Biga di Monteleone: la scoperta nei ricordi di un discendente che ha un ferramenta nel centro di Roma

ROMA, 30 GIUGNO 2025 – Da Monteleone di Spoleto alla Fifth Avenue di New York, passando per una Roma che sta scomparendo, inghiottita dal turismo nel centro storico. Carlo Cicchetti, 92 anni, proprietario di un negozio di ferramenta da decenni al servizio dei romani in via dei Banchi Vecchi, è bisnipote per parte di madre di Isidoro Vannozzi, il contadino di Monteleone (in provincia di Perugia) che, lavorando all’ampliamento di un casolare in località Colle del Capitano, casualmente si imbatte’ nel carro etrusco da parata approdato all’inizio del Novecento al Metropolitan Museum di New York.

Il negozio al centro di Roma di Carlo Cicchetti

Il negozio di Cicchetti e’ un piccolo gioiello di autenticità che resiste all’invasione del turismo di massa: ci si trova di tutto, dalle macchinette del caffe ai bollitori e ogni possibile articolo per la casa e il giardino, ma anche bombole del gas, legna da ardere e servizi di riscaldamento.

“Conoscete il Metropolitan?”, ci chiede il signor Carlo, tirando giù la serranda sotto l’insegna di una vecchia carboneria, una volta appreso che veniamo dagli Stati Uniti. Ed ecco la storia, raccontata dal discendente di Isidoro, che l’8 febbraio 1902, mentre lavorava coi figli Giuseppe e Sante al livellamento di un terreno per la realizzazione dell’aia della casa colonica, si trovo’ all’improvviso nell’interno di una tomba contenente un ricco corredo tra cui l’eccezionale carro di bronzo entrato agli inizi del Novecento nelle collezioni del Met.

La casa colonica all’inizio del ‘900 e l’agriturismo oggi

“I Vannozzi – racconto’ Giuseppe, morto negli anni Sessanta, in un’intervista del 6 settembre 1959 a Don Angelo Corona, l’allora arciprete di Monteleone, ripubblicata dallo stesso sacerdote in un volume-antologia di notizie sulla Biga – avevano gia’ costruito un piano della casa.” Per procurarsi pietra da costruzione per pavimentare l’aia, i tre contadini avevano cominciato a sbancare un cumulo di terra pochi metri distante quando sentirono un tonfo accompagnato da un rumore metallico, “come un pezzo di ferro o di rame”, disse Giuseppe all’intervistatore. Riprendendo il lavoro dal basso per evitare il crollo, i tre demolirono la parete laterale e si trovarono dentro una stanza rettangolare lunga 3,80 metri, larga 2,80 e alta 1,45, al cui interno era la biga, uno scheletro deposto lungo il timone e il resto del corredo. Prima di sparire nei meandri del mercato dell’arte di primi Novecento, il carro etrusco rimase sull’aia della casa colonica: un’attrazione locale, “ci venivano a giocare i bambini”, racconta Cicchetti.

Oggetto di un contenzioso di anni con i 540 abitanti del borgo umbro che ne richiedono a gran voce il ritorno in patria, la biga e’ un capolavoro del VI secolo a.C. fatto di legno di noce rivestito di lamine di bronzo dorato scolpite su cui si narrano le gesta di Achille. Fabbricato a Vulci, come ha ricostruito restaurandolo tra 2002 e 2007 la ricercatrice del Cnr Adriana Emiliozzi, la biga fini’ nelle mani di un militare che alla fine se la porto’ nella tomba insieme a tutto il suo tesoro di oggetti di bronzo e terracotta. Sulla storia del Carro d’Oro e il suo discusso viaggio verso New York si sono scritti fiumi di inchiostro. Nel 2022, poi, e’ uscito un documentario dal titolo “L’Anello di Grace” del regista e giornalista romano Dario Prosperini che, si disse allora, aveva il potenziale di riaprire il caso per riportare in patria il carro come da anni sta cercando di fare il comune umbro.

Ma torniamo ai Vannozzi: “Diedero la biga a un mercante di Norcia per pagare il debito dei coppi che servivano per il tetto”, ci dice il loro discendente. Piu’ o meno e’ quanto racconto’ Giuseppe a Don Angelo: “Noi dovevamo prendere la terra cotta (i coppi) che in questo paese le fornaci non ci sono. E allora andaro a Norcia e a Norcia il poro mio padre vide che c’era lì uno che vendeva la roba vecchia, un rigattiere, un certo Benedetto Petrangeli, dice: che comprate questa roba qua? lo ce l’ho un po de roba vecchia là a casa. Allora questo la vinne a vede e fu venduta a sei soldi al chilo, novecento cinquanta lire. E la portò via. Dopo è stato saputo, nel 1902, che era andata in America”.

