BASILEA, 9 Agosto 2026 – È una domenica di questa torrida estate europea: il caldo sembra aver svuotato perfino le strade intorno al Kunstmuseum, gloria artistica della città svizzera sul Reno. Ma basta entrare nel vicino Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig perché il Mediterraneo ricominci a muoversi: dèi, eroi, mercanti, banchetti, navi, ceramiche, bronzi, ori. E soprattutto gli Etruschi. Non relegati a curiosità italiche, ma raccontati come protagonisti di un mondo aperto, ricco, internazionale.
All’ingresso un grande manifesto rosso ricorda che il Museo delle Antichità di Basilea compie sessant’anni: Happy Birthday Antikenmuseum! Fu fondato nel 1961 e aperto nel 1966. Sessant’anni dopo resta un’istituzione singolare nel panorama svizzero: un museo interamente dedicato alle civiltà antiche del Mediterraneo, nato non soltanto dalla passione degli archeologi, ma anche da quella di industriali, banchieri e collezionisti che, nel dopoguerra, vedevano nell’antichità classica qualcosa di più di un repertorio di belle forme.

A guidarlo dal 2013 è Andrea Bignasca, archeologo classico ticinese, nato nel 1962 a Sorengo, vicino a Lugano, formatosi all’Università di Basilea fra archeologia classica, filologia greca e letteratura italiana. Ha scavato e fatto ricerca in Italia, Grecia e Giordania, dal Palatino a Fregellae fino a Petra. L’italiano è la sua lingua madre e la conversazione con Etruscan Times, iniziata come intervista formale, prende presto il ritmo di una chiacchierata fra persone che condividono una curiosità: come si racconta oggi l’antichità senza trasformarla in una fila di oggetti immobili?
– Direttore, cominciamo dagli Etruschi. Possiamo dire che questa è la più importante collezione etrusca della Svizzera?

«Direi proprio di sì. C’è qualcosa a Ginevra, qualcosa nella collezione universitaria di Zurigo, qualche pezzo a Losanna. Ma qui la raccolta è sicuramente più consistente.»
Su circa 12.500 opere complessive, Bignasca stima che forse un migliaio possano essere ricondotte all’Etruria o a contesti etruschi. Una cifra già notevole, anche se la classificazione può diventare scivolosa. Perché basta guardarsi intorno per capire che nel museo, come nella storia del Mediterraneo, il confine fra “greco” ed “etrusco” è assai meno netto di quanto suggeriscano le targhette, che qui — ahimè — sono quasi tutte rigorosamente in tedesco.

Nelle vetrine compaiono grandi vasi attici, capolavori prodotti ad Atene, ma arrivati spesso in Italia centrale attraverso il commercio e deposti nelle tombe delle aristocrazie etrusche. Greci per luogo di produzione, etruschi per destinazione, uso, contesto e storia successiva. È un’ambiguità che i musei internazionali hanno a lungo risolto scegliendo troppo spesso il primo termine.
– Come è nata questa collezione?
Bignasca torna agli anni Sessanta. «Il museo fu creato da un gruppo molto interessante. C’erano archeologi, naturalmente, ma anche politici e capitani d’industria. Erano persone segnate dall’esperienza della guerra e del nazismo, preoccupate dal mondo che stava nascendo, dalla minaccia atomica, dalla possibilità di nuovi assolutismi. Nell’antichità classica vedevano un sistema di valori da proporre anche alla società contemporanea.»

Fra loro c’erano archeologi come Karl Schefold e Herbert Cahn, fuggiti dalla Germania nazista, e personalità dell’industria e della finanza come Robert Käppeli, Samuel Schweizer e August Meyer. Alcuni possedevano già importanti raccolte private. Donandole al Cantone, da cui ora dipende il museo, contribuirono di fatto a imporre una scelta: quelle collezioni non dovevano restare nei salotti, ma diventare patrimonio pubblico.
È una storia molto basilese: archeologia, industria, ricchezza privata e senso civico che si incontrano. Ma è anche una storia della museologia europea del Novecento, e Bignasca non la idealizza.

