Apre in California la più ambiziosa mostra sugli Etruschi mai organizzata fuori dall’Italia

SAN FRANCISCO, 27 APRILE 2026 – C’è voluto quasi un decennio di lavoro, una rete internazionale di musei e studiosi, e soprattutto una determinazione ostinata nel riportare alla luce una civiltà rimasta troppo a lungo, almeno negli Stati Uniti, ai margini degli studi sull’Occidente antico. Ora, con The Etruscans: From the Heart of Ancient Italy, il Legion of Honor Museum di San Francisco, in California, si prepara ad accogliere la mostra etrusca più ampia mai organizzata fuori dall’Italia.

Oltre 150 opere – bronzi, terrecotte, gioielli d’oro, iscrizioni – compongono un percorso che promette di ridefinire oltreoceano la percezione di un popolo spesso ridotto a una nota a piè di pagina tra Grecia e Roma e che qui, invece, torna protagonista.

Renée Dreyfus

“Una sorta di Cenerentola dell’antichità classica“, li definisce, in una intervista a Etruscan Times, Renée Dreyfus, curatrice della mostra (oltreché “George and Judy Marcus Distinguished curator in charge of ancient art” del museo di San Francisco). “In America, molti non sanno neppure chi siano”. È da questa consapevolezza che nasce l’impianto della mostra, aperta a San Francisco dal 2 maggio al 20 settembre, e poi in una seconda tappa a San Antonio, in Texas: un racconto didattico ma ambizioso, pensato per un pubblico che parte da zero o quasi. Già il titolo – “Dal cuore dell’Italia antica” – è una dichiarazione programmatica: collocare geograficamente e culturalmente una civiltà che, tra IX e I secolo a.C., dominava la penisola prima dell’ascesa romana.

Gli Etruschi dominatori dei mari

“Negli ultimi quindici anni, gli Etruschi hanno suscitato un interesse crescente nei campi dell’archeologia e della storia antica, non solo in Italia ma soprattutto a livello internazionale. Importanti mostre recenti si sono svolte nei Paesi Bassi, in Canada, in Francia, in Germania, in Corea del Sud, in Spagna e negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, è stato pubblicato un gran numero di volumi, sia introduttivi sia di sintesi, con l’obiettivo di presentare l’Etruria a un pubblico più ampio e di aggiornare lo stato della ricerca in un contesto internazionale”, ha scritto il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, nella prefazione al catalogo pubblicato in occasione della mostra.

Secondo Osanna, “la leggendaria abilità marinara degli Etruschi fu ricordata in seguito anche in relazione alla pirateria (già celebrata nell’inno omerico a Dioniso) e alla talassocrazia, ovvero al dominio sui mari. La creazione di una rete culturale dal Mediterraneo orientale fino all’Italia e all’Europa, mediata soprattutto da vettori fenici e greci, rappresentò uno dei primi passi di quella che oggi chiamiamo civiltà occidentale”.

Il percorso della mostra si apre con un’installazione immersiva: immagini aeree della Toscana, tombe dipinte di Tarquinia e Cerveteri, paesaggi che introducono lo spettatore in un mondo insieme familiare e distante. È il primo passo di una narrazione costruita «oggetto per oggetto», come spiega la Dreyfus, per restituire vita, credenze e innovazioni di questo popolo.

Il Fegato di Piacenza

Tra i pezzi più significativi arrivati a San Francisco c’è il celebre Fegato di Piacenza, modello bronzeo utilizzato per la divinazione, esposto per la prima volta fuori dall’Italia anche per attirare l’attenzione, nelle intenzioni delle autorità del capoluogo emiliano, su quanto la città può offrire in fatto di arte e turismo. È esposto accanto al Liber Linteus (La Mummia di Zagabria) – il più lungo testo etrusco conosciuto, ora conservato al Museo archeologico della capitale croata – e a una serie di reperti iscritti che testimoniano i progressi nello studio della lingua.

29 istituzioni coinvolte nei prestiti

Ma è soprattutto la qualità e varietà dei prestiti a colpire: 29 istituzioni coinvolte, tra cui il British Museum, il Louvre, il Victoria and Albert Museum, il Metropolitan Museum of Art, i musei di Boston, Cleveland e Chicago, oltre ai grandi musei italiani (in prima battuta il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, da cui proviene, tra l’altro, uno specchio con il mito di Uni che allatta Ercole adulto) a al Museo Gregoriano Etrusco.

The Legion of Honor Fine Arts Museum of San Francisco

Proprio dai contesti funerari arrivano alcune delle opere più spettacolari. Il sontuoso corredo della tomba Regolini-Galassi – con ori, argenti e oggetti rituali – introduce il visitatore alla concezione etrusca dell’aldilà: non una fine, ma una transizione. I defunti portavano con sé banchetti, utensili e beni preziosi, immaginando una continuità della vita oltre la morte. È qui che emerge uno dei temi più affascinanti della mostra: il ruolo delle donne. «Avevano uno status più elevato rispetto ad altre società contemporanee», sottolinea la curatrice, e i materiali esposti – tombe femminili ricchissime, specchi decorati, oggetti personali – lo confermano.

