BARBARANO ROMANO (VT), 12 GIUGNO 2026 – Con la presentazione la scorsa settimana al Museo della Necropoli Rupestri di Barbarano Romano, il San Giuliano Archaelogical Research Project ha preso il volo. I ricercatori del team guidato dall’archeologo della Baylor University di Waco (Texas) Davide Zori hanno presentato i risultati di un progetto molto interdisciplinare nato dieci anni fa con l’idea di aprire quante più finestre possibili sul passato usando, oltre alle tradizionali armi dell’archeologia, studi sul DNA, isotopi, materiali, fonti storiche. “Credo che questa sia la direzione della ricerca archeologica di domani”, dice Zori a Etruscan Times tirando le somme della sua esperienza e guardando al futuro.
Quando e’ arrivato a San Giuliano, nel 2015, cosa si aspettava?
Venivo da esperienze di archeologia medievale e vichinga, e uno degli interessi iniziali era capire se alcune domande che avevo affrontato nel Nord Europa potessero essere applicate anche all’Italia centrale. In particolare mi interessava il fenomeno dell’incastellamento, tra XI e XII secolo, la tendenza delle popolazioni rurali a concentrarsi in villaggi fortificati costruiti su alture, spesso attorno a un castello, una torre o una cinta muraria
A Barbarano esiste un importante insediamento medievale, un castello fortificato, e la visione tradizionale era che questi insediamenti si sviluppassero soprattutto nell’XI secolo, in relazione al potere feudale e monastico. Questa interpretazione si basava in gran parte sulle fonti documentarie.
Poi però gli scavi e gli studi di Riccardo Francovich e della sua scuola hanno suggerito una cronologia forse più antica e, in alcuni casi, una dinamica più “dal basso”: comunità locali, villaggi e forme di organizzazione spontanea, non soltanto decisioni imposte “dall’alto” dai signori feudali.
Quando abbiamo sviluppato il progetto a San Giuliano, abbiamo deciso di affrontarlo come uno studio di lungo periodo: circa duemila anni di storia, dalla fioritura della civiltà etrusca fino alla fine dell’occupazione del pianoro e dei pendii circostanti. Il castello di San Giuliano sembra essere stato abbandonato prima del 1300.
In questi duemila anni vediamo le persone spostarsi: vivere sulla sommità del colle, poi ridiscendere, poi tornare di nuovo in altura. Volevamo capire perché le comunità si muovessero in questo modo e come questi spostamenti incidessero sulla loro vita.
E partendo dagli Etruschi?
La prima cosa evidente, quando sono arrivato, era la quantità straordinaria di tombe etrusche. Molte erano visibili solo attraverso i buchi lasciati dai tombaroli, ma non erano state documentate sistematicamente.
Così abbiamo iniziato con una indagine topografica, una ricognizione a piedi, nel parco, per individuare e registrare le tombe. Abbiamo usato GPS, fotografia e documentazione digitale. Oggi abbiamo un database con oltre 600 tombe a camera di epoca etrusca.
Molte di queste tombe erano note, naturalmente. Già negli anni Trenta erano stati scritti studi sulla necropoli, ma mancava una vera mappatura completa. Nemmeno nel parco si conosceva con precisione il numero delle tombe e la loro distribuzione.
Nei primi anni, entrando in alcune di queste tombe saccheggiate, abbiamo visto che nel terreno rimaneva ancora molto materiale: ossa, frammenti ceramici, metalli. Abbiamo quindi usato il database per selezionare alcuni contesti e fare scavi di recupero in tombe già violate.
La domanda era: questi contesti, pur disturbati, hanno ancora un valore scientifico? Dobbiamo pensare a proteggerli? Cosa possiamo imparare da scavi limitati in tombe saccheggiate?
La risposta è che possiamo imparare moltissimo. In una tomba, ad esempio, si vedevano due letti funerari, ma sono stati individuati resti di dodici individui diversi. Questo significa che la tomba era stata usata per molte più deposizioni di quanto non apparisse a prima vista.
Ora stiamo cercando di fare analisi genetiche su quei resti per capire in che misura si trattasse di membri della stessa famiglia, o se alcune persone fossero entrate nel gruppo familiare attraverso matrimoni. L’ipotesi tradizionale è che queste fossero tombe familiari, anche per analogia con necropoli come Orvieto, dove i nomi di famiglia compaiono sulle tombe. Ma oggi abbiamo strumenti scientifici per testare questa ipotesi.
Avete trovato anche tombe più antiche?
La ricognizione includeva anche indagini geofisiche, e abbiamo individuato un’area funeraria più antica rispetto alle tombe a camera: tombe a fossa, legate alla fase di transizione dal mondo villanoviano a quello etrusco. Ne abbiamo scavate dieci. Questi contesti ci permettono di osservare i cambiamenti culturali in corso: il processo attraverso cui queste comunità diventano “etrusche”, o meglio assumono quelle caratteristiche che noi riconosciamo come tipicamente etrusche.
