A Marzabotto possibili prove di un sacrificio di un neonato da parte degli Etruschi

MARZABOTTO, 21 GIUGNO – Un neonato dalle ossa scarnificate deposto nei pressi del muro del temenos del tempio di Uni a Kainua (l’antica Marzabotto) potrebbe essere una prova concreta della pratica di sacrifici umani da parte degli etruschi. L’ipotesi e’ stata formulata da ricercatori italiani e tedeschi in un articolo in inglese pubblicato su “Archaeological and Anthropological Sciences”, una rivista scientifica internazionale peer-reviewed pubblicata da Springer che si occupa di ricerche che uniscono approcci scientifici, tecnici e analitici all’archeologia e all’antropologia. L’articolo si basa su studi italiani curati da Elisabetta Govi, etruscologa dell’Universita’ di Bologna, pubblicati nel 2021 all’interno di un opera dedicata all’archeologia dell’infanzia: Birth. Archeologia dell’Infanzia nell’Italia Preromana edita da Bologna University Press e’ disponibile online.

Elisabetta Govi alla NYU novembre 2023

Il piccolo scheletro e’ venuto in luce nel 2016, durante scavi nella zona del tempio tuscanico dedicato alla dea etrusca Uni, la moglie di Tinia, nume tutelare del matrimonio, delle nascite (degli uomini e delle citta’) e dei passaggi di status. Si tratta di un caso di sepoltura infantile all’interno dello spazio sacro di un santuario, una evidenza assai rara nel panorama dell’Etruria e piu’ in generale dell’Italia preromana. Le analisi scientifiche sulle ossa suggeriscono che il bambino, un maschio nato nella zona, fu sottoposto a pratiche rituali, incluso lo scarnificamento delle ossa prima della sepoltura. I dati sono stati pubblicati da un team multidisciplinare composto da Valentina Mariotti, Viola Tanganelli, Maria Pia Morigi, Matteo Bettuzzi, Lucia Pappalardo, Alessandra Modi, Valentina Zaro, Ella Reiter, Cosimo Posth, David Caramelli, Martina Lari, Serena Barone, Mariaelena Fedi, Lucia Liccioli, Elisabetta Govi e Maria Giovanna Belcastro coinvolti per due anni in un progetto di ricerca corale: era apparso subito evidente che l’analisi degli archeologi soltanto non avrebbe potuto dare risposte esaurienti alle molte domande poste dal rinvenimento.

L’ipotesi di un rituale da fondazione

Da tempo gli storici dibattono se gli Etruschi praticassero sacrifici umani, come affermato da fonti greche e romane in cui i Rasnal erano accusati di “costumi barbarici”. Il neonato trovato a Marzabotto era stato deposto in posizione rannicchiata in una fossa insieme a diversi oggetti rituali, come frammenti di ceramica con iscrizioni alla dea Vei, dea della fertilita’ della terra e degli uomini, assimilata a Demetra e Cerere, e a simboli a croce allineati secondo i punti cardinali sul piede a disco di una coppa di bucchero trovata 50 centimetri piu’ in basso a contatto col terreno vergine. Intorno al corpo era stata sparsa una sostanza oleosa, di cui restano tracce in minuti frammenti di olive, che potrebbero essere l’indizio dell’uso di un profumo.

La posizione e il trattamento del corpo, deposto nella nuda terra senza contenitore e senza alcun oggetto di corredo, indicherebbero non una tomba ma un rituale di fondazione: potrebbe esser stata un’offerta per consacrare il muro del tempio, osservano i ricercatori anche se le prove antropologiche non possono dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il bambino sia stato sacrificato. Tuttavia, la sua caratterizzazione biologica – età perinatale, sesso maschile e origine locale – suggerisce il suo valore come futuro membro della società, rendendolo una vittima sacrificale particolarmente adatta.

Lo scheletro, estremamente fragile, è stato analizzato con scansioni TC e datazione al radiocarbonio, e i risultati hanno confermato che si trattava di un neonato a termine (38–40 settimane di gestazione), probabilmente deceduto poco dopo la nascita.

Ossa scarnificate

I ricercatori evidenziano la presenza di segni sulle ossa: sull’omero, il femore e l’ulna si vedono tracce di trattamenti intorno alla data della morte con oggetti affilati. Queste lesioni, compatibili con tagli e raschiamenti, indicano che il corpo fu intenzionalmente privato della carne pur non essendo stato smembrato. La scarnificazione e la pulizia delle ossa sono generalmente interpretate come una pratica che favorisce il passaggio verso l’aldila’ eliminando i tessuti molli ed evitando la putrefazione, finora pero’ pratiche rituali di scarnificazione sono state attestate solo per vittime animali, la cui carne era destinata al consumo.

Potrebbe dunque essersi trattato di un rituale per accelerare il viaggio verso l’altro mondo – i morti prematuri nelle culture antiche erano considerati inquieti – ma non si puo’ neppure escludere la possibilita’ di un’offerta cruenta, ipotizzano i ricercatori. “Una volta sistemato il bambino nel terreno – scrive la Govi nel saggio Birth. Archeologia dell’Infanzia nell’Italia Preromana – furono compiuti gesti, azioni solo vagamente intuibili sulla base dei dati desunti dallo scavo”.

Sacrificio o morte naturale?

La causa della morte del bimbo resta ignota: non ci sono segni di malformazioni o di lesioni potenzialmente fatali. Il team ha considerato la possibilità che il bambino fosse nato morto o deceduto prematuramente, venendo poi sepolto in un luogo sacro alla ricerca di protezione divina. È stata anche avanzata l’ipotesi che il caso potesse riguardare un’embriotomia, un’antica pratica per estrarre feti durante parti complicati per salvare la vita della madre, anche se l’integrità anatomica dello scheletro rende questa ipotesi meno probabile. In ogni caso l’essere “perinatale” era percepito come un non individuo: “Senza un nome e senza un vissuto”, e’ di nuovo la Govi, i bambini morti prima della nascita o poco dopo si trovano in una situazione non solo di marginalita’, ma hanno anche statuto transitorio. Esistere senza essere.

In conclusione, gli autori sostengono che l’allineamento tra contesto archeologico ed evidenze antropologiche supporta l’idea di un sacrificio di fondazione anche alla luce delle pratiche legate allo scarnificamento mediante strumenti da taglio. Lo studio confronta il caso di Marzabotto con altri ritrovamenti etruschi in luoghi di culto, come le sepolture di cinque neonati nel complesso sacro-istituzionale della Civita di Tarquinia e altre sepolture infantili nel santuario di Campo della Fiera a Orvieto, accostate al tempio C nella fase del suo abbandono. Ma i casi sono pochi.

I neonati, esseri non ancora pienamente integrati nella società, erano considerati intermediari ideali con il divino, osservano i ricercatori riconoscendo alcune limitazioni del loro studio, in quanto nessuna evidenza di violenza letale può dimostrare che il bambino fu ucciso. E riconoscono che sono necessari altri ritrovamenti simili per confermare che si trattava di una pratica diffusa. (@EtruscanTimes)

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