
VULCI, 17 Agosto 2026 – Alle dieci del mattino il sole è già quasi verticale e sul pianoro di Vulci il caldo non concede tregua. La terra è secca, la luce abbaglia, il tufo sembra restituire il calore accumulato e le trincee si disegnano nette sotto un cielo senza una nuvola. Gli archeologi, però, sono al lavoro da ore: la sveglia suona presto, lo scavo comincia alle 6.30. Qualcuno è inginocchiato accanto ai grandi blocchi di fondazione, qualcuno ripulisce una sezione, altri misurano, disegnano, fotografano. Poco più in là, nel laboratorio di cantiere, accanto all’ingresso del Parco di Vulci diretto da Carlo Casi, lunghi tavoli sono invasi da cassette, ceramiche, tegole, schede e sacchetti.
A rendere il quadro meno austero contribuiscono gli animali. Il cantiere è in piena campagna e, a pochi metri dagli archeologi, pascolano un cavallo cieco e due asini. Il cavallo è rimasto qui perché conosce questo terreno e il proprietario non ha voluto spostarlo; gli asini gli fanno compagnia. Archeologia e vita rurale convivono, purché gli animali — scherzano gli scavatori — non decidano di andare a curiosare dentro una trincea.

È in questo paesaggio insieme grandioso e domestico, nel cuore della città antica, che Mariachiara Franceschini, dell’Università di Friburgo, e Paul P. Pasieka, della Johannes Gutenberg-Universität Mainz, dirigono la sesta campagna di Vulci Cityscape. Franceschini, dalla figura slanciata e atletica, si muove con energia fra scavo, materiali, planimetrie (e telefonate), raccontando il cantiere quasi camminando. Pasieka ha un modo più misurato e analitico, spesso pronto a frenare le ipotesi troppo seducenti. Insieme formano una coppia scientifica ormai rodata da sei anni di lavoro a Vulci.
I loro percorsi spiegano in parte l’impostazione internazionale del progetto. Archeologa classica ed etruscologa di origine bresciana, Franceschini si è formata fra Pavia e Berlino, ha lavorato all’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino, al Deutsches Archäologisches Institut di Roma e all’Università di Zurigo; dal 2020 è all’Università di Friburgo. Pasieka ha studiato archeologia classica, preistoria e storia antica fra Lipsia e Monaco, si è dottorato alla Freie Universität Berlin e ha lavorato per diversi anni alla Fototeca del Deutsches Archäologisches Institut di Roma; dal 2020 è alla JGU Mainz.

Etruscan Times aveva già raccontato questo cantiere nel quadro dell’eccezionale estate archeologica vulcente: missioni italiane e straniere, università, decine di studiosi impegnati contemporaneamente fra città, necropoli, santuari e costa. Ma Vulci Cityscape ha una particolarità: è nato per cercare una cosa e ne ha trovata un’altra. Voleva capire la città. Ha scoperto, quasi per ironia archeologica, un tempio monumentale di cui nessuno sospettava l’esistenza. E che potrebbe persino rivelarsi, per dimensioni, il più grande dell’Etruria.
La campagna 2026 è iniziata il 27 luglio e proseguirà fino al 30 agosto. Alla ripresa dei lavori erano presenti la soprintendente Margherita Eichberg, la presidente della Fondazione Vulci, Laura Allegrini, poi tornata nuovamente sul cantiere, e l’intero consiglio di amministrazione della Fondazione. L’attenzione non sorprende: qui non sta emergendo soltanto un edificio, ma un tassello che può cambiare la lettura dell’intero pianoro urbano. Ed è sempre qui che nel 2024 è stata scoperta la celebre testa di Kore in marmo greco, ora esposta ad Atene.