Il Metropolitan Museum di New York crea una squadradi esperti per indagare su opere sospette
Metropolitan museum of Art

Venduta dai Vannozzi per il prezzo di tre mucche da latte, la biga passò di mano più volte, fino ad essere acquistata per 150 mila franchi, l’equivalente di decine di cavalli da tiro o da sella, dal primo direttore del Metropolitan Museum, l’italiano Luigi Palma di Cesnola. Seguirono decenni di silenzio fino alla richiesta di restituzione presentata dal Comune di Monteleone tra il 2002 ed il 2008, quando il contenzioso fu archiviato dal Tribunale di Spoleto. Tre anni fa il documentario ha riaperto il caso: dalle lettere trovate nel 2018 dallo storico piemontese Guglielmo Berattino emerge che ci fu una veloce trattativa tra un gruppo di trafficanti di opere d’arte – italiani – un intermediario e il Cesnola che nel 1903 la porto’ smontata a pezzi a New York, complice forse il crollo del campanile di San Marco a Venezia che, nel luglio 1902, distolse l’attenzione dei funzionari ministeriali dalla compravendita del manufatto.

La biga di Monteleone esposta al Met

Le carte ritrovate Berattino nella Biblioteca Civica Costantino Nigra di Ivrea sono 16 lettere autografe tra i protagonisti della compravendita: dimostrano che Palma di Cesnola, acquisto’ la biga dall’antiquario romano Ortenzio Vitalini, numismatico del re, con il tramite di un altro italiano, il conte Gioachino Toesca Caldora di Castellazzo, che era suo amico. Il trasferimento oltre-oceano avvenne in barba all’editto del 1820, ereditato dallo stato Pontificio, che gia’ vietava l’esportazione di opere d’arte, mentre la prima legge di tutela del patrimonio dello Stato italiano, adottata nel giugno del 1902, entro’ in vigore  quando la biga aveva gia’ lasciato l’Italia, diretta a Parigi dove rimase mesi prima di essere spedita a New York.

La normativa che doveva disciplinare il funzionamento di quella legge e’ del 1909. Anche per questo di fronte alla polemica che a un certo punto scoppio’ in Italia sul carro e all’interrogazione parlamentare del senatore Felice Barnabei, fondatore del museo di Villa Giulia, i protagonisti della compravendita non si fecero problemi. Come del resto non se li erano fatti fin dall’inizio, tanto che la biga era stata esposta in vetrina, a Roma, nel negozio di Vitalini, come rivela una testimonianza recuperata in una pubblicazione del 1927 da Valentino Nizzo, professore di etruscologia all’Universita’ Orientale di Napoli, col singolare racconto di una signora inglese, Grace Filder sposata al conte Solone di Campello, che alla descrizione del carro aggiunge quella di un prodigioso anello da lei acquistato a a Monteleone, anch’esso proveniente dalla tomba della Biga. Un monile grazie al quale lei avrebbe trovato la forza per imprese decisamente notevoli, che la portarono a sorvolare in areostato mezza Italia e persino a scalare la vetta piu’ alta del Monte Rosa. Sepolta nel cimitero acattolico di Roma, Grace potrebbe essersi portata nella tomba il magico anello, unica testimonianza, tutta da verificare sottolinea Nizzo, della presenza di gioielli nel sepolcro del guerriero etrusco.

Intanto il casolare di Colle del Capitano e’ diventato agriturismo: nasce tutto dall’azienda agricola della Famiglia Vannozzi Carlo con i figli Cecilia, Saverio e Graziano e dalla moglie di Carlo Vannozzi, Piera. La fattoria è da sempre biologica per la produzione di cereali (farro, lenticchia) e dal 2002 lo è anche per la carne che proviene dall’allevamento presente nella struttura con esemplari di razza chianina selezionata e con cavalli di razza Haflinger. La memoria della biga resta sul sito web che invita a visitarne la replica ospitata a Monteleone: “Essa non consente certamente di ammirare i particolari artistici presenti nell’originale, ma rende con grande efficacia l’eccezionalità di questo prodotto della tecnologia antica e dell’arte” si legge nel breve post che ipotizza nel toponimo della localita’ un rimando al signore lì sepolto: un personaggio di primaria importanza, un capo guerriero, un Capitano. (@EtruscanTimes)

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