Dagli ori del Louvre all’askos del British Museum: il corredo François torna, per un tratto, a Villa Giulia

Alessandro François (1796-1857)

ROMA, 30 GIUGNO 2026 – Le vicende che seguirono la scoperta della Tomba François, avvenuta nel  1857 e così chiamata dal nome del suo scopritore, l’archeologo fiorentino Alessandro François, determinarono la dispersione dei reperti del corredo funerario sul mercato antiquario internazionale, secondo una prassi allora assai diffusa. Ancora oggi è difficile stabilire con precisione quanti oggetti siano stati effettivamente rinvenuti nella sepoltura. E’ quindi prezioso ogni tentativo di rimettere in relazione, almeno sul piano scientifico e museale, ciò che il tempo, il mercato e il collezionismo hanno separato: come la mostra che si è appena aperta a Villa Giulia.

Luana Toniolo all’inaugurazione della mostra

Inaugurata martedì 30 giugno al Museo Nazionale Etrusco, la mostra celebra l’acquisizione da parte dello Stato del celebre ciclo pittorico. Per la prima volta il pubblico può apprezzare gli affreschi nella loro nuova sede e, insieme ad essi, alcuni dei reperti del corredo funerario esposti temporaneamente in Italia. Questo ritorno costituisce una nuova tappa in una lunga storia di vendite, passaggi di proprietà, collezionismo e prestiti che la ricerca archeologica e antiquaria è riuscita a ricostruire almeno in parte.

Castello di Musignano

Al termine dello scavo della Tomba François, tutto il materiale di corredo fu trasferito al Castello di Musignano, vicino a Canino (VT), che ancora oggi è di proprietà dei Torlonia. Gli oggetti più preziosi e di piccole dimensioni — gioielli in oro e argento — vennero singolarmente avvolti e conservati all’interno di un vaso. Non sembra però che sia mai stato redatto un inventario completo dei materiali rinvenuti. Alessandro François si era ripromesso di prepararlo al suo ritorno a Vulci, previsto per il mese di novembre, ma il progetto non si realizzò mai: morì improvvisamente a Firenze il 9 ottobre 1857. I suoi tre figli non vollero proseguire l’opera paterna e, d’accordo con il principe Alessandro Torlonia, decisero di rescindere il contratto di lavoro e di spartirsi i reperti del corredo; gli affreschi, invece, rimasero di proprietà dei Torlonia, in quanto titolari del fondo in cui si trovava la tomba.

A.N. des Vergers

Fu Adolphe Noël des Vergers (1805-1867), archeologo francese e compagno di scavi di François, a occuparsi della divisione del materiale. L’antiquario romano L. Depoletti venne incaricato di stimarne il valore e compilò un elenco dei reperti divisi per tipo e non per provenienza. Quella scelta, solo in apparenza pratica, rappresentò la prima frattura documentaria dell’unità del corredo funerario, che fino ad allora François aveva cercato di preservare. Nel marzo del 1860 tutti gli oggetti furono trasferiti a Roma e affidati all’Istituto di Corrispondenza Archeologica per il restauro. Nel giugno dell’anno successivo il materiale venne diviso in due lotti di valore ritenuto equivalente: il lotto A fu assegnato agli eredi François, rappresentati da des Vergers, mentre il lotto B andò al principe Torlonia.

Da quel momento gli oggetti seguirono percorsi differenti. Gli ori, per esempio, furono venduti direttamente al Musée Napoléon III di Parigi e confluirono poco dopo nelle collezioni del Louvre. Il lotto spettante agli eredi François passò invece quasi subito nelle mani di des Vergers, come dimostra il catalogo di vendita da lui pubblicato nel 1867. Da lì in poi il cammino dei reperti diventò più fitto e intricato, fino a raggiungere destinazioni diverse.

Luana Toniolo davanti all’Anfora a figure rosse del Pittore di Syleus ora in mostra a Villa Giulia

L’anfora a figure rosse del Pittore di Syleus, uno degli oggetti più antichi del corredo, fu acquistata da E. Piot e successivamente entrò nelle collezioni dei Musées royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles. Si tratta di un pezzo peculiare non solo per la sua antichità all’interno del contesto, ma anche per la forma atipica del suo puntale. Sul corpo si snodano su due registri decorazioni articolate su scene complesse e dinamiche: in alto una scena di gigantomachia (lo scontro tra i giganti e gli dei) e Teseo in lotta contro il toro di Maratona, in basso una centauromachia (lotta tra eroi e centauri). Altri pezzi furono comprati dall’antiquario Alessandro Castellani e in seguito rivenduti ad altri collezionisti e musei.

