Esce “Le piante degli Etruschi”: Isabella Dalla Ragione spiega perché semi e frutti sono documenti archeologici

CITTÀ DI CASTELLO (PG), 21 GIUGNO 2026 – Un libro sugli Etruschi può cominciare da un vaso, da una tomba, da un bronzo, da un’iscrizione. Ma anche da un fico, da un nocciolo, da un corbezzolo, da una melagrana. Ed è proprio quest’ultima la strada, meno battuta ma sorprendentemente fertile, scelta da Le piante degli Etruschi. Storie di popoli e cibo, il volume pubblicato da Morlacchi Editore, curato da Valeria Negri e presentato il 21 giugno a Bettona, nel Complesso Monumentale di San Crispolto.

Appena pubblicato nella collana di scienze agrarie dell’editore perugino, le 400 pagine del libro tengono insieme archeologia, archeobotanica, agronomia, genetica e storia dell’alimentazione. Il punto di partenza è semplice solo in apparenza: raccontare gli Etruschi attraverso le piante. Non come decorazione di sfondo, né come repertorio botanico per specialisti, ma come chiave di accesso a una civiltà. Perché una civiltà antica non si riconosce soltanto dai suoi reperti archeologici, ma anche da ciò che raccoglieva, coltivava, mangiava, fermentava, offriva agli dei, deponeva nelle tombe, raffigurava sulle pareti o, magari, dimenticava nei sedimenti.

Le piante degli Etruschi nasce appunto da questa prospettiva. E’ un viaggio “tra storia, natura e scienza”, capace di mostrare quanto profondamente le piante abbiano contribuito alla nascita e allo sviluppo delle civiltà: dalle prime forme di raccolta alla domesticazione, dalla coltivazione delle specie alimentari alla trasmissione di varietà che possono rappresentare, ancora oggi, un’eredità vivente.

Ma per cogliere davvero il senso del volume bisogna entrare nel mondo di Isabella Dalla Ragione, agronoma, studiosa di biodiversità, presidente della Fondazione Archeologia Arborea, coautrice del libro e custode di una straordinaria collezione di alberi da frutto antichi. Non un archivio di carte, ma un archivio di rami, semi, innesti, sapori, forme e memorie.

Isabella Dalla Ragione al lavoro nel frutteto

Dalla Ragione vive e lavora nella campagna di Città di Castello, dove ha sede il cuore della sua Archeologia Arborea: un frutteto-collezione costruito in decenni di ricerche, sette ettari e circa seicento piante, un archivio vivente di varietà antiche salvate dall’abbandono.

“Il mio lavoro è ricerca e conservazione”, racconta Dalla Ragione a Etruscan Times. “Mi occupo di biodiversità, di restauri storici di pomari e frutteti storici. La collezione è stata creata in quarant’anni di lavoro, prima da mio padre Livio e poi da me. Sono vecchie e antiche varietà di piante da frutto: alcune possono avere un’origine molto antica, prudenzialmente intorno ai 1500 anni”.

Naturalmente 1500 anni, rispetto agli Etruschi, sono quasi ieri. Ma rispetto alla storia dell’agricoltura moderna sono un abisso. Quelle piante non sono “etrusche” in senso stretto, e sarebbe scorretto presentarle così. Sono però testimoni di una lunga continuità rurale: varietà salvate dall’abbandono, nomi tramandati oralmente, gesti agricoli sopravvissuti, strumenti che talvolta conservano forme antichissime. “Ci sono roncole”, osserva Dalla Ragione, “che hanno forme particolari: ne ho viste di simili nei musei, reperti romani con la stessa sagoma, usati per la vigna. Sono forme essenziali, rimaste quasi uguali per secoli”.

È qui che la parola Archeologia Arborea diventa più di una bella formula. È un metodo. Significa cercare le piante come si cercano i reperti; riconoscere una varietà antica come si riconosce una ceramica; salvare un frutto dimenticato come si salverebbe un frammento di affresco. L’azienda di Dalla Ragione non è un museo tradizionale. È un luogo vivo, fragile, costoso da mantenere, dove la conservazione passa attraverso la potatura, l’innesto, la raccolta, lo studio e la trasmissione.

Diversità di Fichi

Da qui si può tornare agli Etruschi con uno sguardo nuovo. Che cosa mangiavano? Quali frutti conoscevano? Quali piante usavano? “In particolare, per le piante da frutto”, spiega Dalla Ragione, “sappiamo qualcosa dai reperti archeologici e dagli studi di archeobotanica. Le specie che ricorrono sono molte: il prugnolo selvatico, il sambuco, il sorbo comune, il nocciolo, il corniolo, il corbezzolo. E poi il fico, che era il re di tutte queste piante, perché era già qui”. Una geografia vegetale fatta di specie spontanee e coltivate, di bosco e di campo, di alimentazione quotidiana e forse anche di usi rituali o conviviali. “Mangiavano i fichi, mangiavano le castagne”, dice Dalla Ragione. “Sono stati ritrovati reperti di castagno, e poi molti frutti spontanei. Il nocciolo tantissimo, perché ha un grande valore energetico”.

Prugnolo selvatico

Particolarmente suggestivo è il caso del prugnolo selvatico, il Prunus spinosa. “Sono stati ritrovati moltissimi noccioli raggruppati”, racconta Dalla Ragione. “Da questi ritrovamenti si desume che venissero utilizzati forse per fermentazioni, per farne bevande. Il fatto che fossero tanti noccioli insieme fa pensare a un uso diverso dal semplice consumo alimentare”.

