VULCI, 28 SETTEMBRE 2026 – «Stiamo visitando uno dei luoghi più importanti per le nuove scoperte archeologiche». Alessandro Giuli lo dice davanti agli scavi di Regisvilla, l’antico porto di Vulci, indicando in poche parole il senso della giornata: «C’è molto da scavare, molto da scoprire, grandissime potenzialità». Poi arriva al passaggio istituzionale decisivo: il Ministero della Cultura sta perfezionando il proprio ingresso nella Fondazione Vulci e questo, spiega, «rappresenterà una grande accelerazione», non soltanto sul piano delle risorse, ma per «un’attenzione particolare di Roma» verso una realtà che considera strategica.

Il ministro insiste sul valore di un luogo che tiene insieme città, necropoli, paesaggio e Mediterraneo e che oggi, più che mai, appare come un laboratorio archeologico in piena attività. A rendere ancora più significativo il sopralluogo è il fatto che avvenga a pochi mesi da una delle operazioni più importanti compiute dallo Stato sul patrimonio etrusco negli ultimi decenni: l’acquisto, per 15 milioni di euro, dei 37 pannelli affrescati della Tomba François, rimasti per oltre un secolo di proprietà privata della Famiglia Torlonia. Giuli aveva definito quell’acquisizione «un traguardo storico». Ora il ministro arriva nel luogo dal quale quelle pitture provengono, e insiste per visitare la famosa Tomba, in una fase in cui Vulci non è soltanto chiamata a custodire e valorizzare il proprio passato, ma a confrontarsi con una stagione di nuove scoperte che ne sta continuamente ampliando il peso scientifico, culturale e territoriale.

È probabilmente questa la chiave della prima visita di un ministro della Cultura a Vulci dopo quella di Dario Franceschini, il 20 febbraio 2017: nove anni e sette mesi durante i quali questo angolo di Maremma archeologica è cambiato radicalmente. Franceschini era arrivato in una giornata fredda e piovosa, visitando soprattutto il laboratorio di restauro della Fondazione prima di proseguire per Canino. Oggi Giuli trova un’altra Vulci: non soltanto un luogo celebre per quello che ha restituito nell’Ottocento e nel Novecento, ma forse il cantiere più dinamico e diffuso dell’archeologia etrusca.

Nel 2026 qui si sono moltiplicati scavi, università, équipe italiane e internazionali, ricerche sulla città, sui santuari, sulle necropoli, su un teatro romano e ora persino sul porto. È un’archeologia che procede quasi in tempo reale: si scava, si interpreta, si corregge la pianta, si apre un nuovo cantiere.

La Kore, rinvenuta nell’area del cosiddetto Tempio Nuovo, è stata già esposta al museo dell’Acropoli di Atene. Proprio quel tempio, individuato nel 2021, continua a ridefinire la conoscenza del cuore monumentale della città e a stupire tutti per la sua estensione. E sotto la terra della Polledrara, grazie al progetto Retour à Vulci, riemerge il Grande Tumulo Gsell con la sua tomba principesca.

Per questo la visita di lunedì 28 settembre non ha il tono della tradizionale passerella ministeriale tra monumenti già raccontati. Il verbo dominante è al presente: stiamo scavando, stiamo trovando, stiamo progettando, vogliamo recuperare. E Giuli ascolta, domanda, si china sui reperti, sfoglia documentazioni, entra negli ipogei, osserva i cantieri.

La presidente della Fondazione Vulci, Laura Allegrini, accompagnata dal direttore scientifico Carlo Casi, fa gli onori di casa: presenta gli ospiti al ministro, introduce le tematiche, scandisce la tabella di marcia. Intorno, ci sono la soprintendente per l’Etruria meridionale, Margherita Eichberg; la direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Luana Toniolo (reduce dalla prima giornata di studi sulla Tomba François); la sindaca di Montalto di Castro, Emanuela Socciarelli; il sindaco di Canino, Giuseppe Cesetti; quello di Ischia di Castro, Salvatore Serra. E poi uno stuolo di archeologi, alti ufficiali, giornalisti, funzionari, tecnici, fotografi, televisioni. Ci sono anche il deputato Mauro Rotelli e rappresentanti regionali, fra i quali Daniele Sabatini e Giulio Zelli.