Questa dispersione è purtroppo comune alla maggior parte dei contesti provenienti da Vulci ed è uno dei motivi che hanno portato alla nascita del progetto Vulci nel Mondo, che si propone di riunire in un unico ambiente digitale oggetti oggi conservati in musei di tutto il mondo. Il database non annulla la distanza fisica tra i reperti, ma prova a recuperarne le relazioni: provenienze, passaggi collezionistici, documenti, confronti, memoria archeologica.

Tra gli oggetti visibili al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, in esposizione fino a dicembre 2026, figurano diversi gioielli conservati al Louvre: oltre ad anelli con gemme anche una collana composta da perle d’oro e d’ambra e alcune splendide paia di orecchini in oro, tra cui esemplari particolarmente elaborati con pendenti a forma di cigno.

Questi ultimi presentano il disco principale ornato da una rosetta a sei petali compresa dentro fili d’oro lisci e godronati (cioè lavorati a rilievo). Dal disco partono sei catene d’oro che terminano in molteplici forme, a fiore, pietra, oppure a ghianda. Il cigno pendente è fissato tramite un gancio. Il becco dell’uccello è aperto, il collo è piegato e le ali sono chiuse sul corpo smaltato di bianco: un capolavoro di oreficeria, utilizzato come modello per le creazioni ottocentesche del laboratorio Castellani. Sono oggetti minuti, preziosi, ma tutt’altro che marginali: raccontano gusto, status, reti di scambio e capacità artigianali di altissimo livello.

Gli orecchini con pendente a cigno (foto: Musée du Louvre)

Dal British Museum provengono invece non solo gioielli, ma anche alcuni reperti ceramici di grande rilevanza. Tra questi spicca un vaso a forma di leone del cosiddetto Gruppo Clusium, presentato già all’epoca della scoperta come uno degli oggetti più belli della collezione.

Le ceramiche del British Museum esposte nella mostra a Villa Giulia

È possibile seguirne le tracce nei documenti ottocenteschi: nelle schede di Depoletti compare come «rhyton rappresentante un leone», mentre nel catalogo di vendita di des Vergers del 1867 è descritto come «guttus in forma di leone». Si tratta evidentemente dell’askos oggi conservato al British Museum, venduto all’istituzione da Castellani insieme ad altri materiali provenienti dalla tomba.

Fanno parte dell’esposizione anche alcuni oggetti la cui appartenenza al corredo della Tomba François, per le manomissioni subite e per la storia complessa delle divisioni ottocentesche, non può essere dimostrata con assoluta certezza, ma appare estremamente probabile. È il caso del rhyton a vernice nera terminante con cavallo rampante o della coppia di orecchini d’oro decorati con la tecnica della granulazione e pendenti a forma di gallo.

Copie Ruspi a Villa Giulia

L’esposizione rappresenta dunque una rara occasione per ricomporre, almeno in parte, le diverse componenti del sepolcro, ponendo in dialogo i materiali del corredo e le pitture parietali. L’unico precedente risale alla mostra organizzata quasi quarant’anni fa in occasione del 150° anniversario della fondazione del Museo Gregoriano Etrusco, dal 20 marzo al 17 maggio 1987, quando alcuni materiali furono esposti accanto alle copie Ruspi delle pitture tombali. Anche queste ultime sono oggi esposte in prestito a Villa Giulia, dove contribuiscono a ricostruire la complessa storia documentaria del sepolcro.

La novità, oggi, è che questa ricomposizione avviene nel momento in cui gli affreschi originali tornano finalmente alla fruizione pubblica. La Tomba François resta a Vulci, il suo corredo continua a essere diviso tra più musei, ma a Villa Giulia si apre una possibilità preziosa: leggere insieme ciò che la storia aveva separato. Per un sepolcro che ha conosciuto partenze, strappi e dispersioni, è già una forma importante di ritorno. (@EtruscanTimes)

Eliana Pillitteri
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