Etruschi e Veneti, a Milano una mostra diversa: Giovanna Forlanelli racconta la scommessa della Rovati

MILANO, 4 OTTOBRE 2026 – Non sarà la stessa mostra di Venezia trasferita a Milano. E non potrebbe esserlo. Quando mercoledì 14 ottobre si apriranno alla Fondazione Luigi Rovati le porte di Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari, il visitatore ritroverà il grande tema scientifico che ha animato l’esposizione di Palazzo Ducale, ma entrerà in una mostra diversa: più raccolta, costruita sul confronto diretto tra le due civiltà dell’Italia preromana, intrecciata alla collezione permanente e affidata, per alcuni passaggi, anche allo sguardo di un artista contemporaneo.

Giovanna Forlanelli Rovati (Foto E.A. Minerva e A. Sbaffi © MiC)

È proprio questa differenza che interessa particolarmente Giovanna Forlanelli, presidente della Fondazione Rovati. Perché dietro Etruschi e Veneti c’è anche una riflessione più ampia su che cosa significhi oggi coprodurre una mostra, e su come musei e fondazioni possano sottrarsi alla logica dell’esposizione “pacchetto”, costruita una volta e poi trasferita sostanzialmente identica da una città all’altra.

«Bisogna tornare a ricostruire le mostre all’interno dei musei e non prendere le mostre prefabbricate», dice Forlanelli, in una lunga conversazione con Etruscan Times nel suggestivo emiciclo di Villa Giulia. «Per me questa è una delle basi». E precisa: «Quando una mostra è veramente una coproduzione, c’è un’idea di base, c’è la costruzione comune del progetto scientifico, del concept, della scelta degli oggetti. Ma poi ciascuna istituzione mette la propria interpretazione. Non è solo lo spazio a cambiare la mostra: sono le persone, l’istituzione, il suo DNA, i suoi obiettivi».

È esattamente ciò che è avvenuto fra Venezia e Milano. Il progetto è realizzato in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici. I curatori sono Giovanna Gambacurta, Laura Maria Michetti, Giulio Paolucci, Chiara Squarcina e Margherita Tirelli. Ma quella che arriva alla Rovati non è una seconda tappa in senso tradizionale: è, nelle parole del comunicato, un progetto «distinto e complementare» a quello avviato a Palazzo Ducale.

A Venezia, dove la mostra archeologica rappresentava una novità anche per la sede, il percorso disponeva di spazi monumentali: dodici sale dedicate agli Etruschi e dodici ai Veneti, con un apparato necessariamente ampio e didattico. «Noi l’abbiamo interpretata in maniera completamente diversa», racconta Forlanelli. «Da noi Etruschi e Veneti convivono nella stessa vetrina. Abbiamo fatto tutti i confronti. La parte scientifica nasceva proprio dall’idea che, nonostante fossero civiltà con identità diverse, ci fossero affinità e punti di contatto. E noi vogliamo far vedere direttamente questi rapporti al pubblico».

Un punto, questo, sottolineato anche da Laura Maria Michetti, professoressa di Etruscologia alla Sapienza Università di Roma e co-curatrice di entrambe le mostre: “La selezione attenta di oggetti e contesti particolarmente evocativi favorisce un confronto diretto tra queste due culture e fa emergere un rapporto con il sacro complesso e fluido, che ha al centro l’acqua con le sue tante proprietà”

Offerte miniaturistiche della stipe della Banditella di Vulci

Sia a Venezia che a Milano, infatti, il filo conduttore resta l’acqua. Mari, fiumi, porti, sorgenti e acque termali diventano luoghi nei quali leggere insieme religione, guarigione, comunità, commercio e scambi culturali. Terracotta e bronzo, deposizioni nelle acque, oggetti miniaturizzati o deliberatamente defunzionalizzati mostrano pratiche comuni; mentre la monumentalità dei grandi santuari e la ricchezza degli apparati decorativi segnano alcune delle specificità etrusche.

È nei piccoli oggetti, però, che l’approccio milanese emerge con particolare risalto. Forlanelli cita il confronto fra le offerte miniaturistiche del deposito di Banditella, a Vulci, e quelle di Montegrotto: manufatti diversi nella forma, ma accomunati dalla stessa scelta di ridurre l’oggetto destinato alla divinità. «È interessante capire questa vicinanza: il pensiero dell’oggetto piccolo da offrire agli dei, da deporre nelle acque. Sono questi rapporti che cerchiamo di mettere in evidenza». Ma il piccolo reperto archeologico presenta anche un problema: spesso è difficile da vedere, e ancora più difficile da decifrare.

Mauro Ceolin

Da qui una delle novità dell’allestimento Rovati. La Fondazione ha coinvolto Mauro Ceolin, classe 1963, artista milanese da decenni impegnato nell’indagine dei sistemi visivi e delle forme di rappresentazione, chiamandolo a intervenire direttamente sulle vetrine con disegni che isolano e ingrandiscono dettagli altrimenti quasi invisibili.

