ROMA, 3 GIUGNO 2026 — Ci sono libri che nascono come guide, altri come saggi, altri ancora come raccolte di articoli. Un viaggio letterario in Etruria e nell’Italia antica, il nuovo volume di Giuseppe M. Della Fina appena pubblicato da Officina Libraria nella collana Sguardi (144 pagine, 16€) appartiene felicemente alle tre categorie e, proprio per questo, sfugge a una classificazione troppo rigida. È un libro di archeologia, certo, ma è anche un itinerario nella memoria culturale dell’Etruria, una ricognizione fra città, scavi, musei, scrittori, tombe, oggetti, film, biografie e luoghi. Un libro agile, illustrato, costruito per capitoli brevi, ma tutt’altro che leggero nel senso deteriore del termine: dietro la misura compatta si avverte una lunga consuetudine con la ricerca, con il territorio e con il racconto pubblico dell’antico.

La forza del volume sta anzitutto nel passo dell’autore. Giuseppe M. Della Fina non scrive da specialista chiuso nella propria disciplina, né da divulgatore che semplifica per mestiere. Scrive piuttosto con il piglio, lo stile e la curiosità del giornalista: osserva, interroga, collega, si sposta, entra nei musei e negli scavi con l’occhio di chi cerca una notizia nascosta sotto la superficie delle cose.
Non è un caso: Della Fina scrive per la Repubblica, per la rivista Archeo (dove si è formato) e soprattutto per Il Giornale dell’Arte: dove sono stati pubblicati originariamente, come articoli, i singoli capitoli di questo libro, e dove l’autore ha portato un’attenzione al dettaglio, al contesto e alla voce degli interlocutori che appartiene alla migliore tradizione del reportage culturale. Ma a questa attitudine da “reporter” affianca la cultura dell’archeologo, la prudenza dello storico, l’esperienza dello scrittore, l’abitudine a verificare le fonti, a collocare ogni dettaglio in una trama più ampia. Il risultato è un libro spigliato e insieme serio, capace di rivolgersi a un pubblico largo senza rinunciare alla precisione.
L’autore ne ha anche parlato in un programma su RaiRadio3 Radio3 Suite – Magazine
condotto da Riccardo Giagni con Monica D’Onofrio (https://www.raiplaysound.it/audio/2026/06/Radio3-Suite—Magazine-del-20062026-4743524b-90e3-4834-89ad-6acc55774d2b.html)

La struttura del volume è significativa. Dopo l’”Introduzione”, Della Fina apre con una sezione dedicata agli “Scavi letterari”: qui l’Etruria non è soltanto un territorio archeologico, ma un paesaggio mentale attraversato da scrittori, romanzi, memorie e invenzioni narrative. Entrano in scena Giorgio Bassani, José Luis Sampedro, Andrea Camilleri, Gianni Rodari, Dario Bonfagli, Marco Aime, Maurizio Maggiani. L’antico, in queste pagine, non è mai un deposito immobile: è una presenza che ritorna nella letteratura, nella poesia, nell’immaginario civile, a volte persino nell’umorismo. Il Sarcofago degli Sposi osservato da un personaggio di Sampedro, la Tomba dei Rilievi riletta attraverso Bassani, le tracce etrusche che emergono nei testi moderni diventano modi diversi per mostrare quanto l’Etruria continui a parlare anche quando sembra tacere.

Segue una sezione dedicata alle “Città d’Etruria”, dove il viaggio si fa più topografico e insieme più narrativo. Chiusi, Chianciano Terme (nel museo archeologico di Giulio Paolucci), Cortona, Arezzo, Volterra, Populonia, Vetulonia, Roselle, Sovana, Pitigliano, Orvieto, Perugia, il litorale e le aree interne compongono una mappa mobile, che evita tanto l’elenco turistico quanto il repertorio scolastico. Della Fina procede per luoghi e per domande: che cosa resta di una città antica? Come si riconosce un paesaggio etrusco sotto le trasformazioni moderne? Che cosa raccontano un museo civico, una necropoli, un’iscrizione, una porta, un santuario? Anche qui il tono è quello di un’indagine: l’autore non si limita a descrivere ciò che vede, ma cerca di far emergere ciò che un luogo conserva, nasconde o suggerisce.
Alla ricerca dei Capolavori nascosti
Un capitolo è dedicato ai “Capolavori nascosti”, dove Della Fina mostra bene la sua capacità di spostare l’attenzione dai grandi monumenti agli oggetti che, pur meno noti al pubblico largo, condensano intere storie di gusto, committenza, ricezione e identità. Emblematica è una testa-ritratto della stipe votiva di via della Società operaia, conservata nel Museo archeologico nazionale di Arezzo, scelta non a caso anche per la copertina del volume: un volto antico che sembra interrogare il lettore prima ancora che inizi il viaggio. Della Fina la tratta non come semplice immagine illustrativa, ma come soglia d’accesso a un modo diverso di guardare l’Etruria: non solo attraverso le tombe celebri, i bronzi più famosi o le città canoniche, ma anche attraverso presenze laterali, frammentarie, talvolta appartate, capaci però di restituire la vitalità di una civiltà e la lunga fortuna dei suoi segni. In questa sezione il libro conferma una delle sue qualità migliori: far emergere ciò che sta ai margini del percorso abituale e trasformarlo in una piccola indagine, dove l’oggetto diventa indizio, racconto e personaggio.