– Allora gli Etruschi godevano della stessa attenzione dei Greci?
«No. In quegli anni erano soprattutto i Greci a essere messi sul piedistallo. Erano quelli della democrazia, del teatro, delle Olimpiadi, delle leggi. Quello era l’ideale che si voleva presentare. Molti vasi che oggi inseriamo in un percorso etrusco erano considerati, molto semplicemente, greci.»
Ed è qui che la visita prende una piega interessante. Perché il problema non riguarda soltanto Basilea.
Gli Etruschi sono stati fra i più straordinari “custodi involontari” della cultura figurativa greca. Una parte preponderante della ceramica attica sopravvissuta è arrivata fino a noi grazie alle necropoli etrusche. Furono i loro mercanti e le loro élite a comprare quei vasi, a portarli oltre il Tirreno, a usarli nei banchetti, a conservarli nelle tombe. E tuttavia nei grandi musei internazionali basta che un vaso sia stato prodotto ad Atene perché finisca quasi automaticamente nella sezione greca, anche quando la sua storia archeologica è tutta etrusca.

È corretto? In parte sì: il luogo di produzione e il pittore contano. Ma è sufficiente? Probabilmente no. Forse il punto non è decidere se un vaso sia “greco oppure etrusco”, ma imparare a raccontarne la doppia biografia. Chi lo fabbricò e chi lo comprò. Dove nacque e dove visse. Quale mito raccontava e quale significato assunse nella società che lo accolse.
È una delle sfide che il mondo degli studi etruschi potrebbe rivendicare con maggiore energia: ricordare che la trasmissione dell’eredità greca passa anche per l’Etruria. Non per sottrarre qualcosa alla Grecia, ma per restituire complessità alla storia. Potrebbero servire nuove didascalie, percorsi digitali condivisi, iniziative fra musei e università, magari anche un progetto capace di rendere visibile nei musei stranieri — ma anche italiani — la provenienza etrusca dei grandi capolavori attici.


Basilea, almeno nell’allestimento, prova già a spostare l’attenzione dall’oggetto isolato alla società che lo usava. Le sale dedicate agli Etruschi hanno pareti decorate con motivi che ne richiamano il mondo, ma soprattutto altre sale del terzo piano seguono un’impostazione tematica. C’è il commercio. C’è il banchetto. C’è la circolazione dei vasi. In una stanza un vero letto da convivio occupa il centro, davanti alle sagome di commensali distesi. È un espediente semplice, quasi giocoso, didascalico, ma funziona: kylikes, crateri, brocche smettono per un momento di essere “pezzi da museo” e tornano oggetti da riempire, passare di mano, mostrare, usare.
– È questo il senso dell’allestimento?
«Esattamente. Abbiamo cercato di passare dalla serie di opere in vetrina — dove conta il nome del pittore, il valore artistico, l’iconografia — a domande più immediate: che cosa si faceva con questi vasi? Come erano trasportati? Che cosa significavano nella società? Il banchetto, per esempio, è un tema bellissimo da sviluppare.»
– Quante persone lavorano in un museo come questo?

© Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig
«Dipende un po’ dai periodi, ma siamo circa settanta, con diversi livelli di impiego. Abbiamo anche il ristorante nel cortile interno, che prima era affidato a una gestione esterna e che oggi gestiamo direttamente, oltre a studenti che vengono a darci una mano in occasione delle grandi serate, delle cene e degli eventi.»
Settanta persone: molte più di quante il visitatore immagini attraversando le sale silenziose. Dietro le vetrine lavora una piccola macchina fatta di curatori, restauratori, amministrativi, custodi, personale dell’accoglienza e del ristorante.

© Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig
A queste si aggiungono le competenze specialistiche: un egittologo per la collezione egizia, un curatore per i vasi greci ed etruschi. È anche questo che consente a un museo relativamente raccolto nelle dimensioni di muoversi su un arco geografico e cronologico tanto vasto.
L’allestimento ha dovuto fare i conti anche con i vincoli dell’architettura. Le sezioni etrusca e dei vasi sono inserite in due eleganti case patrizie ottocentesche progettate dall’architetto svizzero Melchior Berri (1801-1854), tutelate come beni culturali. Pareti, porte e strutture non possono essere modificate liberamente. «Non possiamo abbattere muri, cambiare tutto, dipingere come vogliamo. Quindi abbiamo lavorato con una scenografia minima. In altre parti del museo possiamo essere molto più radicali.»

Il contrasto si vede bene scendendo verso gli ambienti di più recente costruzione: l’edificio si apre, gli spazi diventano più flessibili. Sotto il cortile è stata ricavata nel 2000 una sala di circa 500 metri quadrati per la collezione egizia. E anche qui l’archeologia ha avuto un piccolo colpo di scena: durante i lavori emersero una strada di epoca romana e, proprio sotto quello che sarebbe diventato l’ufficio del direttore, la tomba di una giovane alamanna con i suoi gioielli. «Archeologia dentro il museo», ride Bignasca.
C’è però un dettaglio che sorprende il visitatore straniero: molte delle didascalie sono soltanto in tedesco. In una città di confine come Basilea, a pochi minuti dalla Francia e con un pubblico internazionale, è una scelta che inevitabilmente si nota.

– Direttore, perché non affiancare al tedesco almeno l’inglese?
«È un problema che abbiamo discusso molto. All’inizio utilizzavamo tre o quattro lingue, ma il risultato era una quantità enorme di cartellonistica, che finiva per soffocare l’allestimento. Da qualche anno abbiamo quindi scelto il tedesco nelle sale e trasferito le altre lingue — inglese, francese e anche italiano — nelle audioguide accessibili con il telefonino attraverso un QR code.»
La soluzione alleggerisce certamente le pareti, anche se comporta un piccolo prezzo: per chi non conosce il tedesco, il rapporto con l’oggetto diventa meno immediato e passa necessariamente dallo schermo o dall’audioguida. È uno dei tanti compromessi con cui oggi un museo internazionale deve fare i conti: quanto spiegare, in quante lingue, senza trasformare una sala in una pagina stampata?
Più delicato è un altro tema che attraversa oggi tutte le grandi collezioni archeologiche: quello delle provenienze.
– Quanto sappiamo davvero della provenienza degli oggetti acquistati negli anni Sessanta e Settanta, o anche prima?
«Spesso molto poco. A volte troviamo un foglietto con scritto “da Vulci”, oppure “forse da Vulci”. Ma chi lo aveva scritto? Chi aveva dato quell’informazione? Allora l’interesse principale era il valore artistico, l’iconografia, la qualità dell’opera. La domanda “da dove viene esattamente?” non veniva posta con l’attenzione di oggi.»
E per ricostruire quelle storie? Bignasca ride di nuovo: «Bisogna lavorare quasi come la polizia.» Archivi, cataloghi d’asta, vecchie fotografie, lettere, appunti. Il museo pubblica progressivamente online i risultati, nella speranza che nuovi documenti permettano di completare il puzzle. «È un work in progress. Quando troviamo qualcosa, lo mettiamo a disposizione.» È in corso anche lo studio della Sammlung Ludwig, la grande donazione del 1981. E Bignasca conferma che esiste un dossier aperto con le autorità italiane su un’opera del museo. Non entra nei dettagli perché le indagini sono in corso. «Ci sono indizi – dice – ma mancano ancora le prove».
Non è l’unica sfida.