«Gli abbiamo chiesto di far “esplodere il piccolo”», spiega Forlanelli. «Se hai una laminetta con un guerriero che quasi non riesci a vedere, il disegno sulla vetrina lo amplifica: non hai più bisogno di chiederti che cosa rappresenti. Ma non è una semplice riproduzione. Ceolin è un artista e quello che vediamo è il suo tratto».

Jacopo Taboli di fronte ai reperti di San Casciano esposti a Venezia

L’intervento diventa particolarmente suggestivo nella sezione dedicata a San Casciano dei Bagni. Qui Ceolin rievoca il contesto del ritrovamento delle teste bronzee, disposte attorno a un tronco ligneo infisso nella vasca, quasi fossero le foglie di un albero. L’artista ne ha tracciato la sagoma sulle vetrine, mentre i bronzi sono collocati a differenti altezze, richiamando visivamente il contesto in cui furono rinvenuti. Un dispositivo contemporaneo che non sovrappone un’opera agli oggetti antichi, ma aiuta a renderne immediatamente comprensibile il rapporto con il luogo del ritrovamento.

Anche la selezione dei reperti cambia. Alcuni prestiti veneziani rientrano nelle sedi d’origine; altri rimangono; altri ancora vengono sostituiti. E se a Milano non arriverà Leucotea di Pyrgi, che tornerà in una nuova teca al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, il percorso guadagnerà un altro pezzo importante. Ad aprire la mostra sarà infatti la Thesan di Chianciano, la splendida figura alata in terracotta identificata con la dea etrusca dell’Aurora, proveniente dal santuario dei Fucoli e datata al II secolo a.C. Già presente a Venezia ma, secondo Forlanelli, meno valorizzata, alla Rovati diventa una sorta di prologo dell’esposizione, posta in dialogo con lo specchio di Montebelluna.

L’elegante catalogo della mostra pubblicato da Johan & Levi

C’è poi una novità rispetto al percorso veneziano: un focus sulla Sardegna nuragica e sul rapporto con le acque. Un piccolo nucleo proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, con bronzetti e ceramiche votive legati anche ai pozzi, allarga così il confronto oltre Etruschi e Veneti. «L’ho fortemente voluto», dice Forlanelli. Un ulteriore termine di paragone, che mostra come il rapporto fra acqua, sacro e offerta attraversasse culture diverse dell’Italia antica.

Per la presidente della Fondazione Rovati, però, dietro queste scelte c’è una questione che supera la singola esposizione. Trasporti sempre più costosi, assicurazioni complesse, crisi internazionali che rendono difficili o impossibili alcuni prestiti stanno modificando l’economia e l’organizzazione stessa delle mostre. La coproduzione consente di condividere costi di catalogo e curatela, ricerca e competenze, anche se – avverte – «non significa certo dividere tutto al cinquanta per cento e risparmiare la metà».

Il Palazzo della Fondazione Luigi Rovati

Il vantaggio più profondo è un altro: mettere insieme istituzioni con storie e competenze differenti senza cancellarne l’identità. «La cosa fondamentale è il focus della mostra, il progetto scientifico: quello va costruito insieme. Poi, nel modo in cui lo interpreti espositivamente, entra l’istituzione». È una filosofia che la Rovati ha già sperimentato in altre collaborazioni e che Forlanelli considera particolarmente importante per musei e fondazioni di dimensioni contenute: lavorare con istituzioni più grandi, valorizzare reperti conservati nei depositi, mettere in circolo conoscenze ed esperienze, ma senza rinunciare alla propria fisionomia.

E significa anche chiedere qualcosa di più al pubblico. «Bisogna educarlo a non cercare soltanto il “monster”», osserva Forlanelli. Le grandi mostre possono continuare a esistere, naturalmente, ma accanto ad esse devono trovare spazio esposizioni di ricerca, capaci di proporre periodi meno conosciuti, materiali meno spettacolari, collegamenti inattesi.

L.M. Michetti (a sinistra) con L. Toniolo agli scavi di Pyrgi, da dove provengono molti oggetti della mostra

Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari sarà aperta alla Fondazione Luigi Rovati dal 14 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027. Alla vigilia dell’apertura, martedì 13 ottobre alle 18, Laura M. Michetti, della Sapienza Università di Roma e co-curatrice della mostra, e Jacopo Tabolli, dell’Università per Stranieri di Siena, terranno la conferenza Le ragioni di una mostra. Un titolo, questo, che finisce per descrivere bene anche la scommessa della Rovati: non limitarsi a chiedersi quali oggetti portare a Milano, ma perché esporli, come metterli in relazione e quale storia nuova possano raccontare una volta entrati in un museo diverso. (@EtruscanTimes)

Website |  + posts

Ultime Notizie

Vulci nel Mondo

Il più grande database online di reperti dall' Etruria

Notizie correlate