Ai Musei Vaticani il commiato di Maurizio Sannibale diventa un viaggio nella storia del Gregoriano Etrusco

CITTÀ DEL VATICANO, 25 MAGGIO 2026 — Trent’anni ed oltre nel Museo Gregoriano Etrusco. Diario di un viaggio: il titolo scelto da Maurizio Sannibale per la conferenza tenuta giovedì 21 maggio nella Sala Conferenze dei Musei Vaticani ha finito per dire più di quanto promettesse. Non soltanto un bilancio scientifico, non soltanto il racconto di una lunga familiarità con il Museo Gregoriano Etrusco, ma una vera cerimonia di commiato, affettuosa e colta, davanti a una sala gremita.

Da sinistra, M. Sannibale, B. Jatta, F. Buranelli, G. Spinola

Sannibale lascia infatti, tra poche settimane, dopo oltre quarant’anni di lavoro nei Musei Vaticani e trent’anni passati a curare il Gregoriano Etrusco. A raccoglierne l’eredità sarà Vittorio Mascelli, chiamato a inserirsi in una linea di continuità rara: dal 1900, Bartolomeo Nogara compreso, Sannibale è il quinto responsabile del museo in centoventisei anni.

Ad aprire l’incontro è stata Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, ricordando come quel titolo, “trent’anni e oltre”, coincidesse con una vita di studi dedicata “a questo importante settore e disciplina e museo dei Musei Vaticani”. Jatta ha richiamato anche una memoria personale: “trent’anni e oltre fa eravamo tutti e quattro le persone a questo tavolo”, tra archeologi, restauratori e giovani studiosi che avrebbero poi segnato la storia recente dell’istituzione.

Marte di Todi
Da sinistra, V. Mascelli, F. Buranelli, M. Sannibale

Il tono familiare non ha tolto nulla alla densità storica dell’incontro. Giandomenico Spinola, vicedirettore artistico-scientifico dei Musei Vaticani, ha rievocato con ironia il proprio “sguardo da aspirante etruscologo”, mentre Francesco Buranelli, direttore del Museo Gregoriano Etrusco dal 1983 al 1996 e poi direttore dei Musei Vaticani, ha ricostruito la lunga vicenda del museo fondato da Gregorio XVI nel 1837. Il pontefice, ha ricordato Buranelli, fu “caparbiamente presente” nell’apertura del museo, fino all’acquisto del Marte di Todi con fondi personali.

Buranelli ha poi ripercorso le grandi stagioni del Novecento, da Nogara a Filippo Magi, da Francesco Roncalli fino alla propria direzione, durante la quale maturarono interventi decisivi come il nuovo allestimento, l’ingresso della collezione Guglielmi e la mostra itinerante negli Stati Uniti. A Mascelli ha rivolto un augurio impegnativo: pensare non solo al breve periodo, ma al 2037, bicentenario del Gregoriano Etrusco. (@EtruscanTimes)


Maurizio Sannibale ha scritto il testo che segue per Etruscan Times: un riassunto della sua conferenza e, insieme, il diario di un viaggio dentro un museo inteso non come deposito di opere, ma come luogo vivo di ricerca, memoria e trasmissione.


Trent’anni – e oltre – nel Museo Gregoriano Etrusco:
diario di un viaggio

di Maurizio Sannibale

 

Ogni museo custodisce oggetti, ma soprattutto custodisce tempo. Il Museo Gregoriano Etrusco, inaugurato da Gregorio XVI il 2 febbraio 1837, appartiene a quella categoria di istituzioni nelle quali memoria storica, ricerca scientifica, tutela e trasmissione del sapere si intrecciano in modo indissolubile. Parlare oggi di trent’anni — e oltre — trascorsi nel suo ambito significa dunque ripercorrere non soltanto una vicenda individuale, ma una storia più ampia: quella di un museo nato nell’età delle grandi scoperte dell’archeologia “romantica” nell’Etruria pontificia, sostenuto da una precoce coscienza della tutela, già espressa nell’editto Pacca del 1820, e destinato a diventare uno dei luoghi fondamentali per la conoscenza della civiltà etrusca.

Il vero protagonista di questo racconto è il Museo. Tuttavia, se ho accettato di ripercorrere questa lunga esperienza, è perché oltre quarant’anni trascorsi nei Musei Vaticani — e trenta dedicati in modo particolare al Gregoriano Etrusco — impongono, in qualche misura, una responsabilità di testimonianza. Non si tratta di rivendicare un ruolo da protagonista, che spetta piuttosto alle opere, alla storia dell’istituzione e alla comunità degli studiosi; si tratta semmai di restituire il senso di un lavoro compiuto giorno dopo giorno, tra studio, restauro, allestimenti, pubblicazioni, responsabilità amministrative e incontri umani.

