A Barbarano Romano l’archeologia mondiale incontra gli Etruschi

BARBARANO ROMANO (VT), 12 GIUGNO 2026 – Quando nell’estate dell’anno scorso gli archeologi di una universita’ texana si trovarono davanti una grande lastra di tufo che sigillava perfettamente una tomba, capirono immediatamente di essere di fronte a qualcosa di straordinario. Per anni avevano scavato sepolture violate dai tombaroli, recuperando comunque informazioni preziose. Stavolta era diverso: nessuno, per 2600 anni, era entrato prima di loro.

La scoperta della Tomba dei Vasi con Uccelli Dipinti, presentata ufficialmente nei giorni dai ricercatori che hanno lavorato alla scoperta in una nuova istallazione a Barbarano Romano, rappresenta uno dei ritrovamenti più importanti degli ultimi anni nell’Etruria rupestre. Ma per Davide Zori, l’archeologo della Baylor University che da oltre dieci anni dirige il San Giuliano Archaeological Research Project, questa scoperta racconta una storia anche personale.

Davide Zori, Baylor University

“Barbarano è diventata molto importante per me e per la mia famiglia”, ha detto durante la cerimonia di inaugurazione. “Sentiamo di essere diventati parte del tessuto di questo paese, proprio come Barbarano è diventata parte di noi”.

Barbarano Romano e’ un piccolo villaggio medievale arroccato su una scarpata di tufo. La storia comincia nel 2015, quando Zori, italiano per parte di padre e che prima di scavare nella Tuscia aveva concentrato le sue ricerche sull’espansione dei Vichinghi nel mondo Nord Atlantico, arriva a Barbarano per avviare un ambizioso progetto di ricerca dedicato a uno studio di lungo periodo su circa duemila anni di storia: dalla fioritura della civiltà etrusca fino alla fine dell’occupazione del pianoro e dei pendii circostanti.

Da allora, ogni estate, studenti, ricercatori e famiglie provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa si trasferiscono per settimane a Barbarano Romano. Il team e’ interdisciplinare e comprende non solo archeologi in senso stretto come Zori, sua moglie Colleen Zori e la direttrice dello scavo della tomba Jamie Aprile, ma anche scienziati tra cui Jacqueline Eng, una osteoarcheologa della Western Michigan University, Deidre Fulton, zoo-archeologa di Baylor, Anna Liederholm, specialista del Dna da Stoccolma, il paleobotanico di UCLA Steve Martin e Vaugham Grimes, canadese di Terranova e specialista di isotopi. Oltre 250 studenti hanno partecipato negli anni alle attività sul campo e diciotto università hanno contribuito al progetto, trasformando il piccolo centro della Tuscia in un laboratorio internazionale di ricerca archeologica.

Su 600 tombe a camera, solo una inviolata

Uno dei primi obiettivi è stato il censimento sistematico delle tombe che circondano il pianoro di San Giuliano. Dall’indagine topografica iniziale e’ stata fatta una mappatura che ha portato a censire oltre 600 tombe a camera, creando il primo database completo della necropoli.

Per Zori, tuttavia, il lavoro non consiste soltanto nella ricerca di scoperte spettacolari. “Volevamo dimostrare che anche le tombe saccheggiate contengono informazioni scientifiche importantissime”, ha spiegato. Ed è proprio scavando sepolture già violate che il progetto ha restituito alcune delle sue storie più affascinanti. Come quella di una bambina di due o tre anni vissuta all’inizio del VII secolo a.C., sepolta con quindici vasi, gioielli in bronzo e ambra e un raro pendente associato ai rituali sacri: un corredo degno di una donna adulta di rango. Le analisi hanno mostrato che soffriva di labbro leporino. “Questa bambina doveva essere speciale”, ha osservato Zori, presentando i risultati degli scavi: forse per il suo ruolo all’interno della comunità, forse perché il suo aspetto particolare veniva interpretato come un segno di vicinanza al mondo divino.

Il ritrovamento che ha cambiato la storia del progetto è arrivato l’anno scorso.

All’interno della Tomba D15-005, ribattezzata poi dei Vasi con Uccelli Dipinti, gli archeologi hanno trovato i resti di due coppie di individui deposti altrettanti letti funerari con i piedi rivolti alla porta e, accanto a loro, un ricco corredo di 72 vasi integri prodotti in Etruria tra meta’ e fine del settimo secolo, punte di lancia, ornamenti e oggetti rituali. Due anfore decorate bianco su rosso con eleganti uccelli acquatici hanno ispirato il nome dato dagli archeologi alla sepoltura.

Per Zori e per sua moglie, anche lei archeologa e docente alla Baylor University che a Barbarano sovraintende allo scavo nel castello medievale, e’ stato il coronamento di un lavoro durato dieci anni. Un percorso costruito insieme agli studenti, alla Soprintendenza, al Parco Marturanum, al Comune e a una comunità che nel tempo ha accolto il progetto come parte della propria identità. “Il merito dei risultati – ha ricordato Zori – appartiene a tutti coloro che hanno lavorato con noi”. (@EtruscanTimes)

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