E c’è anche un dettaglio meno archeologico che nelle fotografie diventa difficile ignorare. Giuli, 51 anni (compiuti il giorno prima), affronta polvere, sterrati, scale e dromoi in un completo grigio chiaro sartoriale, asciutto, dalla trama appena percettibile; camicia bianca, cravatta crema stretta da un fermacravatta, pochette bianca con accento bordeaux, una piccola spilla scura sul rever e orologio classico. Ai piedi, monk strap nere a doppia fibbia. Un’eleganza italiana contemporanea, leggermente dandy ma controllata. Il contrasto con la terra degli scavi è talvolta quasi cinematografico.
La città che non finisce di emergere
La prima parte del percorso serve a dare al ministro la misura fisica di Vulci. E non è facile. Vulci non è un tempio, una necropoli, un museo: è una città intera, una delle più grandi metropoli dell’Etruria marittima, distesa su un pianoro di oltre cento ettari e circondata da necropoli. Si procede fra le strutture della città etrusca e di quella romana, con il direttore scientifico del Parco, Casi, che indica, racconta, ricorda lavori vecchi e nuovi. Il seguito si allunga e si ricompatta continuamente.

Qualcuno cerca di sentire le spiegazioni, altri approfittano di pochi metri di cammino per parlare con il ministro e illustrargli nuovi progetti: ad esempio quello di Vulci nel Mondo, che, in collaborazione con la Sapienza, ricostruisce virtualmente il grande patrimonio vulcente, disperso nei musei e nelle collezioni internazionali.

Le fotografie restituiscono bene i movimenti del ministro: Giuli passa accanto alla Domus del Criptoportico, ammira il Mitreo, osserva dall’alto la città scavata, si ferma davanti a ricostruzioni e materiali. Intanto, sullo sfondo, pascola una mandria di vacche maremmane.

Si parla anche di cose apparentemente meno spettacolari, ma decisive per il futuro del Parco: le coperture ormai vecchie di trent’anni, danneggiate dal vento; la sistemazione della Tomba dei Soffitti Intagliati; i lavori nell’area di Ponte Rotto; la possibilità di ricostituire un percorso ad anello che colleghi la Tomba François; il recupero della strada basolata. E’ un mosaico di interventi per centinaia di migliaia di euro e il problema costante della manutenzione di un’area enorme.

Qui si coglie il significato più concreto dell’ingresso del Ministero nella Fondazione. Non soltanto denaro. Giuli lo ripete esplicitamente: si tratta dell’«attenzione particolare di Roma» a una realtà che ha bisogno di trasformare la straordinaria stagione scientifica in continuità amministrativa, conservazione, accessibilità e racconto. È anche una questione territoriale. Vulci non può rimanere un’isola archeologica circondata da un paesaggio che non riesce a tradurre la ricerca in economia culturale, turismo, servizi e lavoro.
Dentro la tomba degli affreschi ritrovati
Poi il corteo abbandona la luce del pianoro, supera il tumulo della Cuccumella, costeggia la Tomba delle Iscrizioni e arriva fino alla Tomba François. Qui la giornata cambia registro. Tre mesi prima Giuli era stato a Villa Giulia per celebrare l’acquisizione da parte dello Stato dei celebri pannelli dipinti, staccati dalla tomba nel 1863 e rimasti per oltre un secolo “nascosti” a Villa Albani Torlonia. L’operazione ha consegnato definitivamente gli affreschi al patrimonio pubblico, in un allestimento splendido (e permanente) a Villa Giulia. Adesso il ministro visita quella che era stata la loro casa per più di due millenni.

La discesa stessa è parte del racconto. Il lungo taglio nella roccia, la scala, la luce del giorno che progressivamente si restringe alle spalle del gruppo. Poi gli ambienti scavati nel tufo, le porte basse che obbligano anche Giuli — alto com’è — a piegarsi, la penombra, le pareti spoglie là dove un tempo correvano le pitture.

Casi parla e indica. Accompagnato dalla direttrice Toniolo, il ministro guarda in alto e segue le pareti. Telecamere e fotografi cercano spazio dove spazio ce n’è poco. In una delle immagini Giuli resta con il volto sollevato verso il soffitto mentre accanto a lui continuano le spiegazioni: è una fotografia che racconta la visita meglio di una posa ufficiale.