Particolarmente felice è la parte dedicata agli “Scavi”, che restituisce l’archeologia come lavoro vivo, fatto di intuizioni, verifiche, lentezze, sorprese, responsabilità. In queste pagine l’autore assume davvero l’approccio investigativo: visita i luoghi, segue i cantieri, ricostruisce i contesti, ascolta chi lavora sul campo. Nei capitoli affiorano figure e interlocutori come Elisabetta Govi, impegnata a Marzabotto, Carlo Casi a Vulci, Alessandro Naso a Tuscania, Giovanna Bagnasco Gianni a Tarquinia, Laura M. Michetti a Pyrgi. Nel libro c’è addirittura un “Diario di Scavo”, scritto dal Fanum Voltumnae, dove Della Fina ha seguito per una intera settimana, nell’agosto 2025, il lavoro di Simonetta Stopponi e del suo team. Non sono semplici nomi inseriti per autorevolezza: sono presenze che permettono di far capire al lettore che l’archeologia contemporanea è una pratica collettiva, fatta di competenze diverse, e che ogni scoperta nasce da una relazione fra persone, luoghi, metodi e domande.

Questo tratto è forse uno dei più originali del libro. Della Fina sa che l’archeologia non vive soltanto nella dimensione spettacolare del ritrovamento, ma anche nella fatica dell’interpretazione. Per questo insiste sugli oggetti, sui frammenti, sui contesti, sulle stratigrafie, ma anche sui passaggi istituzionali, sulle responsabilità della tutela, sulle condizioni concrete del lavoro. Quando racconta gli scavi o i musei, non si limita a celebrare: misura, confronta, problematizza. Dietro ogni pagina c’è la consapevolezza che il passato non si offre mai da solo, ma va interrogato con pazienza.
La sezione conclusiva, dedicata al “Mestiere dell’archeologo”, allarga ulteriormente il quadro. Attraverso profili di studiosi come Gian Francesco Gamurrini, Felice Barnabei, Massimo Pallottino, Sergio Donadoni, Sabatino Moscati, Paolo Orlandini, Mario Torelli, il volume diventa anche una riflessione sulle biografie scientifiche, sulle scuole, sulle eredità intellettuali. Sono pagine importanti perché sottraggono l’archeologia all’anonimato disciplinare: dietro le scoperte, le classificazioni, i musei e le interpretazioni ci sono uomini e donne, carriere, scelte, successi, errori, intuizioni. Della Fina lo dice con chiarezza: anche l’archeologo deve imparare a gestire vittorie e sconfitte. È una frase che potrebbe valere come chiave dell’intero libro.

Non stupisce, in questo senso, che l’autore guardi all’Etruria da Orvieto, uno degli osservatori più fertili per comprendere la complessità della civiltà etrusca. Vice-presidente della Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, Della Fina lavora da anni in un contesto dove ricerca, museo, territorio e divulgazione si incontrano. Proprio da Orvieto è partita di recente una nuova collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati di Milano, un’intesa che conferma quanto il racconto degli Etruschi abbia oggi bisogno di reti, linguaggi condivisi e istituzioni capaci di dialogare. Anche il libro si inserisce idealmente in questa prospettiva: non chiude l’Etruria in un recinto specialistico, ma la mette in relazione con la letteratura, con l’Italia antica, con la storia degli studi e con il presente.
Un viaggio letterario in Etruria e nell’Italia antica è dunque un volume da leggere come si percorre una strada: fermandosi, tornando indietro, seguendo deviazioni, accettando che un reperto conduca a un romanzo, una tomba a una poesia, uno scavo a un film, una città a una domanda ancora aperta. La sua qualità maggiore è proprio questa libertà controllata: il libro ha l’andamento di un taccuino di viaggio, ma la sostanza di un saggio; il ritmo di una cronaca, ma la profondità di una lunga esperienza scientifica. (@EtruscanTimes)