Nel tempo il progetto si è concentrato sempre di più sul periodo etrusco, sulla romanizzazione dell’area e poi sulla rioccupazione medievale del pianoro. Naturalmente il pubblico ama i materiali etruschi: l’archeologia etrusca è affascinante e spesso è quella che attira più attenzione. La scoperta dello scorso anno è stata certamente la più spettacolare.
Che emozione è stata, da archeologo, aprire una tomba intatta?
È stato straordinario. La tomba a camera era all’interno di un tumulo databile al VII secolo a.C. All’interno c’erano più di cento oggetti, tra cui 72 vasi ceramici, due letti funerari e quattro deposizioni: due individui su ciascun letto.
Aprire una tomba a camera intatta è qualcosa che capita una volta sola nella carriera. Nella nostra area nessuna tomba a camera non saccheggiata era mai stata scavata con metodi scientifici moderni. È stato un grande privilegio, e lo abbiamo vissuto come tale.
Per questo abbiamo cercato di coinvolgere tutti: la comunità locale, il Comune di Barbarano Romano, il Parco Marturanum. Barbarano è un paese di circa mille abitanti e ci ha aiutato moltissimo. Il nostro obiettivo è anche restituire qualcosa alla comunità: contribuire alla tutela del patrimonio culturale e, se possibile, allo sviluppo di un turismo sostenibile per Barbarano e per il parco, che è splendido.
Come si presentava la tomba quando l’avete aperta?
Era scavata nel tufo, all’interno di un tumulo circolare. Un profondo dromos conduceva all’ingresso. La porta era chiusa da una singola lastra di pietra vulcanica.
Prima di aprirla abbiamo introdotto una piccola telecamera per capire quali materiali ci fossero all’interno e se vi fossero materiali che richiedessero particolari attenzioni di conservazione, come tessuti, legno o altri elementi organici delicati. Con la telecamera abbiamo visto molti vasi, ma non materiali che richiedessero interventi immediati. Eravamo però abbastanza convinti che la tomba fosse intatta. Quando abbiamo rimosso la lastra, i vasi erano ancora tutti lì. È stato incredibile.
Subito oltre l’ingresso, la camera si apre sui due lati. C’è un letto funerario a sinistra e uno a destra. Ogni letto aveva due poggiatesta scolpiti nella roccia, quindi i defunti dovevano essere disposti con i piedi verso l’ingresso.
Gli oggetti deposti sui letti suggeriscono la presenza di coppie, probabilmente un uomo e una donna su ciascun lato. Su entrambi i lati c’erano oggetti associabili al mondo maschile, come punte di lancia in ferro, e oggetti associabili al mondo femminile, tra cui numerose fibule.
Potrebbero essere padre e figlio con le rispettive mogli?
Possibile, ma è ancora tutto da verificare. Speriamo di poterlo indagare, anche se le ossa sono in condizioni molto cattive. Abbiamo provato a prelevare campioni, ma non sappiamo ancora se sarà possibile ottenere risultati. È un lavoro in corso.
Quale elemento della tomba vi ha colpito di più?
Uno degli aspetti più affascinanti riguarda il letto di sinistra. Accanto alla testa del presunto individuo maschile c’era una coppa di bronzo inserita dentro un vaso ceramico. Il vaso è molto mal conservato, ma si distinguono parti di uccelli acquatici, probabilmente aironi.
Dentro la coppa di bronzo c’era una piccola tazza ceramica fatta a mano. Pensiamo che fosse usata per versare profumi o liquidi rituali. Il liquido sarebbe passato verso il centro del letto e poi attraverso un foro, colando sul pavimento.
Sotto quel foro, sul pavimento, c’era un piatto molto particolare, una ceramica bruna con una sorta di fiore al centro e motivi che sembrano onde, forse marine o forse legate alla pioggia. Questo tipo di piatti è associato all’area falisca.
San Giuliano è una zona di frontiera: tra le influenze di Tarquinia e Cerveteri, tra Etruschi e Falisci, più tardi tra Longobardi e area papale. Uno dei temi generali del nostro progetto è proprio capire come queste influenze agissero in una regione di confine.
In questa tomba vediamo già la presenza di oggetti e simboli che rimandano a mondi diversi. È molto interessante immaginare che chi si prese cura dei defunti abbia posto un piatto falisco sotto il letto per raccogliere i liquidi versati durante il rituale funerario.
Naturalmente è passato solo un anno dalla scoperta e siamo ancora all’inizio delle analisi. Ma questa è una delle storie che sono emerse subito e che ci hanno affascinato.
Come nasce il nome della tomba?
Il nome nasce da due vasi decorati con uccelli dalle lunghe zampe. Uccelli acquatici. Gli Etruschi li amavano, forse perche’ li associavano all’idea di emergere dall’acqua, o dal mondo sotterraneo, e tornare alla superficie. Mi e’ sempre piaciuta questa parte dell’iconografia etrusca.
Nel nostro sistema di documentazione le tombe hanno nomi tecnici molto poco evocativi: questa, ad esempio, era D15-005. In Italia però un nome così non funziona. Volete dare alle tombe nomi memorabili. Così, vedendo questi vasi con gli uccelli, abbiamo scelto un nome più evocativo.
Anche le tombe saccheggiate, però, vi danno molte informazioni.