La Tomba apparteneva ai Saties, una grande famiglia aristocratica vulcente, e fu scoperta dall’archeologo Alessandro François nel 1857. Il suo complesso sistema di sette camere attorno al grande vano centrale conserva soltanto tracce della pittura antica (oltre alle modeste riproduzioni degli affreschi a beneficio dei visitatori). La conversazione, quindi, non riguarda più soltanto come conservare e proteggere la Tomba, ma come restituirle ciò che le è stato tolto, senza riportare fisicamente a Vulci gli originali. Una ipotesi è di usare proiettori o pannelli luminosi per ricreare sulle pareti l’effetto visivo degli affreschi, rendendo nuovamente leggibile il rapporto fra architettura e pittura: ma c’è ancora un complesso problema legato all’umidità dei locali.
Quando il gruppo riemerge, risalendo in fila verso la lama abbagliante di luce all’estremità del dromos, il rapporto fra centro e territorio appare meno astratto: gli affreschi appartengono ormai allo Stato, ma la Tomba François appartiene inscindibilmente al paesaggio che l’ha generata.
Regisvilla, là dove Vulci incontrava il Mediterraneo

L’ultima tappa sposta tutto verso il mare. A Regisvilla, località le Murelle, poco più a sud di Montalto Marina, dove sono state riprese le ricerche condotte tra il 1977 e il 1980 dall’allora Istituto di Topografia Antica dell’Università La Sapienza di Roma, non c’è ancora un monumento capace di impressionare il visitatore. Si vedono saggi, trincee, reperti appena puliti e un tavolo da lavoro sotto gli alberi. È archeologia allo stato nascente. Le prospezioni geofisiche hanno permesso di leggere il sottosuolo prima ancora dello scavo: isolati, strutture produttive, strade, possibili fornaci, la tessitura di un insediamento che gli archeologi collegano al grande porto di Vulci. «Prima ancora di scavare — spiega al ministro Carlo Regoli, archeologo del Parco — abbiamo già individuato più o meno la tessitura del centro abitato».

Giuli si ferma davanti al tavolo con ceramiche e frammenti. Prende in mano la documentazione, la sfoglia. Si sposta da un lato all’altro dell’area. La posta in gioco qui è enorme. Regisvilla può aiutare a spiegare da dove arrivasse la ricchezza di una città che fu uno dei principali terminali delle ceramiche attiche e un nodo commerciale aperto al Mediterraneo. Lo scavo, che è cominciato proprio nel settembre di quest’anno, dovrà ricostruire non soltanto gli edifici ma l’organizzazione di una città-portuale nella quale circolavano merci, uomini, lingue e culti.
Sotto la direzione scientifica della Soprintendenza e il coordinamento della Fondazione Vulci, qui lavora un team internazionale interdisciplinare. Vi collaborano l’Università Federico II di Napoli, le Università di Friburgo e Magonza, la University College of London, l’Università di Sassari, la Sapienza di Roma l’Università di Ferrara. Il team di archeologia subacquea della Soprintendenza, guidato da Barbara Barbaro, effettua ricognizioni in mare, affiancato dal Nucleo Carabinieri Subacquei di Roma.
E già si guarda oltre lo scavo. Durante la visita viene prospettata al ministro l’idea di un Museo del Mare, legato a Regisvilla e alla costa: un luogo capace di mettere insieme i reperti terrestri, le testimonianze subacquee, l’ambiente marino e persino tre navi antiche individuate nell’area.
Il lungo sopralluogo finisce qui, fra canneti, archeologi, telecamere, brezza marina e terra appena scavata. Giuli concede le interviste, con il microfono del TGR davanti alla cravatta crema. Alle sue spalle, quasi nulla sembra ancora spettacolare. Ed è forse proprio questo il punto: non sta visitando soltanto ciò che Vulci è stata, ma ciò che potrebbe diventare.
Nove anni fa Franceschini era passato da un laboratorio di restauro. Oggi Giuli attraversa una città in piena ricerca, entra nella François appena tornata idealmente al centro dell’attenzione nazionale e arriva fino a un porto che riemerge dal sottosuolo dopo decenni di silenzio. La differenza non sta nei due ministri, ma nelle due Vulci. Quella di oggi ha un problema quasi opposto a quello tradizionale dell’archeologia: non come trovare qualcosa da raccontare, ma come riuscire a raccontare tutto quello che sta trovando.

E se l’ingresso del ministero della cultura nella Fondazione produrrà davvero l’«accelerazione» annunciata da Giuli e caldeggiata dalla presidente Allegrini, la partita riguarderà molto più degli scavi. Riguarderà la capacità di trasformare la ricerca in tutela, la tutela in visita, la visita in conoscenza e la conoscenza in una nuova centralità culturale ed economica per Montalto, Canino, Ischia di Castro e l’intera Tuscia. Perché a Vulci, in questo momento, il passato sembra avere una curiosa fretta di tornare alla luce. (@EtruscanTimes)