A condurre idealmente al Gregoriano Etrusco è ancora il Settecento, evocato dall’elegante Scala Simonetti, costruita tra il 1779 e il 1784. Ma il museo, una volta nato, seppe aprirsi a una nuova stagione, legata alle scoperte dell’Etruria pontificia e alla volontà di dare forma istituzionale a un patrimonio che reclamava tutela, interpretazione e racconto. Un museo, del resto, non è mai soltanto un insieme di sale e di opere. È anche una comunità di persone che lo hanno custodito, studiato, interpretato e consegnato al futuro.

Nel caso del Gregoriano Etrusco questo filo attraversa figure decisive: Bartolomeo Nogara, primo direttore dal 1900 e protagonista della rinascita scientifica del museo dopo la lunga fase seguita a Porta Pia; Filippo Magi; Francesco Roncalli; Francesco Buranelli; e quindi chi scrive. Da Nogara in poi, in centoventisei anni, sono il quinto protagonista di questa storia: un dato che dice molto della continuità dell’istituzione e della responsabilità che essa comporta. Mi sento parte di questo filo, più che suo centro. Ed è in questa prospettiva che può parlarsi di una “seconda vita” del museo, sviluppatasi lungo il Novecento e oltre, segnata da nuovi allestimenti, ampliamenti, restauri, acquisizioni e pubblicazioni, ma sempre nel rispetto della sua fisionomia originaria.

Il racconto può essere inteso come un diario, ma soprattutto come un viaggio. Ogni lavoro museale ha una meta, ma raramente procede in linea retta. La pianificazione è indispensabile, e tuttavia la conoscenza nasce spesso dall’imprevisto, dal contatto diretto con le opere, dalla necessità conservativa, da una domanda nuova posta a un oggetto antico. Posso dire di averlo sperimentato molte volte: non di rado ciò che sembrava un intervento tecnico si è trasformato in occasione di ricerca; ciò che appariva un frammento marginale ha restituito una traccia preziosa; ciò che era conservato in deposito ha rivelato la possibilità di una nuova lettura.

Una data di svolta è il 21 settembre 1996, quando una circolare comunicò che assumevo la responsabilità del Reparto, dopo la nomina di Francesco Buranelli a reggente della Direzione Generale dei Musei Vaticani. Subentravo così direttamente a lui nella cura del Museo Gregoriano Etrusco. Avevo trentacinque anni, ma alle spalle già dieci anni di servizio. L’esperienza, però, era iniziata molto prima: il 1° marzo 1986, con l’ingresso nei Musei Vaticani come restauratore, dopo una formazione archeologica e una tesi in Etruscologia. Ancora prima, nel giugno del 1979, vi era stato un primo incarico: il restauro di un gruppo di bronzi esposti nel Museo Gregoriano Egizio, sotto la guida di monsignor Gianfranco Nolli e di Nazzareno Gabrielli, con incarico firmato da Carlo Pietrangeli.

Quel primo contatto con i bronzi antichi e con la grande tradizione del restauro archeologico vaticano fu per me decisivo. Avvenne nel momento immediatamente successivo all’inaugurazione del nuovo allestimento del Gregoriano Etrusco curato da Francesco Roncalli, compresa la sala Regolini-Galassi. Allora non potevo immaginare quanto quella tomba, con il suo corredo straordinario, avrebbe accompagnato il mio lavoro negli anni successivi.

Seguirono interventi per il Gregoriano Egizio e poi per il Gregoriano Etrusco, sotto la direzione di Roncalli e quindi di Buranelli: il Frontone di Tivoli, le terrecotte policrome di Vulci, i candelabri etruschi e altri materiali allora oggetto di studio e pubblicazione. Dal laboratorio potevo osservare la vita quotidiana del museo e partecipare a una fase particolarmente intensa.

Ricordo, in particolare, la mostra sulla Tomba François, l’acquisto della raccolta Giacinto Guglielmi, la ristrutturazione e l’ampliamento degli spazi, la mostra itinerante negli Stati Uniti, The Etruscans, costruita sulla sola raccolta vaticana mentre il museo veniva rinnovato: iniziative maturate durante la direzione di Reparto di Francesco Buranelli e decisive per la fisionomia contemporanea del museo. Furono anni di grande energia, nei quali il Gregoriano Etrusco sembrava muoversi simultaneamente su più fronti.

