Boom dei classici in Cina, una porta aperta anche per gli Etruschi?

PECHINO, 12 MARZO 2026 – Con la benedizione dello stesso presidente Xi Jinping, la Cina abbraccia lo studio dei Greci e dei Romani portando il mondo dei classici tradizionalmente percepito come dominio accademico e umanistico di bianchi occidentali – in una dimensione geopolitica inedita che potrebbe avere ricadute anche sugli studi etruschi. Il settimanale New Yorker nel suo ultimo numero punta i riflettori sul nuovo interesse dei cinesi sul mondo classico, riletto non come una tradizione monolitica, ma come una rete di scambi, appropriazioni, tensioni e riscritture. Un ripensamento in chiave globale che potrebbe indurre anche a superare la vecchia gerarchia che relega gli Etruschi a semplice premessa di Roma o a periferia del mondo greco.

Da Bologna a Suzhou

L’interesse per gli Etruschi in Cina già esiste da qualche anno: nel 2022 gli oltre 300 oggetti della mostra Etruscans. Lords of Ancient Italy, concepita e curata dal Museo Civico Archeologico di Bologna in trasferta al museo Wu a Suzhou, ebbero un tale successo che l’esposizione fu prorogata di due mesi per approfittare del periodo delle celebrazioni del Tet, il capodanno cinese. La rassegna fu la prima organizzata al museo della provincia di Jiangsu dopo il lockdown del Covid. Suzhou, a ovest di Shanghai, è una nota destinazione turistica grazie ai suoi maestosi giardini storici e ai canali antichi, che le sono valsi il soprannome di una delle più belle “Venezie d’Oriente”.

L’iniziativa e’ stata finora isolata. Intanto pero’, con il mondo di Socrate, Platone e Fidia in prima linea, i classici spopolano nelle universita’ cinesi, testimone un classicista britannico, Tim Whitmarsh di Cambridge, che ha fatto da Virgilio al giornalista del New Yorker Chang Che per l’articolo How China Learned to Love the Classics. Arrivato a Pechino nel novembre 2024 per partecipare alla prima World Conference of Classics, Whitmarsh, esperto della seconda sofistica e del romanzo greco antico, non immaginava davvero che si sarebbe trovato al centro di un evento più politico che accademico.

La conferenza, ospitata nel gigantesco centro congressi sul lago Yanqi e sostenuta dai ministeri della cultura di Cina e Grecia, si rivelò ai suoi occhi fin da subito una vetrina della diplomazia culturale cinese in cui diplomatici, politici e studiosi discettavano attorno all’idea di un dialogo tra civiltà antiche.

Nella sala riservata agli ospiti d’onore erano presenti anche la ministra della cultura greca Lina Mendoni e il capo della propaganda del Partito comunista cinese Li Shulei, uno dei più stretti collaboratori di Xi che a sua volta, in un messaggio di saluto ai partecipanti alla conferenza, definì Cina e Grecia due civiltà che, “da opposte estremità dell’Eurasia”, hanno contribuito a plasmare lo sviluppo dell’umanità.

Una scuola cinese di studi classici ad Atene

Non si trattava di una formula retorica: l’iniziativa si inseriva infatti in una strategia più ampia di diplomazia culturale con cui Pechino mira a rafforzare la propria influenza internazionale valorizzando il patrimonio delle civiltà antiche e il dialogo tra tradizioni. Uno dei risultati più concreti della Conferenza fu l’annuncio della creazione di una Scuola cinese di studi classici ad Atene, sviluppata in collaborazione con istituzioni accademiche greche e con il sostegno dell’Accademia cinese delle scienze sociali. L’obiettivo era di costruire un ponte accademico stabile tra la tradizione filosofica greca e il pensiero cinese, promuovendo programmi di ricerca e traduzioni di testi antichi.