Il punto di partenza di Vulci Cityscape, insiste Franceschini, non era il tempio. «Il progetto aveva domande urbanistiche di più ampio respiro. Ci chiedevamo come fosse strutturata quest’area della città, quali settori funzionali si potessero identificare e come fossero collegati fra loro. Cercavamo la rete stradale, il sistema abitativo, eventuali aree produttive».
È una dichiarazione di metodo, ma anche quasi un piccolo manifesto. Per generazioni Vulci è stata conosciuta soprattutto attraverso le sue necropoli: tombe straordinarie, corredi dispersi nei grandi musei del mondo, pitture, bronzi, ceramiche, la tomba François — i cui affreschi sono ora a Villa Giulia — e le migliaia di reperti usciti dalla terra vulcente dall’Ottocento in poi e oggi disseminati nei musei internazionali, come documenta il progetto Vulci nel Mondo. La città, paradossalmente, è rimasta molto più difficile da leggere. Vulci Cityscape nasce per contribuire a spostare il baricentro: dalle città dei morti alla città dei vivi, dalle tombe alle strade, alle case, ai luoghi di culto, agli impianti produttivi e alle relazioni fra queste diverse funzioni.
Le nuove tecniche non invasive hanno reso possibile affrontare la questione su una scala un tempo impensabile. Le prime prospezioni risalgono al 2020; lo scavo stratigrafico comincia nel 2021. Geomagnetica e GPR, utilizzati in collaborazione con Eastern Atlas di Berlino, hanno trasformato il sottosuolo in una grande mappa da decifrare. Le sonde magnetiche, disposte una accanto all’altra e trainate da un quad, permettono di attraversare rapidamente grandi superfici senza contatto diretto con il terreno. In pochi giorni si ottengono immagini fitte di tracce bianche e nere: muri, anomalie, canali, vuoti. Poi comincia il lavoro più difficile: interpretarle.
Anche le precedenti ricognizioni aeree, e in particolare gli studi di Giorgio Pocobelli e, in parte, di Maurizio Forte, avevano fornito una straordinaria quantità di informazioni sull’urbanistica vulcente. Ma avevano un limite proprio in questo settore settentrionale. Molte delle fotografie storiche, comprese quelle della RAF, sono oblique e non zenitali: utilissime dove la griglia urbana è leggibile, molto più difficili da georeferenziare in quest’area. Franceschini e Pasieka hanno confrontato più volte i loro dati con quelli di Pocobelli. Alcune linee coincidevano, altre apparivano leggermente spostate. Ma il nuovo tempio, quello no: dalle fotografie non si era riusciti a riconoscerlo.
La geomagnetica ha restituito una città affollata: strade, edifici, tracce di una possibile cortina muraria a protezione dell’Acropoli e soprattutto un settore produttivo con cinque fornaci concentrate in poco spazio e altre due nelle vicinanze. Un dato interessante anche perché le fornaci richiedono acqua: trovarne sette sul pianoro significa immaginare un sistema efficiente per far arrivare fin quassù una risorsa indispensabile.

Poi, fra tutte quelle linee, è comparsa un’anomalia troppo regolare per essere ignorata. «Non si sapeva neanche che esistesse», racconta Pasieka. «Lo chiamiamo “Tempio Nuovo”, con poca fantasia. Pensavamo di aprire piccoli saggi: uno sulla strada, uno sulle fornaci, altri per rispondere alle domande urbanistiche. Poi è emerso il tempio. È stata proprio la grande sorpresa».
La sorpresa del tempio e soprattutto delle dimensioni
Una sorpresa che continua ancora oggi. All’inizio Franceschini e Pasieka pensavano a un edificio grosso modo comparabile con il vicino Tempio Grande, circa 28 per 40 metri. Nel 2024 aprirono un nuovo saggio per cercarne l’angolo. L’angolo sembrava esserci. Ma sotto, o meglio oltre, le fondazioni continuavano. E continuavano ancora. Oggi il podio è stato seguito per circa sessanta metri e la struttura potrebbe raggiungere il Decumano, forse con una scalinata d’accesso, portando la lunghezza complessiva verso i 65-70 metri. Per ora è un’ipotesi: oltre la staccionata bisognerà scavare. Senza dimenticare che il Tempio A di Pyrgi è lungo solo 30 metri, l’Ara della Regina di Tarquinia 49 metri e il Tempio di Giove Capitolino a Roma 63 metri.
A complicare il lavoro interviene anche il nostro presente. Proprio nel settore dove il tempio sembra dirigersi verso la strada sono passati nel corso degli anni cavi elettrici e condotte dell’acqua: tagli moderni che attraversano il deposito archeologico, interrompono le strutture e rendono più difficile stabilire che cosa si sia conservato. È uno dei paradossi dell’archeologia urbana: duemilacinquecento anni di storia possono sopravvivere per essere poi disturbati da un cavo posato pochi decenni fa.
Sul terreno è difficile immaginare la monumentalità originaria. Dei piani di calpestio resta pochissimo. Si scava sotto il livello sul quale camminavano gli Etruschi. Il podio doveva elevarsi di circa due metri e mezzo, forse tre; sopra si sviluppavano la peristasi e la cella. Non ci sono colonne integre, ma frammenti di nenfro con curvature compatibili con elementi colonnari, una base di colonna, grandi cassettoni del soffitto e parti della copertura in terracotta. Un enorme puzzle architettonico che richiederà anni di studio.
E poi c’è l’orientamento. Il Tempio Nuovo non è parallelo al Tempio Grande: è ruotato di circa quattro gradi. Ma non segue neppure l’asse del vicino arco, né quello di un terzo edificio sacro, il tempietto romano che si trova poco distante e che, come osserva Franceschini, è stato finora «un po’ ignorato», pur essendo tutt’altro che insignificante.
Tre edifici sacri, tre angolazioni. Il Tempio Grande, il Tempio Nuovo e il tempio romano non si inseriscono docilmente in un’unica griglia. Il perché rimane aperto. Può dipendere dalla morfologia dello sperone roccioso, dall’evoluzione del sistema viario, da scelte urbanistiche o anche, almeno in teoria, da ragioni religiose. È proprio questo tipo di domanda che riporta il monumento dentro la città: non basta sapere quanto fosse grande, bisogna capire perché fosse collocato proprio così.