Il contatto diretto con le opere favorì presto un interesse non limitato al restauro, ma esteso alla tecnologia antica. Dai piccoli bronzi alla grande statuaria, fino alle monumentali colonne costantiniane della Basilica Lateranense, rimaneggiate da Orazio Censore nel 1597, l’indagine tecnica divenne per me uno strumento storico. Fondamentale fu l’incontro con Edilberto Formigli, pioniere internazionale degli studi sulle tecniche della metallurgia antica, e l’esperienza dei seminari di Murlo, dove sperimentazione e interpretazione archeologica procedevano insieme. Determinante fu anche il contributo del Gabinetto di Ricerche Scientifiche, con Nazzareno Gabrielli, Ulderico Santamaria, Fabio Morresi e molti altri.

L’approccio che ho cercato di seguire fu sempre storico-critico: la tecnica come via per comprendere processi produttivi, modelli, repliche, interpolazioni e valore culturale delle opere. Il Marte di Todi, ad esempio, poteva essere letto nella correlazione fra tecnica, stile e iconografia; il Putto Graziani rivelava invece un sistema di derivazioni e matrici, con procedimenti che richiamano, mutatis mutandis, quelli delle terrecotte votive. In questa stessa prospettiva si colloca la mia partecipazione al dibattito sulla Lupa capitolina, riacceso nel 2007 dopo il restauro. Più che ridurre la questione all’alternativa fra bronzo etrusco e bronzo medievale, mi parve necessario riconoscere possibili stratificazioni, restauri, fasi tecniche e rielaborazioni, come in un manoscritto antico di cui vadano distinti testo originario, interpolazioni e supporto dell’ultima redazione.

Nel frattempo, nel 1994, era uscita la mia monografia sulle urne cinerarie ellenistiche del Museo Gregoriano Etrusco, poi alla base dell’ordinamento delle due sale tematiche nel nuovo allestimento. Dal 1996 la cura del Reparto si accompagnò anche ad altre responsabilità: il Laboratorio di restauro metalli e ceramiche, il Laboratorio delle opere su carta, che contribuii a fondare, e, per un periodo, l’interim del Reparto per le Antichità Egizie e del Vicino Oriente. Si trattò di un lavoro articolato, non sempre visibile al pubblico, ma sostanziale: restauri, schedature, allestimenti, programmi editoriali, scelta di collaboratori, definizione di priorità scientifiche.

Gli anni successivi furono segnati da una stagione editoriale particolarmente intensa. Alla redazione scientifica del primo volume della Raccolta Giacinto Guglielmi, curato da Buranelli, seguirono numerosi studi: il rapporto sull’attività del Reparto, il saggio con Buranelli e Adriana Emiliozzi sulla biga arcaica da Roma Vecchia, la mia monografia sulle armi della Collezione Gorga, l’allestimento della ceramica italiota nell’Emiciclo Superiore. Nel 2001 il restauro del soffitto ligneo della grande sala dei Bronzi richiese un cantiere imponente, mantenendo tuttavia il salone aperto al pubblico e aggiornando anche l’illuminazione delle vetrine.

Sul piano scientifico si susseguirono cataloghi fondamentali: i bronzi a figura umana di Cristina Cagianelli, la collezione Falcioni di Luigi Maria Caliò, la ceramica attica a figure nere di Mario Iozzo, i tumuli minori del Sorbo a Cerveteri, il materiale protostorico studiato da Alessandro Mandolesi, il pregevole volume dedicato al museo con testi miei e di Buranelli per i tipi di Franco Maria Ricci, la monografia di Maria Emilia Masci sul collezionismo di vasi antichi tra XVII e XVIII secolo. Nel 2009 uscì il secondo tomo della Raccolta Giacinto Guglielmi, dedicato ai bronzi, del quale fui autore principale: non un semplice catalogo, ma anche una riflessione su Vulci osservata attraverso una raccolta, nella consapevolezza che talvolta anche la casualità può produrre un campione significativo.

Accanto alle pubblicazioni procedeva un’intensa attività di restauro, spesso lontana dalla ribalta ma essenziale per la conservazione e la conoscenza. Ho sempre ritenuto che il restauro dovesse seguire il metodo e la necessità, più che l’occasione mediatica. Particolare attenzione fu dedicata al trattamento delle lacune nei vasi figurati, cercando di restituire unità alla lettura del tessuto pittorico senza rinunciare alla chiarezza filologica. La scelta del puntinato, variante della selezione cromatica a rigatino, rispondeva a questa esigenza. Al tempo stesso si affermò la necessità di preservare, quando significativi, i restauri storicizzati, talvolta opera di artisti e restauratori noti.

Lo studio dei restauri settecenteschi dei vasi, tra Italia e Francia, permise di leggere mutamenti del gusto europeo e di riconoscere testimonianze preziose, come un’integrazione di fantasia riconducibile a Jean-Jacques Lagrenée.

Tra il 2005 e il 2010 prese forma anche il nuovo ordinamento della Collezione dei Vasi, accompagnato dal restauro della Collezione Astarita.