Nuove traduzioni di Platone

Attraverso la cooperazione accademica con la Grecia – culla della civiltà classica europea – Pechino intende posizionarsi come interlocutore centrale nella riflessione globale sulle radici culturali delle società contemporanee. Nuove traduzioni in cinese dei Dialoghi di Platone sono state pubblicate, mentre centri di ricerca stanno promuovendo il confronto tra tradizioni intellettuali occidentali e il pensiero di Confucio. Il fermento accademico è favorito anche dalla politica di “fiducia culturale” promossa dal governo cinese, che incoraggia lo studio delle civiltà antiche come strumento per rafforzare l’identità nazionale e il ruolo della Cina nel mondo.

Quella dedicata agli Etruschi dal museo di Wu è solo un esempio. In tutta la Cina i musei archeologici e le mostre di antichità si stanno moltiplicando, mentre villaggi trascurati vengono restaurati e trasformati in città “antiche” costruite come scenografie. Nelle università, lo studio dei testi antichi cinesi è stato storicamente disperso tra diverse discipline; ora, su impulso del governo, gli atenei stanno cercando di riunire queste ricerche in nuovi dipartimenti di studi classici, dove – secondo una teoria – le verità dell’antichità possono essere coltivate e trasmesse alle generazioni successive.

Dan-el Padilla Peralta e la crisi degli studi in Occidente

La dimensione geopolitica emerge chiaramente se si osserva il contesto internazionale. Negli Stati Uniti e in Europa lo studio dei classici sta attraversando un ripensamento tra tagli, riorganizzazioni e rivistazioni ideologiche: clamoroso il caso di Dan-el Padilla Peralta, una star degli studi del mondo romano che sta per lasciare Princeton per l’Arizona State University: nel 2021, quando gia’ si faceva notare a Columbia, arrivo’ ad auspicare la morte della sua disciplina affermando che “gli studi classici, così come sono strutturati oggi, dovrebbero morire”. La frase nacque da un dibattito accademico molto acceso negli Stati Uniti sulla natura e sul futuro di una disciplina a lungo dominata dalle élite e che ha contribuito a costruire una gerarchia culturale che pone Grecia e Roma al vertice. Ne scaturirono una serie di iniziative: Christopher Waldo, un classicista asiatico-americano della University of Washington ha dato vita a un gruppo di studio su come le culture asiatiche e asiatico-americane abbiano interpretato l’antichità. Nello stesso periodo cominciarono a riunirsi anche altri gruppi affini, tra cui Trans in Classics e CripAntiquity: tutti tentativi, some scrisse Padilla Peralta di “decentrare Grecia e Roma come principale o unico luogo dell’innovazione intellettuale”.

Se pero’ in Occidente i classici sono in crisi di identita’, in Cina il governo sta investendo nella creazione di nuovi programmi e istituti dedicati alle tradizioni antiche al punto che alcuni studiosi occidentali si sono chiesti se le università cinesi possano arrivare a svolgere un ruolo centrale nella tutela e nello sviluppo degli studi classici, un campo storicamente dominato dalle università europee e nordamericane.

Grecia sta all’Europa come la Cina all’Asia

Il dialogo culturale tra Grecia e Cina assume così anche un valore simbolico all’insegna del soft power. Come ha osservato il sinologo di Princeton, Martin Kern, la Grecia rappresenta per l’Europa ciò che la Cina rappresenta per l’Asia orientale: una civiltà fondatrice che continua a influenzare il pensiero politico e filosofico contemporaneo. In questo senso, il confronto tra Socrate e Confucio diventa più di un esercizio accademico: è un modo per ridefinire il ruolo delle tradizioni culturali nel nuovo equilibrio globale.

Questa rilettura globale dei classici potrebbe avere implicazioni anche per altri campi di studio dell’antichità mediterranea. Se il mondo antico viene interpretato non come una tradizione monolitica, ma come una rete di scambi culturali tra popoli diversi, il caso degli Etruschi diventa particolarmente significativo. La civiltà etrusca, sviluppatasi tra il IX e il III secolo a.C. nell’Italia centrale, nacque infatti dall’incontro tra culture greche, italiche, fenicie e orientali, rappresentando uno degli esempi più evidenti di interconnessione culturale nel Mediterraneo antico. (@EtruscanTimes)

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