabastro: a sessant’anni dall’alluvione del 1966 che devastò Firenze e colpì duramente anche il patrimonio del suo museo archeologico, l’Urna del Bottarone torna protagonista grazie a un restauro che ne ha restituito colori e luminosità originari. L’occasione è tourismA 2026 – Salone Archeologia e Turismo Culturale, in programma dal 27 febbraio al 1° marzo al Palazzo dei Congressi del capoluogo toscano.
Diretto da Daniele Federico Maras, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze è tra i protagonisti dell’edizione 2026 con un progetto che intreccia tutela, ricerca e divulgazione. L’evento espositivo in anteprima assoluta, “I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone sessant’anni dopo l’alluvione di Firenze”, porta per la prima volta a tourismA un reperto archeologico: l’urna etrusca in alabastro bianco con venature grigie, datata tra il 425 e il 380 a.C.
Al museo fiorentino dal 1887
Scoperta nel 1864 in localita’ Bottarone nei pressi di Citta’ della Pieve, l’urna entro’ nella collezione di Giorgio Taccini – come ricorda il viaggiatore inglese George Dennis – e più tardi fu acquistata dal collezionista fiorentino Giuseppe Pacini, per poi arrivare nel 1887 nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze dove, conservata con il numero d’inventario 73577, fu esposta, ornata da una collana d’oro con pendente a testa di ariete al collo della figura femminile, in una sala del museo Topografico allestito al pianterreno del palazzo della Crocetta. Fu li’, il 4 novembre 1966, che assieme ad altri reperti, l’urna fu travolta dalle acque dell’Arno che devastarono il centro di Firenze. Pur lontano dai Lungarni, dove il Museo delle Scienze affacciato sul fiume fu investito con forza dalla piena, anche la zona dell’Archeologico fu colpita, raggiunta da acque melmose e piene di nafta che in alcune sale arrivarono a oltre due metri di altezza lasciando, al ritiro, una coltre di denso fango oleoso.
Il dramma dell’Alluvione del 1966
In poche ore vennero rovesciate le vetrine poste al centro delle sale, in parte anche trascinate via dalla violenza dell’acqua e caddero i palchetti di alcune delle vetrine collocate lungo le pareti. I reperti colpiti dalla furia delle acque furono danneggiati dalla caduta, per l’immersione in acqua o anche solo a causa della forte umidità; gran parte dei cartellini inventariali si staccarono e andarono perduti, mentre altri pezzi non erano ancora stati inventariati al momento dell’alluvione: in sostanza nel giro di poche ore venne in gran parte distrutto il lavoro paziente e metodico compiuto dagli studiosi sui materiali della civiltà etrusca dalla fine dell’800 in poi. Completamente ricoperta di fango, l’urna del Bottarone fu quindi sottoposta a un delicato restauro terminato nel 1969, durante il quale, oltre alle operazioni di pulitura, furono svolte alcune indagini diagnostiche non invasive sulle ampie tracce di policromia.
Negli ultimi anni, a causa del suo stato di conservazione, l’opera fu ritirata dalle gallerie: proprio in vista di un suo futuro allestimento si è deciso di sottoporla ad un nuovo restauro supportato da una vasta campagna di indagini scientifiche. I lavori, recentemente conclusi grazie al sostegno dell’Ufficio Federale Svizzero della Cultura, hanno restituito luminosità e intensità ai colori originari dell’urna, riportando alla luce l’abbraccio della coppia di sposi scolpita oltre 2400 anni fa in cui lei si volge verso il compagno, scostando delicatamente con la mano destra il velo dal volto, in un rito antichissimo: lo svelamento della sposa agli occhi dello sposo. L’iconografia dell’urna e’ unica nel panorama della scultura funeraria chiusina dell’epoca, che di regola vede il defunto accompagnato da un demone femminile con le ali : “Qui “qui la donna è la moglie, è proprio il gesto dello svelamento che ce lo conferma”, afferma Barbara Arbeid, Funzionaria Archeologa – Curatrice della Sezione Etrusca, evidenziando l’eccezionalità dell’opera e la forza espressiva di quell’abbraccio.
Un laboratorio di restauro permanente
Dal progetto è nato all’interno del museo un laboratorio permanente di restauro, dedicato a Erminia Caudana, nota restauratrice torinese di papiri negli anni centrali del Novecento, e inaugurato nel 2022: l ‘erede ideale di quella tradizione conservativa che proprio dopo l’alluvione portò alla nascita del Centro di Restauro Archeologico della Toscana. La mostra, curata dallo stesso Maras con Barbara Arbeid e Giulia Basilissi, è allestita dallo studio di design Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab, in uno spazio che valorizza tanto l’opera quanto il racconto del suo recupero. Tra i risultati più significativi ottenuti dal restauro ci sono stati l’individuazione e la mappatura del blu egizio, insieme a ocre e cinabro, che hanno permesso di ricostruire con maggiore precisione l’impatto cromatico originario dell’opera. “Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia, immaginando l’urna nel suo aspetto originario”, ha detto Giulia Basilissi, Funzionaria Restauratrice Conservatrice del Museo.
Il tema del restauro sarà approfondito anche nell’incontro del 28 febbraio, “Conservare per rinnovare – Nuovi restauri, esposizioni e allestimenti al Museo Archeologico Nazionale di Firenze”, a cura di Maras, occasione per presentare al pubblico e agli addetti ai lavori i più recenti interventi conservativi del museo
Non mancheranno le attività per i più piccoli: tre giorni di laboratori e appuntamenti, curati dai Servizi Educativi del museo e da Valter Fattorini, dedicati a bambine e bambini dai 6 agli 11 anni. Tra incisioni su gesso, specchi etruschi, animazioni ispirate alle opere e racconti mitologici come quello della Gorgone Medusa, ogni attività includera’ una breve visita guidata all’Urna del Bottarone, trasformando il restauro in un’esperienza partecipata e creativa. (@EtruscanTimes)