Sì, ed è un punto importante. Di solito uno resta deluso quando scava una tomba già violata e trova solo ossa, o frammenti, o poco altro. Per noi invece anche un vaso rotto può dare moltissime informazioni.
I tombaroli tendono a portare via gli oggetti più preziosi, ma lasciano spesso ceramica comune, frammenti, bucchero, ossa. Tutto questo per noi è prezioso.
Con quali specialisti lavorate?
Abbiamo diversi specialisti. Le ossa umane sono analizzate da Jacqueline Eng. Abbiamo anche zooarcheologi, che studiano i resti animali, e specialisti di isotopi, DNA, botanica e materiali.
Le domande principali sono: chi erano queste persone? Erano locali? Appartenevano alla stessa famiglia? Qual era il loro stato di salute? Ci sono differenze tra una tomba e l’altra, o tra aree diverse della necropoli?
Stiamo cercando di campionare tombe da zone diverse di San Giuliano per capire se le persone si sposassero con individui provenienti da altri luoghi, magari dall’area falisca o da altre comunità vicine. Vogliamo capire se c’era mobilità, se c’erano matrimoni misti, quanto fossero aperte queste comunità.
Un altro aspetto umano del progetto sono gli studenti. Ne avete portati circa 250 in questi anni. Che esperienza fanno?
Il nostro obiettivo è formarli nei metodi di base dell’archeologia. Li facciamo partecipare a diverse attività: ricognizione, scavo di tombe saccheggiate, scavo di contesti intatti quando possibile, e scavi in area aperta, come quello del castello medievale sul pianoro.
Sul castello gli strati sono complessi: livelli di abitazione, rifiuti, fasi di vita diverse. Negli ultimi anni abbiamo trovato anche sepolture medievali, scavate dentro livelli etruschi più antichi. È un contesto stratigraficamente molto interessante.
Gli studenti imparano a usare droni, fotocamere, stazione totale, sistemi di mappatura, registrazione tridimensionale dei reperti e software GIS. Sono competenze trasferibili anche ad altri contesti archeologici, non solo in Italia.
Detto questo, per molti di loro venire in Italia è sempre una grande esperienza. In questi giorni sono a Roma con loro per visitare musei e siti culturali. Per studenti tra i 19 e i 23 anni, uscire dalla propria “confort zone” e vivere in un’altra cultura è qualcosa che può cambiare la vita.
Alcuni studenti tornano per un secondo o terzo anno, e sviluppano un proprio progetto di ricerca all’interno del nostro progetto più ampio. Abbiamo già avuto diverse tesi di laurea basate sui dati di San Giuliano. Gli studenti partecipano al recupero dei dati, poi alla loro analisi, e infine alla scrittura. Questo è fare ricerca.
Il progetto ha anche un forte rapporto con la comunità locale.
Sì, ed è una delle cose di cui sono più orgoglioso. Ho studiato all’estero a Firenze da studente e ho amato quell’esperienza, ma eravamo americani a Firenze, uno dei tanti gruppi. Ho imparato moltissimo, ma non so quanto abbiamo davvero restituito alla comunità locale.
A Barbarano è diverso. Sento che contribuiamo al museo, alla comunità, al parco. Gli studenti lo percepiscono: vedono che il loro lavoro ha un valore anche per le persone del posto. In un piccolo paese come Barbarano l’interazione è molto diversa da quella che si avrebbe passando sei settimane in una grande città.
Per lei è anche un progetto familiare.
Sì, lo è. Mia moglie è archeologa anche lei. Si occupa di produzione artigianale e imperi nell’area andina, soprattutto Perù e Cile. Io lavoravo soprattutto su Scandinavia medievale, mondo vichingo e Nord Atlantico. Per anni io andavo in Islanda e lei in Sud America. A un certo punto ci siamo chiesti se esistesse un luogo dove entrambi potessimo applicare i nostri metodi e i nostri interessi. Io volevo restare in Europa, lei era interessata all’Italia. San Giuliano è diventato quel luogo.
Avevamo due figli piccoli, e questo progetto ci ha permesso di portarli con noi. Sono venuti anche i nonni: non è stato difficile convincerli a passare un mese in Italia. Per anni hanno affittato un appartamento a Barbarano e si occupavano dei bambini. Così anche loro sono diventati parte del progetto.
I miei figli sono cresciuti con lo scavo. Mio figlio ora ha 16 anni; quest’anno arriverà più tardi perché vuole seguire alcune partite dei Mondiali. Mia figlia invece è già qui. Quindi sì, è davvero un affare di famiglia.
Quanto dura la campagna di scavo?
Restiamo nell’area fino all’11 luglio. Poi lo scavo chiude fino all’anno successivo. Di solito lavoriamo da fine maggio a metà luglio, adattandoci al calendario dei semestri estivi delle università americane. Il problema, come sempre, è trovare fondi. Una scoperta importante aiuta ad attirare attenzione, ma allo stesso tempo rende tutto più costoso, perché servono più analisi, più specialisti, più conservazione. I finanziamenti entrano da una porta ed escono subito dall’altra. (@EtruscanTimes)

