Ripensare l’Etruria: all’ISAW di New York scene di parto di 2600 anni fa

NEW YORK, 25 APRILE – Difficile da decifrare a occhio nudo, e dunque esposto in vetrina con una lente di ingrandimento, un piccolo frammento di bucchero presenta due scene a stampo di una donna impegnata nell’atto di dare alla luce un bambino.  L’iconografia del parto nel mondo antico e’ rarissima e il frammento è considerato il più antico mai rinvenuto nella regione del Mediterraneo. Scoperto nel 2011 a Poggio Colla nel Mugello e datato tra 650 e 575 avanti Cristo, il minuscolo oggetto quasi scompare tra i reperti di Rethinking Etruria, una mostra allestita fino al 20 luglio nelle gallerie dell’ISAW (Institute for the Study of the Ancient World) di New York.

partoI paralleli iconografici piu’ vicini nel mondo etrusco – le scene trovate su rilievi arcaici di Tarquinia – mostrano una madre accovacciata ma senza il neonato. Altre scene etrusche associano la madre accovacciata con una serie di animali, suggerendo una associazione con una figura la “Signora delle Bestie”, mediatrice tra mondo umano e mondo naturale. Secondo Philip Perkins, archeologo della Open University in Gran Bretagna e un’autorita’ sulle ceramiche di bucchero avendo pubblicato, oltre a quelle di poggio Colla, l raccolte del British Museum, “e’ possibile ricondurre l’immagine dei due timbri ca concetti di fertilità e riproduzione legati al potere della natura e alla rigenerazione, tutti elementi che sarebbero stati appropriati in un contesto di banchetto etrusco frequentato da uomini e donne dell’élite”.

Una scena di parto appare anche sulla situla di Alpago conservata al Museo Archeologico Nazionale di Venezia e pubblicata nel volume redatto sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia del Veneto Le signore dell’Alpago. La necropoli preromana di ‘Pian de la Gnela’ Pieve d’Alpago (Belluno): e’ un pezzo peraltro piu’ recente e proveniente da un’altra area geografica e tuttavia, pur non cambiando l’interpretazione della scena in bucchero, offre una versione più narrativa del processo di riproduzione gentilizia. Nella fascia inferiore, infatti, si susseguono scene che illustrano un incontro amoroso, l’accoppiamento e, infine, una donna in piedi nell’atto di partorire, assistita da altre  figure.

Il frammento di bucchero esposto all’ISAW viene dal santuario di Poggio Colla, che, con le Tombe Lattanzi di Norchia, e’ uno dei due siti della rassegna curata da Roberta Casagrande-Kim. Grazie a materiali da poco scavati nei due storici siti archeologici italiani, la mostra vuole dimostrare come queste scoperte, insieme a nuovi approcci digitali, abbiano rivelato nuove interessanti intuizioni sugli etruschi e sulla loro cultura. Con circa 50 oggetti – alcuni scoperti nel 2024 e altri mai esposti prima al pubblico – Ripensare l’Etruria da’ cosi’ forma alla visione contemporanea della società etrusca, amplificando le voci del suo popolo e fornendo approfondimenti sulla loro cultura attraverso gesti e le loro stesse parole.

Il frammento da Poggio Colla fu presentato al pubblico nella mostra ad Artimino, “Il luogo di Uni”, confermando che almeno una parte del santuario del Mugello era dedicata a quella dea spesso associata alla Giunone Romana. Scavato nell’estate 2011, presenta a rilievo due scene di parto. Mostrano entrambe la testa e le spalle di un neonato che emergono da una madre con le ginocchia alzate e la testa di profilo, un braccio alzato e una lunga coda di cavallo lungo la schiena. Secondo quanto scrisse all’epoca Perkins su Etruscan Studies, una rivista della Etruscan Foundation, il team rimase a bocca aperta davanti all’intimita’ della scena, “probabilmente la piu’ antica raffigurazione di un parto nell’arte occidentale”. Secondo Perkins, quando non sono divinita’, le donne etrusche sono di solito rappresentate in banchetti o mentre partecipano a rituali. Resta il mistero: chi e’ la madre del frammento? “Portato in luce da uno strato di terra di riporto depositato in tempi antichi, il frammento potrebbe aver alluso al concetto di fertilita’ legato al potere della nascita e della rigenerazione”, si legge nella didascalia accanto alla vetrina, secondo cui la presenza della madre e del bambino a Poggio Colla e’ coerente con altre testimonianze di una presenza attiva delle donne nel santuario.