All’inaugurazione seguirono i volumi di Mario Iozzo sulla ceramica non attica, di Giulia Rocco sulla ceramica attica bilingue, a figure rosse e a vernice nera, e il catalogo di Ferdinando Sciacca sui materiali etrusco-italici e greci da Vulci e di provenienza varia, primo volume della collana dedicata alla Collezione del Pontificio Istituto Biblico. Per me quella stagione rappresentò uno dei momenti in cui più chiaramente si vide il nesso tra allestimento, restauro e pubblicazione: tre aspetti di un’unica responsabilità.

Un filone importante dei miei studi ha riguardato la religione etrusca, l’iconografia e le relazioni interculturali nel Mediterraneo antico: dall’Adone morente al crescente lunare con dedica a Tiur, dai culti astrali alla rilettura del bronzetto con dedica a Śuri della collezione Guglielmi. Numerose furono anche le collaborazioni internazionali, tra cui quella con Nikolaos Stampolidis, dalla mostra Sea Routes… From Sidon to Huelva del 2003 ad Atene fino alla recente mostra Archaic Elites: Warriors and Princesses allestita a Creta, nel museo di Eleutherna. Due le mostre che ho curato direttamente: nel 2003 in Oklahoma, con Buranelli, sulle oreficerie della collezione Cini-Alliata; e nel 2012 ad Asti, con Alessandro Mandolesi, Etruschi. L’ideale eroico e il vino lucente, mostra di taglio generale ma non genericamente divulgativo, costruita sui rapporti fra Etruria, Mediterraneo ed Europa tra protostoria e storia, suggestioni omeriche (già nel titolo) e opere note e meno note in esposizione.

Un posto centrale spetta alla Tomba Regolini-Galassi, monumento principe dell’Orientalizzante etrusco e punto di riferimento per l’archeologia del Mediterraneo antico. Dopo aver familiarizzato con il suo straordinario corredo da restauratore, effettuando importanti interventi da cui sono scaturiti i primi studi, tornai a occuparmene per le novità epigrafiche, l’analisi del contesto e la storia degli studi, quindi con l’analisi delle oreficerie, delle tecniche, delle iconografie e del repertorio simbolico. Il progetto Etruscanning, presentato nel 2013, offrì l’occasione per riesaminare il contesto; nello stesso anno furono inaugurati il restauro e la nuova ricostruzione dei carri, con Adriana Emiliozzi. Da questi studi sono derivati contributi sull’Orientalizzante, sul Mediterraneo e sui rapporti con il Vicino Oriente, fino alle recenti analisi raccolte in Principi etruschi in laboratorio. Il catalogo generale della tomba resta uno degli obiettivi più attesi, e anche uno dei debiti scientifici che più sento.

Negli ultimi anni si sono aggiunti studi sull’anfora di Exechias, sulla ceramografia etrusca, come nel caso della pisside-cratere nella tecnica white on red forse dalla stessa tomba Regolini-Galassi e dell’hydria G92 del Pittore di Micali, ma anche sulle riproduzioni al vero delle pitture tombali etrusche di Carlo Ruspi e sui pionieri del restauro dei metalli in Vaticano. Nel 2021, la nomina a Presidente della Pontificia Accademia Romana di Archeologia ha rappresentato per me un onore e un’ulteriore forma di servizio alla Santa Sede e alla comunità degli studi, nel solco di una istituzione fondata nel 1810 e legata anche a figure come Bartolomeo Nogara e Carlo Pietrangeli.

L’“oltre” del titolo riguarda dunque il passato, ma soprattutto il futuro: il Museo Gregoriano Etrusco, i Musei Vaticani e quanti continueranno a prendersi cura di questo patrimonio. Il 2037, bicentenario del museo, non è una data lontana per un’istituzione che misura il tempo in secoli e che vive della continuità fra studio, conservazione e trasmissione. A chi proseguirà questo lavoro si consegna un’eredità fatta di opere, studi, restauri, responsabilità e fiducia. Per questo desidero rivolgere un pensiero riconoscente a quanti mi hanno accompagnato in questi anni, a chi mi ha dato fiducia, ai colleghi, ai collaboratori, ai restauratori, agli studiosi, e anche alla mia famiglia, che ha condiviso il tempo e talvolta le rinunce imposte da questo lavoro.

Mi piace concludere con le parole che Alessandro Visconti dedicò nel 1816 alle antiche testimonianze proto-laziali di Castel Gandolfo, messe anche in relazione con la mitica Alba Longa, e che oggi accolgono i visitatori all’ingresso del Gregoriano Etrusco: “Guardate che non si frangano, non si sperdano, ma passino da secolo in secolo come le stelle”.

Redazione
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