ROMA, 18 MARZO – Negli anni Cinquanta, durante il suo primo soggiorno romano, Cy Twombly instaurò un legame profondo con l’arte etrusca, destinato a influenzare silenziosamente tutta la sua successiva produzione artistica. Sebbene l’artista americano sia noto soprattutto per aver dialogato con l’antichità greca e romana, il recente intervento dello storico dell’arte Peter Benson Miller alla giornata di studi organizzata il 20 febbraio scorso dalla Fondazione Luigi Rovati a Milano, in collaborazione con il Mart di Rovereto su “La ricezione dell’arte etrusca nel Novecento”, ha portato alla luce proprio questa relazione finora poco esplorata: il fascino esercitato sugli artisti americani residenti a Roma dalla cultura etrusca.

Twombly entrò in contatto con questo antico patrimonio principalmente attraverso la frequentazione dei mercatini antiquari romani, primo fra tutti quello di largo Fontanella Borghese, dove negli anni del dopoguerra si potevano trovare facilmente reperti archeologici portati dai contadini delle campagne circostanti. Qui Twombly acquistò ceramiche decorate, frammenti incisi e altri manufatti che ne stimolarono l’immaginazione e l’interesse estetico. Una fotografia dell’epoca, ricordata da Miller nel suo recente libro American Artists in Postwar Rome: Art and Cultural Exchange (Bloomsbury Visual Arts, 2023), lo ritrae significativamente accanto a una ciotola geometrica del VII secolo a.C., acquistata proprio nel mercatino romano, simbolo tangibile di questa fascinazione personale.
Robert Rauschenberg, amico e compagno di viaggio di Twombly, testimonia in modo efficace questa passione: in una celebre intervista ricorda che l’artista «impazzì letteralmente» davanti a questi reperti etruschi, colpito dalle forme arcaiche e dalle decorazioni enigmatiche. Oggetti semplici e apparentemente secondari diventavano per Twombly punti di riferimento estetici, in grado di influenzare profondamente le forme e i segni delle sue opere successive.
Ma il dialogo tra Twombly e l’arte etrusca non si limitò al semplice collezionismo antiquario. L’artista prese parte a vere e proprie escursioni amatoriali, visitando personalmente i siti archeologici etruschi attorno a Roma, come Veio, Cerveteri e Tarquinia, accompagnato dalla futura moglie Tatiana Franchetti e dal fotografo e critico Milton Gendel. Durante queste uscite, come ricordato da Nicola Del Roscio e dallo stesso Gendel, Twombly raccoglieva frammenti di ceramiche dipinte, corniole incise e piccoli manufatti, stabilendo così un rapporto diretto con la cultura materiale degli Etruschi.

Peter Benson Miller, nel suo intervento al convegno della Fondazione Rovati e nel suo recente volume, descrive queste esperienze come una sorta di «archeologia domestica», sottolineando che Twombly integrava questi oggetti nel proprio universo creativo con estrema naturalezza. Si trattava, secondo Miller, di un «primitivismo colto», in cui l’artista americano reinterpretava consapevolmente gli elementi del passato nel proprio linguaggio astratto, creando un ponte tra antichità e contemporaneità.
Nella Roma del dopoguerra, Twombly non era solo in questa sua attrazione verso l’arte etrusca. Faceva parte di un circolo culturale più ampio di artisti e intellettuali americani, fra cui lo stesso Gendel, che utilizzarono l’antichità etrusca come lente attraverso cui riflettere sulla modernità. Questa riscoperta del passato antico rappresentava per Twombly una preziosa occasione di approfondimento estetico e formale, che avrebbe arricchito sensibilmente il suo personale percorso artistico.


