Etruschi a San Francisco: la collezione di Eugene Berman nel racconto di Richard De Puma

SAN FRANCISCO, 5 GIUGNO 2026 – Tra i meriti della grande mostra sugli Etruschi di San Francisco c’è anche quello di puntare i riflettori su manufatti e collezioni poco conosciute. Ed è grazie alla memoria storica di Richard De Puma, emerito di arte classica e archeologia all’Università dell’Iowa, che sono esposti in questi giorni al Legion of Honor Museum della città californiana due anfore tricuspidi di bronzo e una di bucchero prestate dal Museo Archeologico Nazionale dell’Agro Falisco di Civita Castellana.

“Nella mostra non abbiamo solo grandi capolavori, ma, per merito di De Puma, anche oggetti poco noti, talvolta mai pubblicati, come quelli della collezione dello scenografo di Hollywood, Eugene Berman“, ha confermato a Etruscan Times la curatrice del Legion of Honor, Renée Dreyfus. “Era una raccolta con pezzi insoliti che De Puma vide nei primi anni Settanta a Roma, alcuni mai stati pubblicati. Era importante affiancarli ai capolavori per ampliare il racconto”.

Tornati parzialmente alla ribalta assieme al suo proprietario l’anno scorso, prima a Civita Castellana nella rassegna Passeggiate Immaginarie, poi al Mart di Rovereto, gli oltre tremila pezzi della collezione Berman furono donati allo stato italiano alla morte dello scenografo. “Sarebbero dovuti andare a Villa Giulia, ma non c’era posto”, spiega De Puma a Etruscan Times.  ed è così che i manufatti raccolti da Berman negli anni passati a Roma sono approdati negli anni Settanta al museo ospitato nella fortezza costruita da Antonio da Sangallo, una sessantina di chilometri a nord della Capitale.

Berman era appassionato dell’Italia e aveva cominciato ad acquistare reperti negli anni del suo soggiorno romano mostrandoli a pochi eletti nella sua residenza in Palazzo Doria Pamphilj.

Richard De Puma
Richard De Puma

Tra questi, in una calda estate del 1970, lo stesso De Puma, fresco di PhD a Bryn Mawr e già al lavoro su una mostra di ceramica villanoviana ed etrusca per il nuovo museo dell’Università dell’Iowa. “Fui fortunato ad averlo conosciuto. Purtroppo morì due anni dopo il nostro primo e unico incontro”, dice lo studioso.

Ma chi fu Eugene Berman, di cui il New York Times, omaggiandolo alla scomparsa nel 1972, evocò “gli audaci ma intricati archi e terrazze rinascimentali che progettò per alcune delle più memorabili produzioni della Metropolitan Opera”? Il profilo dell’eccentrico artista e collezionista – ma di riflesso anche di una Roma sparita – emerge dal racconto che lo stesso De Puma, presentato a Berman dall’amico e direttore del museo dell’Iowa Ulfert Wilke, ne tracciò decenni dopo, nel 2016, in un saggio – The Eugene Berman Collection: a Roman Memoir – pubblicato sul Journal of Ancient Egyptians Interconnections.

Russo di San Pietroburgo, Berman fu un noto pittore e designer teatrale che nella prima metà del Novecento fece fortuna tra New York e Hollywood dopo una permanenza in Francia durante la quale aveva studiato con Pierre Bonnard ed Édouard Vuillard. Il teatro, e in particolare il balletto, erano stati una sua passione fin dall’infanzia avendo conosciuto da bambino Vaslav Nijinsky, che abitava nello stesso palazzo della sua famiglia prima che i Berman fossero costretti alla fuga dalla Rivoluzione di Ottobre. Nel 1936, arrivato da poco negli Usa, a Eugene fu offerta l’opportunità di creare la sua prima scenografia per una performance al Festival delle Avanguardie del Wadsworth Athenaeum di Hartford in Connecticut, organizzato dal direttore del museo, il visionario Arthur Everett “Chick” Austin: collaborarono all’iniziativa artisti emergenti e già di grido tra cui Eric Satie, Igor Stravinskij, George Balanchine e Alexander Calder. Il culmine fu il Paper Ball, un ballo in maschera i cui costumi, per l’appunto di carta, erano disegnati da Pavel Tchelitchew.

Gli anni di Hollywood

Nel 1940 Eugene si stabilì a Hollywood. Frequentava altri esuli europei – oltre a Stravinskij e sua moglie Vera, il romanziere tedesco Thomas Mann e l’italiano Corrado Cagli. Nel 1950 si sposò nella villa di Stravinskij a Beverly Hills e una foto, conservata con le carte Berman all’American Academy in Rome, immortala l’evento: la moglie, velata e in nero, è l’attrice Ona Munson, oggi ricordata soprattutto per il ruolo di Belle Watling, l’amica prostituta di Rhett Butler in Via col Vento.