Qui il mondo delle piante entra subito in contatto con un altro grande tema etrusco: il banchetto. Le scene conviviali delle tombe, le coppe, i crateri, la musica, la danza, il vino, le coppie distese sulle klinai raccontano una civiltà in cui il mangiare e il bere hanno valore sociale, aristocratico, rituale. Ma dietro la grande immagine del vino e dell’olio esiste un universo più minuto: bacche, frutti, preparazioni fermentate, cibi stagionali, piante spontanee, legni, semi, aromi. È un mondo meno monumentale, ma non meno rivelatore.

L’archeobotanica diventa allora una forma di interrogatorio del passato. Non tutto si può sapere, e Dalla Ragione è la prima a muoversi con prudenza: “Possiamo riconoscere le specie, non sempre le varietà”. Ma proprio la prudenza rende più interessante il discorso. Un seme carbonizzato, un nocciolo, una concentrazione di resti vegetali non sono dettagli secondari: sono documenti. Indizi che permettono di ricostruire consumi, ambienti, scambi, tecniche, preferenze.

Rincorrendo la melagrana

C’è poi il grande tema delle immagini. Gli Etruschi hanno dipinto animali con una vivezza sorprendente: cavalli, uccelli, felini, delfini, creature fantastiche. Ma le piante, nota Della Ragione, seguono un destino diverso. “Negli affreschi etruschi gli animali sono riprodotti in maniera straordinaria, molto moderna, molto avanzata. Le piante invece sono riprodotte in maniera schematica, geometrica, non fedele alla realtà. Non c’è verso di riconoscerle con sicurezza”.

È un’osservazione preziosa, perché corregge molte tentazioni interpretative. La vegetazione etrusca dipinta non va sempre letta come un erbario. Spesso costruisce uno spazio simbolico, accompagna il passaggio nell’aldilà, evoca natura, fertilità, vita e morte, ma non consente una classificazione botanica precisa. Tuttavia esiste un’eccezione importante: la melagrana.

Tomba Golini (Orvieto)

“La melagrana è l’unico frutto rappresentato molto frequentemente”, dice Dalla Ragione. “Non è originaria del Mediterraneo, viene dall’Iran, ma evidentemente era già arrivata nell’Etruria. Si riconosce bene, e ci sono reperti meravigliosi”. Tra gli esempi cita la Tomba Golini di Orvieto, dove in una scena di banchetto si vede una melagrana sul tavolo, e una scultura in avorio conservata al Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria di Perugia.

 

La melagrana è un piccolo trattato di storia mediterranea: frutto venuto da lontano, simbolo di fertilità e rinascita, presenza nel banchetto e nell’immaginario funerario. La sua diffusione racconta contatti, adattamenti, scambi. Ricorda che l’Etruria non fu mai un mondo chiuso, ma un sistema aperto, attraversato da merci, idee, artigiani, oggetti, alimenti, specie vegetali. Le piante viaggiano come viaggiano i vasi e i miti: arrivano, si acclimatano, cambiano significato.

Anche la vite rientra naturalmente in questa storia. “La vite è un frutto, e lo è anche l’uva”, ricorda Dalla Ragione, sottolineando però che molte piante hanno vicende complesse, tempi lunghi di arrivo, diffusione e trasformazione. Il Mediterraneo antico è un grande laboratorio di mobilità biologica: alcune specie sono autoctone, altre arrivano dall’Oriente, altre ancora si diffondono più tardi con i Romani, con gli Arabi, con le rotte commerciali medievali.

Proprio per questo il libro curato da Valeria Negri è importante. Non offre una nostalgia verde del passato, ma un approccio scientifico e culturale. Negri, già professoressa di Genetica nelle Università di Torino, Ancona e Perugia, ha lavorato sulla domesticazione e l’evoluzione delle specie coltivate, sulla salvaguardia della diversità, sulle varietà locali e sull’agricoltura biologica. Il volume porta dunque gli Etruschi dentro una riflessione contemporanea: biodiversità, paesaggio, memoria alimentare, crisi delle varietà locali, rapporto tra patrimonio naturale e patrimonio culturale.

Alla presentazione di Bettona, avvenuta con il sostegno del Comune di Bettona, della Biblioteca comunale “Bianco Piccolpasso”, della Pro Loco Bettona e della rete dei Borghi più belli d’Italia, accanto al sindaco Valerio Bazzoffia e con il coordinamento di Gianluca Galliper Morlacchi Editore, sono intervenuti i coautori Paola Arcaleni, Valeria Negri, Renzo Torricelli e la stessa Isabella Dalla Ragione. Non è secondario che l’incontro si sia svolto in Umbria, in un territorio dove Etruschi, Romani, Medioevo e civiltà rurale si sovrappongono continuamente. Qui parlare di piante significa parlare anche di paesaggio, di colline, di alimentazione, di continuità e fratture.

Alla fine, il valore di Le piante degli Etruschi sta proprio in questo spostamento dello sguardo. Non sostituisce il vaso con il fico, la tomba con il nocciolo, l’affresco con la melagrana. Li mette in relazione. Mostra che la civiltà etrusca non viveva in uno spazio astratto, ma in un ambiente vegetale concreto, fatto di boschi, campi, frutteti, vigne, semi, bacche, legni e simboli. Un ambiente che nutriva, proteggeva, ispirava, accompagnava i vivi e forse anche i morti. (@EtruscanTimes)

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