Il bucchero e’ esposto in mostra accanto a bronzetti e a una replica stampata in 3D della monumentale Stele di Vicchio accompagnata da materiale interattivo per la lettura della sua iscrizione che per l’appunto menziona le divinita’ femminili Uni e Thanr. Nel sito in Mugello, una quarantina di chilometri a nord-est di Firenze, occupato dal settimo al secondo secolo avanti Cristo, scavano da 30 anni archeologi americani guidati da Gregory Warden della Southern Methodist University di Dallas che hanno portato in luce resti un insediamento e del santuario come dimostrato dall’architettura monumentale e testimonianze di antichi riti.

“Sappiamo meno degli etruschi perché ci è rimasto meno del loro mondo scritto. Una delle cose straordinarie che fa questo istituto è mettere insieme filologi, storici dell’arte e archeologi, e tutto questo lo vediamo negli oggetti della mostra di oggi. Oggetti straordinari, scritti in alfabeti ancora indecifrati, provenienti da tombe le cui strutture e contesti ci sono noti grazie agli scavi”, ha detto all’inaugurazione della mostra il nuovo direttore dell’ISAW, Greg Woolf, ringraziando le Soprintendenze italiane – quella per la Provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale e l’altra per per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, che hanno concesso i prestiti e i cui funzionari, rispettivamente Beatrice Casocavallo e Federica Cerroni, e Pierluigi Giroldini, hanno accompagnato i pezzi a New York.

La galleria su Poggio Colla è curata da Warden, fondatore e principale ricercatore del Mugello Valley Project, da Michael Thomas dell’Universita’ del Texas a Dallas e co-direttore degli scavi, e da Maurizio Forte, professore alla Duke University. Su quella di Norchia, dove dal 2018 sono ripresi i lavori di scavo e restauro, in particolare nel settore Lattanzi con concessione da parte del Ministero della Cultura all’École Normale Supérieure in stretta collaborazione con la soprintendenza, ha lavorato il francese Vincent Jolivet.

Nel settore della necropoli, che si attesta sul versante nord occidentale del pianoro e prende il proprio nome dalla monumentale tomba Lattanzi, sono state individuate numerose tombe, tra cui spicca la tomba 3 che ha restituito, tra i materiali, lo splendido vaso a figure rosse (lo stamnos di Marcie Atie) raffigurante scene tratte dai poemi di Omero: rinvenuto intatto nel luglio del 2022 nell’area del Poligono Militare di Monteromano, e’ stato al centro della mostra ‘Gli Etruschi dipingono il mito’ a Tarquinia e ora e’ esposto a New York accanto ai materiali del corredo funerario sfuggiti al saccheggio degli scavi clandestini. .

Il vaso e’ notevole sia per la ricchezza iconografica con raffigurazioni di personaggi della Guerra di Troia – Achille, Aiace, Troilo e una figura armata, femminile, a cavallo, forse Polissena – sia per l’unicità dell’apparato epigrafico che accompagna lo scenario mitico, il cui racconto è qui rievocato come il riflesso degli ideali aristocratici etruschi alla vigilia della conquista romana. E’ stato attribuito al Gruppo dell’Imbuto, una bottega attiva a Vulci intorno al 325 a.C. (@EtruscanTimes)

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