Ona morì suicida nel 1955 e Eugene si trasferì a Roma con una residency all’American Academy. “Adorava l’Italia e ne traeva continua ispirazione. Il suo lavoro di scenografo e artista fu profondamente influenzato dalle rovine antiche, dal Teatro Olimpico del Palladio e da pittori italiani contemporanei e amici come Giorgio de Chirico“, scrive De Puma nell’articolo-memoir. A Roma Berman visse gli ultimi 16 anni della sua vita, dal 1956 al 1972, senza peraltro abbandonare il lavoro negli States: a suo stesso giudizio, la scenografia permanente della produzione del 1957 del Don Giovanni alla Met Opera, rappresentò il suo risultato teatrale più raffinato. Del 1971 le ultime scene: create un anno prima di morire per il balletto Pulcinella con musica di Stravinskij e la coreografia di Balachine per il Théâtre National de Paris e il New York State Theatre.

L’appartamento romano a Palazzo Doria Pamphilj

Palazzo Doria Pamphilj

Ma torniamo al racconto di De Puma: “Avevo avuto l’indirizzo e il numero di telefono di un artista-collezionista russo-americano residente a Roma. Immaginate la mia sorpresa quando scoprii che Via del Plebiscito 107 faceva parte dello splendido Palazzo Doria Pamphilj, nel centro storico della città. Nel pomeriggio stabilito venni accolto dalla governante che mi fece attraversare un corridoio impraticabile, stipato di opere d’arte, fino a un vasto salone pieno di mobili antichi italiani di gusto sontuoso, tappeti marocchini e pareti di scaffali carichi di vasi antichi. Da un lato del salone si accedeva a una spaziosa terrazza decorata con piante in vaso, grandi sculture in pietra fiorentina e figure francesi in ghisa del XVIII secolo. Queste ultime fiancheggiavano un’urna cineraria etrusca e frammenti di capitelli romani. La domestica notò il mio stupore. Cercai di fare conversazione: ‘Lavorare qui dev’essere come lavorare in un museo’. ‘Infatti’, rispose lei, ‘quando spolvero, il maestro si accorge subito di ogni oggetto che sposto accidentalmente, anche di pochissimo’”.

La governante servì all’ospite da bere e aggiunse che padrone di casa sarebbe arrivato di lì a poco. Berman era un uomo basso, corpulento e con gli occhiali, vestito con una elaborata veste di seta, pantofole di velluto rosso decorate con arabeschi dorati e un morbido berretto nero ricamato: “Sembrava il bey di qualche dimenticato distretto ottomano dei Balcani. Parlammo a lungo dei vari oggetti della sua collezione mentre passeggiavamo nel salone e poi nelle altre stanze del suo vasto attico disposto su due piani. Le sue osservazioni erano soprattutto di carattere estetico; non sembrava interessato ai dettagli archeologici o al significato culturale delle antichità. La collocazione e la relazione tra tutti gli oggetti della casa sembravano essere state studiate attentamente per ottenere il massimo effetto. Era davvero un museo personale, e, spiegò lui stesso, in continua trasformazione”.

Per ogni vaso il suo gemello

La collezione, acquistata in parte da galleristi anche a New York, ma per lo più sulle bancarelle dei mercatini come Porta Portese, era decisamente eclettica ma “tendeva in generale al primitivo”, ricorda De Puma. La maggior parte dei materiali proveniva da siti etruschi vicini a Roma, tra questi Crustumerium sulla Via Salaria. Berman preferiva la ceramica villanoviana ed etrusca più antica – soprattutto impasto e bucchero – ai vasi etruschi dipinti che imitavano modelli greci: “Possedeva splendidi esempi di scultura cicladica, la cui elegante semplicità avrebbe affascinato molti artisti moderni. Vi erano inoltre diverse urne cinerarie etrusche in pietra e sculture in terracotta, tra cui il coperchio di un grande sarcofago tuscaniese. Gore Vidal, che all’epoca era suo vicino di casa e possedeva dipinti sia di Eugene sia del fratello Léonid, racconta che il regista americano John Huston vide la collezione etrusca di Berman e si offrì di comprarla immediatamente, ma la proposta venne rifiutata”.

In tutta questa magnificenza dominava la simmetria: “Ogni scaffale, ogni parete, ogni tavolo o cassone era organizzato secondo una rigorosa disposizione simmetrica. Questo spiegava la presenza di numerosi ‘gemelli’ nella collezione: coppie abbinate di kantharoi in bucchero, maschere africane e altri oggetti. Mentre attraversavamo lentamente le stanze, mi accorsi spesso che Berman, pur continuando la conversazione, stava meticolosamente — oserei dire ossessivamente — riallineando oggetti spostati di pochi millimetri. Ripensai al commento della governante”.

La mostra americana sugli Etruschi, “un lavoro di cinque anni e molti cambiamenti”, resterà aperta al Legion of Honor fino al 20 settembre dopodichè passerà, dal 31 ottobre fino al 14 marzo 2027, al San Antonio Museum of Art. “Noi speriamo che dopo possa andare a Villa Giulia”, auspica De Puma: “Se ne è parlato, ma ancora non c’è nulla di sicuro”. (@EtruscanTimes)

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