Cartografare Vulci. Archeologia, topografia e paesaggio urbano nel lavoro di Giorgio Pocobelli

VULCI, 31 Luglio 2025 – Con Vulci: l’area urbana e il suburbio. Evoluzione storica della città e del territorio, Giorgio F. Pocobelli firma un’opera importante, che colma una lacuna più volte denunciata nella letteratura scientifica etruscologica: una ricostruzione sistematica dell’impianto urbano e della dinamica insediativa dell’area vulcente. Pubblicato da L’Erma di Bretschneider come Supplemento 24 dell’Atlante Tematico di Topografia Antica e vincitore del XX Premio “L’Erma” per l’Archeologia, il volume restituisce, attraverso un insieme ricchissimo di dati e immagini, un profilo aggiornato e analitico di Vulci, una delle città più influenti della dodecapoli etrusca.

Giorgio Pocobelli

Pocobelli, che lavora al Cnr ISPC (Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale) di Firenze,  affronta l’indagine topografica e storica con uno sguardo stratificato e multidisciplinare, fondendo analisi archeologica, rilievo aerofotogrammetrico e lettura archivistica, in una prospettiva dichiaratamente geoarcheologica e diacronica. Il volume — 338 pagine, oltre 450 siti schedati, due pieghevoli a colori, 71 illustrazioni cromatiche e 380 in bianco e nero — si sviluppa in una struttura tematica ordinata e progressiva: dalla geologia del territorio e dalla storia degli studi alla documentazione cartografica, fino alla ricostruzione della viabilità e delle necropoli, culminando in una sezione estensiva sui dati archeologici.

Già nell’introduzione Pocobelli chiarisce la portata metodologica della sua ricerca, condotta nell’ambito del dottorato in Topografia Antica alla Sapienza e proseguita per oltre due decenni con continuità e aggiornamenti. Il volume nasce infatti «dalla necessità di realizzare una carta archeologica» finalmente adeguata alla complessità e alla vastità del sito di Vulci, un territorio articolato che si estende per circa 30 km² di territorio, lungo il basso corso del fiume Fiora, tra i comuni di Montalto di Castro e Canino, storicamente segnato da attività agricole intensive e da uno sfruttamento disorganico delle risorse archeologiche.

Come nota Maurizio Forte, professore di Classical Studies, Art, Art History & Visual Studies presso la Duke University, e un pioniere dell’archeologia digitale, in una attenta recensione apparsa sulla Bryn Mawr Classical Review (BMCR 2025.06.05), il volume di Pocobelli si distingue per l’uso «innovativo della fotogrammetria aerea, della documentazione cartografica storica e dei dati archeologici in ambiente GIS», un approccio che consente di superare l’atavica frammentazione delle indagini vulcenti e restituisce un modello operativo replicabile anche in altri contesti mediterranei.


Uno dei maggiori punti di forza è rappresentato proprio dall’Atlante cartografico finale, il cui livello di dettaglio — con curve di livello a distanza di 1 m e ausiliarie ogni 50 cm — permette un’inedita restituzione morfologica dell’area urbana e suburbana. L’autore ha integrato le informazioni ricavate da oltre 300 fotogrammi storici (provenienti da archivi ICCD, università e ditte private) con i risultati di ricognizioni sul campo, condotte sistematicamente dal 2002 al 2006 e successivamente fino al 2022. Ne emerge una visione finemente calibrata del paesaggio antico, capace di connettere in un unico quadro fenomeni insediativi, infrastrutture viarie, aree sacre e necropoli.

La scoperta di un teatro urbano

Tra le scoperte più significative spiccano l’individuazione di un teatro urbano nel settore sud-occidentale del foro (scheda n. 16), un tempio in opera quadrata con spazio pubblico annesso (scheda n. 100), e la localizzazione di un tempio in località Tamariceto, leggibile per la prima volta grazie a una fotografia satellitare (scheda n. 201). Come sottolinea lo stesso Pocobelli, «sorprende che, nonostante il depauperamento dei livelli antichi per le intensive attività agricole, ancora oggi sia possibile osservare una gran quantità di resti archeologici sepolti da conoscere, tutelare e valorizzare».

Il volume documenta inoltre con precisione oltre 70 km di viabilità antica, la posizione di 1.600 tombe a fossa e 1.275 tombe a camera, e la presenza di ben 125 aree sepolcrali, estese su un totale di circa 180 ettari. In questa opera di restituzione, Vulci emerge come un nodo strategico nel sistema insediativo dell’Etruria meridionale, sia per la sua posizione presso il Fiora (che ne favoriva i traffici e le difese naturali), sia per la rete stradale articolata che la congiungeva a Canino, Ischia di Castro, Manciano e alla costa tirrenica.

L’approccio analitico alla conoscenza della regione emerge fin dal capitolo introduttivo riguardante la “Geologia del territorio”, che evidenzia come le faglie tettoniche abbiano influenzato direttamente la scelta insediativa. I fossati dell’acropoli, ad esempio, si impostano su linee di frattura preesistenti, «adattate alle esigenze difensive», mentre i materiali edilizi (tufo rosso, nenfro, travertino e tefrite) vengono studiati nel loro rapporto con l’ambiente naturale e l’evoluzione architettonica della città.

A livello interpretativo, Forte elogia l’approccio sistemico del volume, capace di restituire la complessità della “relazione tra spazio urbano e necropoli”, uno dei tratti distintivi della città etrusca. La François Tomb — icona della cultura vulcente — è discussa come esempio emblematico di questa dialettica spaziale e simbolica.

Strumento di pianificazione e tutela

Vulci: l’area urbana e il suburbio si impone come uno dei più importanti contributi degli ultimi anni alla conoscenza della città e del suo territorio. L’opera di Pocobelli va ben oltre l’ambito della topografia antica, configurandosi come un manifesto per una nuova stagione di studi etruschi, in cui la sinergia tra ricerca archivistica, rilievo sul campo e tecnologie digitali produce nuove narrazioni scientifiche.

In un’epoca in cui l’archeologia urbana rischia di essere soffocata da emergenze ambientali e speculazioni paesaggistiche (si pensi al tema degli impianti fotovoltaici citato dallo stesso autore), questo libro rappresenta anche un gesto “politico”, un atto di tutela attraverso la conoscenza. Come scrive Pocobelli nelle prime pagine, «la realizzazione della carta archeologica deve diventare strumento di pianificazione e tutela, in dialogo con le istituzioni pubbliche e le comunità locali».

Questo volume — frutto di decenni di impegno e di una rara capacità di sintesi — si presenta oggi come un riferimento imprescindibile per chiunque voglia studiare, raccontare e, soprattutto, difendere Vulci. (@EtruscanTimes)

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