Addio a Lorenzo Quilici, archeologo e maestro della topografia antica

BOLOGNA, 15 AGOSTO 2026 – Non soltanto monumenti, tombe e reperti. Per comprendere una civiltà antica bisogna imparare a leggere anche le strade, i percorsi, le fortificazioni, la posizione degli abitati e il rapporto tra città e campagna. È questa una delle eredità di Lorenzo Quilici, archeologo e maestro della topografia antica, morto a Bologna il 13 agosto, i cui studi hanno dato un contributo importante anche alla conoscenza dell’Etruria.

Quilici non era un etruscologo in senso stretto. Il suo campo era la topografia dell’Italia antica e il suo laboratorio privilegiato il territorio, considerato come un vero e proprio documento storico. Ma fu proprio questo metodo che portò ripetutamente a confrontarsi con il mondo etrusco e italico e con uno dei problemi fondamentali per ricostruirne la storia: l’organizzazione dello spazio.

Il metodo di ricerca di Quilici ha segnato una svolta negli studi archeologici italiani, scrive Sofia Piperno su Il Giornale dell’Arte: “Accanto allo scavo stratigrafico, Quilici privilegiava la lettura complessiva del paesaggio attraverso ricognizioni sistematiche, rilievi, analisi della viabilità e delle fortificazioni, convinto che monumenti, campagne e reti di comunicazione costituissero un unico documento storico. Un approccio oggi largamente condiviso, ma che negli anni Settanta e Ottanta contribuì ad ampliare significativamente gli orizzonti della disciplina”.

Nato nel 1938, allievo di Ferdinando Castagnoli, Lorenzo Quilici inizio’ la carriera scientifica al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Dal 1969 lavorò prima nell’Istituto per gli Studi Egeo-Anatolici e quindi nel Centro di Studio per l’Archeologia Etrusco-Italica del CNR, prima di trasferirsi nel 1990 all’Università di Bologna, dove per venti anni fu professore di Topografia dell’Italia antica. Le sue campagne di ricerca lo portarono in numerose regioni italiane e nel Mediterraneo, dall’Etruria al Lazio, dal Molise alla Basilicata e alla Calabria, fino a Cipro e alla Turchia. “Studioso rigoroso e appassionato, ha dedicato la sua vita alla ricerca, contribuendo in maniera determinante agli studi archeologici e alla conoscenza dell’Italia antica. A Simone Quilici, Direttore del Parco archeologico del Colosseo, alla famiglia e a quanti gli hanno voluto bene  giungano le mie sentite condoglianze”, ha detto il ministro della cultura Alessandro Giuli.

All’Etruria Quilici dedicò studi sulla viabilità e sull’organizzazione territoriale, affrontando il problema delle comunicazioni tra i grandi centri e quello della continuità tra i percorsi di età etrusca e la successiva rete stradale romana. Nelle sue ricerche compaiono alcuni dei luoghi centrali della geografia etrusca, da Tarquinia, a Chiusi e Sovana, insieme all’area di Vetulonia e ai territori dell’Etruria meridionale.

Particolare attenzione fu rivolta anche al territorio falisco e alle sue spettacolari vie cave, quei profondi percorsi scavati nel tufo che costituiscono ancora oggi uno degli elementi più caratteristici del paesaggio dell’Etruria meridionale. Al XV Convegno di Studi Etruschi e Italici, Lorenzo Quilici presentò, tra l’altro, uno studio sulla Via di Fantebassi e le vie cave del territorio falisco.

Era un modo diverso di interrogare il passato. La strada antica non era per Quilici semplicemente una linea che collegava due punti sulla carta. Poteva raccontare la gerarchia degli insediamenti, i rapporti economici, il controllo del territorio e persino le trasformazioni politiche avvenute nel corso dei secoli. Ricostruire un tracciato significava quindi ricostruire una parte della società che lo aveva creato e utilizzato. “Compito del topografo – scriveva con la moglie Stefania in Introduzione alla Topografia Antica – è riconoscere e interpretare i dati pervenuti dell’antichità, ricomponendo in un quadro organico la storia di un monumento, di un abitato, di un comprensorio, di una regione. L’obiettivo é giungere a ricostruire la storia di un territorio e la forma che l’uomo vi ha impresso attraverso la fondazione di città, borghi e casali, le strade, le bonifiche agrarie e idrauliche, le attività artigianali e industriali, lo sfruttamento di cave e miniere, la coltivazione delle terre”.

In questo senso il lavoro di Quilici si inserisce nel grande percorso novecentesco della topografia archeologica italiana in dialogo con gli studi di figure fondamentali dell’etruscologia, da Ranuccio Bianchi Bandinelli e Luisa Banti ad Antonio Minto e Massimo Pallottino. Alla tradizionale attenzione per monumenti e materiali Quilici affiancò sistematicamente la ricognizione sul terreno, la cartografia e la fotografia aerea, facendo del paesaggio stesso una fonte archeologica.

Questa concezione trovò una delle sue espressioni più durature nell’Atlante tematico di Topografia antica, la rivista fondata nel 1992 insieme alla moglie Stefania Quilici Gigli e pubblicata da l’Erma di Bretschneider. Città, campagne, sistemi viari e trasformazioni del territorio venivano osservati su un arco cronologico molto ampio, dalle fasi protostoriche fino all’età romana, permettendo di seguire nel paesaggio le tracce lasciate dalle diverse civiltà dell’Italia antica.

A Bologna Quilici fu anche direttore dell’Istituto di Archeologia e del dottorato di Topografia antica. Vi insegnò fino al 2010, costruendo una scuola che ha contribuito a diffondere un metodo oggi imprescindibile nell’archeologia del territorio: non isolare il monumento dal contesto che lo circonda, ma cercare di comprendere il sistema di cui faceva parte.

Una convinzione riassume bene il suo rapporto con l’archeologia. Come ha ricordato la Confederazione Italiana Archeologi dopo la sua morte, Quilici contestava persino l’espressione burocratica “rischio archeologico”, utilizzata per indicare la possibilità che una scoperta interferisca con lavori e infrastrutture. Preferiva parlare di “fortuna archeologica”.

È forse anche questa la lezione che lascia agli studiosi dell’Etruria e non solo: guardare un territorio sapendo che una strada dimenticata, un taglio nel tufo o la disposizione apparentemente casuale degli insediamenti possono raccontare una storia non meno importante di quella custodita in una tomba o in un museo. (@EtruscanTimes)

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