NIMEGA (Paesi Bassi), 14 MAGGIO 2026 — Veio non fu una failed city (“città fallita”) dopo la conquista romana del 396 a.C., ma una comunità capace di reinventarsi. È la tesi al centro di Roman Veii and the archaeology of ‘failure’, il nuovo studio di Adeline Hoffelinck, archeologa dell’università Radboud di Nimega, nei Paesi Bassi, pubblicato sulla rivista accademica Antiquity, della Cambridge Univesrity Press, che ribalta una delle interpretazioni più radicate sulla storia della grande città etrusca a nord di Roma. Attraverso dati archeologici, epigrafici e topografici, la ricerca sostiene che la Veio romana non visse un semplice declino, ma una profonda trasformazione sociale, religiosa e urbana durata per secoli.

Veio, la città etrusca nella valle del Tevere, raggiunse la massima espansione tra il VI secolo a.C. e il 396 a.C., con circa 190 ettari di estensione. Dopo la conquista romana l’area urbana si ridusse a circa 20 ettari, perdendo il peso politico ed economico dell’età etrusca. Per decenni gli studiosi hanno interpretato questa trasformazione come un caso emblematico di decadenza urbana: nel saggio vengono ricordate le parole di John Bryan Ward-Perkins, che nel 1961 definì Veio romana una città “mai abbastanza importante da lasciare un segno sulla più ampia scena storica”, mentre Helen Patterson parlò di “a clear example of a failed town”.

Secondo Adeline Hoffelinck, però, questa lettura sarebbe stata influenzata dal confronto costante con la magnificenza etrusca della città e dalle lacune della documentazione archeologica relativa alla fase romana, compromessa da secoli di saccheggi e scavi poco sistematici. E il suo articolo mostra come Veio continuò a essere abitata e a mantenere forme di vita comunitaria attive anche in età romana. Le aree sacre etrusche furono riutilizzate e adattate, mentre nei santuari di Campetti e Portonaccio continuarono pratiche rituali documentate da iscrizioni e offerte votive.
Tra gli esempi citati compaiono due brocche del III secolo a.C. dedicate alle dee Ceres e Menerva da L(ucios) Tolonios, discendente della famiglia etrusca Tulumnes. Nel santuario di Macchiagrande, altari con iscrizioni etrusche e latine testimoniano inoltre la convivenza di culti locali e romani, e a sostegno della sua tesi l’autrice indica la presenza di abitazioni rurali, vigneti, edifici con stalle e ville ristrutturate fino all’età imperiale, segni di una città che modificò il proprio assetto invece di scomparire.

Particolare rilievo viene dato al sistema delle sorgenti naturali e agli impianti termali. L’area di Veio era ricca di acque sorgive considerate pregiate già nell’antichità, e proprio attorno a queste risorse si svilupparono nuovi spazi religiosi e terapeutici: uno dei casi più importanti è il complesso di Campetti, scavato tra il 1996 e il 2009 dalla Sapienza Università di Roma, dove sono emersi ambienti termali, cisterne e canali sviluppati tra il II secolo a.C. e il III secolo d.C. Secondo lo studio, iscrizioni dedicate a Hygieia, Diana, Hercules e Fontes confermano il legame tra culto delle acque, guarigione e vita collettiva. Viene ricordato anche Caius Sulpicius Liscus, originario della Gallia, che ringraziò Hercules e le sorgenti di Veio per essere guarito dalla malaria. L’articolo analizza inoltre le iscrizioni che distinguono tra municipes intramurani e municipes extramurani, gli abitanti residenti dentro e fuori le mura della città, coinvolti nella raccolta di fondi per statue, spettacoli teatrali e attività pubbliche insieme agli Augustales e ai centumviri.
Per Adeline Hoffelinck, questi elementi sono una dimostrazione di una comunità ancora attiva e capace di adattarsi ai cambiamenti politici ed economici attraverso pratiche religiose, reti sociali e sfruttamento delle risorse naturali. Più che una città in rovina, la Veio romana emergerebbe quindi come un esempio di resilienza urbana nel mondo antico. (@EtruscanTimes)