– È diventato più difficile portare il pubblico nei musei archeologici?
«Molto. Dieci o quindici anni fa organizzavamo una grande mostra con l’Italia, la Grecia o l’Egitto e arrivavano tranquillamente 60, 80, 100 mila visitatori. Oggi quei numeri sono diventati molto più difficili.»
Basilea, del resto, è una città dove l’antichità deve contendersi il visitatore con una densità quasi imbarazzante di musei e collezioni d’arte moderna e contemporanea. Senza grandi mostre temporanee, l’Antikenmuseum conta intorno ai 20-30 mila visitatori l’anno; con le esposizioni può arrivare a 50-60 mila. Numeri rispettabili, ma lontani da quelli delle grandi stagioni espositive di un tempo.

Il Kunstmuseum Basel, la Fondation Beyeler, Art Basel: la concorrenza è feroce. E allora l’Antikenmuseum sperimenta. Mostre tematiche, scenografie più coinvolgenti, legami con il presente. Persino il gaming. In una recente esposizione il visitatore poteva diventare Ulisse, Edipo o Medea, giocare e contemporaneamente scoprire il mito.
– In questa sfida per riportare l’antichità al centro dell’attenzione, quanto contano i rapporti con gli altri grandi musei?
«Moltissimo. Abbiamo collaborazioni un po’ dappertutto, ma durante il mio periodo di direzione i partner principali sono stati soprattutto l’Italia, poi l’Egitto e la Germania. In Italia abbiamo lavorato, per esempio, con il MANN di Napoli e con Museo Nazionale Romano; in Grecia con il Museo Archeologico Nazionale di Atene, con cui abbiamo realizzato la mostra sul relitto di Anticitera. E naturalmente abbiamo avuto rapporti molto stretti con la Giordania.»
Proprio Petra, dove Bignasca aveva anche lavorato come archeologo, fu protagonista nel 2012-2013 di una delle grandi mostre del museo. «Ci diedero praticamente tutto quello che chiedevamo, anche alcuni dei pezzi migliori. Fu straordinario. Ma dietro c’era già un rapporto costruito negli anni attraverso l’università, gli scavi, le conoscenze personali.» È un’altra faccia del mestiere di direttore: i capolavori viaggiano, ma quasi mai da soli. Prima vengono anni di ricerca, collaborazione e fiducia fra istituzioni.

– E sul fronte del pubblico bisogna continuare a sperimentare?
«Non basta fare un tentativo e dire: abbiamo risolto. Bisogna continuare a inventare.» A metà ottobre 2026 aprirà la prossima mostra, dedicata alle migrazioni nell’antichità: perché gli uomini partono, che cosa significa patria, perché si fonda una colonia, che cosa accade quando popoli diversi si incontrano. Nell’autunno 2027 arriverà invece una mostra sulla scrittura, dall’Egitto e dalla Mesopotamia fino al nostro modo di comunicare con telefonini, abbreviazioni ed emoji. È forse questa la scommessa più interessante dell’Antikenmuseum: non semplificare l’antichità, ma trovare strade nuove per far capire che continua a riguardarci.
Prima di salutarci torniamo a Bignasca. Da oltre quarant’anni vive, con qualche interruzione, a Basilea; è entrato nel museo nel 1997 come vicedirettore e dal 2013 ne è direttore. Ora, mentre è già in corso la ricerca del suo successore, si avvicina anche per lui il momento di lasciare la direzione.
– E dopo? Ancora archeologia?
«Prima avrò bisogno di un po’ di tempo. Poi sicuramente resterò legato a una o due fondazioni che sostengono progetti archeologici o pubblicazioni. Ma mi piacerebbe anche fare qualcosa per chi ha bisogno di aiuto.» Fa una pausa. «Ho avuto una vita fantastica, piena di cultura e di emozioni. Forse è giusto restituire qualcosa a chi è stato meno fortunato.»
Fuori, Basilea è ancora immersa nel caldo. Dentro, gli Etruschi continuano a banchettare, commerciare, attraversare il Mediterraneo e custodire — forse più di quanto siamo abituati a riconoscere — una parte decisiva della memoria greca. (@EtruscanTimes)