Il racconto prosegue con la produzione ceramica – impasto e bucchero – e con la metallurgia, vero cuore tecnologico della civiltà etrusca. Ricca di rame, stagno e ferro, l’Etruria divenne un centro di eccellenza nella lavorazione del bronzo, esportando oggetti in tutto il Mediterraneo.

Al centro di una rete di scambi nel Mediterraneo

Ed è proprio il Mediterraneo a emergere come spazio vitale di scambi. Una situla con il nome del faraone Bocchoris, proveniente da Tarquinia, testimonia i contatti con l’antico Egitto, al centro dell’intervento del direttore del Museo Archeologico di Firenze, Daniele Federico Maras, nel corso di una giornata di studi organizzata in coincidenza con l’inaugurazione. Non è l’unico oggetto che racconta una rete commerciale e culturale ampia e sofisticata: un uovo di struzzo inciso proveniente dalla tomba di Iside a Vulci e oggi al British Museum, coppe fenicie e oggetti “orientalizzanti” sono alcune delle testimonianze che rivelano l’estesa rete di traffici delle élite della Dodecapoli, mettendo in luce il ruolo degli Etruschi come ponte tra Vicino Oriente, Grecia, Spagna, Europa centrale e Nord Africa all’interno di una rete mediterranea di scambi e contatti culturali. Secondo Osanna, questa è una delle principali ragioni della rinnovata attenzione che oggi gli Etruschi ricevono, in un contesto segnato dagli scambi e dalla globalizzazione.

Tre pezzi da San Casciano dei Bagni

Massimo Osanna (a sinistra) con Sergio Mattarella alla mostra sui Bronzi di San Casciano al Quirinale

Gli studi di etruscologia, d’altra parte, sono stati rivoluzionati negli ultimi anni dagli scavi di San Casciano dei Bagni: tra le novità più attese negli Stati Uniti non potevano mancare tre bronzi riemersi dal fango del Santuario Grande. Gli ex voto anatomici – un braccio, una gamba, un bambino in fasce con bulla – parlano di guarigione, devozione e di una convivenza tra Etruschi e Romani più complessa di quanto si pensasse. “Non si tratta solo di conquista”, osserva la Dreyfus: “In questi santuari si pregava insieme, si condividevano pratiche e lingue”.

Raccolte meno note, la Hearst e Berman

Accanto ai pezzi più famosi, la mostra punta anche su opere meno note, provenienti da collezioni raramente esposte, come quella di Phoebe Hearst, assemblata ai primi del Novecento e oggi al museo di Berkeley, o quella di Eugene Berman, la cui raccolta di oltre tremila pezzi è stata donata alla morte allo Stato italiano, dopo essere stata mostrata a pochi eletti nella residenza dello scenografo hollywoodiano trapiantato a Roma, nel suo appartamento di Palazzo Doria Pamphilj.

Il percorso si chiude con l’eredità: architettura templare, ingegneria idraulica, pianificazione urbana, ma anche elementi culturali come la toga o il sistema numerico, poi adottati e trasformati dai Romani. “Gli Etruschi non sono solo un preludio a Roma”, insiste la curatrice: “Sono innovatori, mediatori culturali, protagonisti di una storia autonoma”.

La mostra è accompagnata dal catalogo firmato dalla Dreyfus con i co-curatori Louise Chu e Richard Daniel De Puma, con contributi di Jeremy Armstrong, Sinclair W. Bell, Vincenzo Bellelli, Alexandra Carpino, Nancy de Grummond, Ingrid Edlund-Berry, Margarita Gleba, Daniele Federico Maras, Valentino Nizzo, Massimo Osanna, Charlotte R. Potts, Bridget Sandhoff, Maurizio Sannibale, Stephan Steingräber, Jean MacIntosh Turfa, Rex Wallace e P. Gregory Warden.

A quasi vent’anni dall’ultima grande esposizione organizzata da Warden negli Stati Uniti, questa mostra segna un cambio di scala e di ambizione: non solo una rassegna di capolavori, ma un tentativo di riscrivere il racconto, sottraendo l’Etruria alla lunga ombra di Roma. Come ha scritto Osanna nel catalogo, furono un ponte tra Mediterraneo ed Europa, “protagonisti di una rete di scambi che anticipa dinamiche oggi definite globali”. Non una civiltà marginale, ma un laboratorio di integrazione culturale: è questa la rilettura proposta oggi dagli studi più recenti.

Opening day Symposium session 1

Opening day Symposium session 2

(@EtruscanTimes)

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