Il confronto con il Tempio Grande porta inevitabilmente alla storia degli scavi precedenti. In quest’area lavorarono Renato Bartoccini (1893-1963) e l’ex-soprintendente alle Antichità dell’Etruria Meridionale Mario Moretti (1912–2002). Eppure né il Tempio Nuovo né il vicino edificio romano entrarono realmente nella conoscenza archeologica del sito.
La storia del Tempio Grande, peraltro, presenta ancora zone d’ombra. Uno studio del 1997 di Anna Maria Moretti Sgubini – figlia di Mario Moretti e anche lei, in seguito, soprintendente per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale – ricostruì fasi e cronologie soprattutto sulla base delle terrecotte architettoniche; un altro contributo, con Giovanni Colonna, affrontò il santuario in forma più sintetica. Resta tuttavia un problema concreto: ricomporre il quadro esatto dei vecchi scavi richiede di poter consultare tutta la documentazione, e l’accesso a quelle carte si è rivelato finora difficile.
In questa campagna estiva 2026 sono stati aperti tre saggi. Due insistono sull’area del tempio; un altro sulla viabilità. Quest’ultimo è essenziale per verificare se le strade intercettate davanti e dietro l’edificio appartengano alle stesse fasi. I primi risultati indicano livelli arcaici da entrambe le parti: un indizio importante del fatto che il tempio non sia stato inserito casualmente in uno spazio preesistente, ma facesse parte di un sistema urbano organizzato.
Quest’anno la terra ha riservato un’altra sorpresa, meno monumentale ma forse altrettanto affascinante: sotto una delle aree riaperte è comparso un pozzo di accesso, profondo quasi quattro metri, collegato a un sistema artificiale di cunicoli. A che cosa servivano? La prudenza è d’obbligo: gli studi sono appena iniziati e sono stati coinvolti anche gli speleologi della ASSO (Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione). L’ipotesi più immediata è che almeno una delle funzioni fosse il drenaggio delle acque, tema particolarmente interessante in una città costruita su un pianoro, dove la gestione idrica doveva essere tutt’altro che semplice.
Novità del 2026: un LiDAR costruito da ragazzini tedeschi con il Lego

Ed è qui che entra in scena una delle storie più curiose della campagna 2026. Un gruppo di ragazzini tedeschi di Hadamar, nel land dell’Assia, fra i 10 e i 14 anni di età, appassionati di scienza e riuniti nel MINT-Club Hadamar aveva contattato gli archeologi dopo aver lavorato a un progetto legato al mondo sotterraneo. Costruiscono robot e prototipi con componenti Lego; fra le loro invenzioni c’è un piccolo cingolato pensato per portare un sensore LiDAR là dove una persona non può entrare. Alcuni primi esperimenti erano stati fatti addirittura ricorrendo a sensori derivati dalla tecnologia degli aspirapolvere robot.

Il prototipo cingolato non era ancora pronto per essere mandato nei cunicoli di Vulci, ma il sistema LiDAR è stato sperimentato sul campo. Il risultato ha sorpreso gli stessi archeologi per la precisione dei dati. Il principio è semplice soltanto in apparenza: il laser misura continuamente le distanze e genera una nuvola di punti dalla quale ricostruire in tre dimensioni lo spazio sotterraneo. Una tecnologia sofisticata, applicata grazie all’inventiva di studenti che non hanno ancora l’età per frequentare l’università.
È difficile immaginare un contrasto più efficace: opere idrauliche scavate forse dagli Etruschi, illuminate digitalmente da un sensore nato nel XXI secolo e sperimentato da bambini tedeschi con la passione per Lego e robot.
Intanto lo scavo continua a restituire una stratigrafia molto più lunga della vita del santuario. In alcuni punti si è scesi fino a circa due metri e mezzo nella roccia, intercettando buche di palo e strutture anteriori. I materiali presenti nei riempimenti arrivano dall’età del Bronzo fino all’età arcaica; per le fasi più antiche si ipotizzano strutture lignee riferibili alle prime fasi urbane di Vulci. Buccheri, ceramiche attiche a figure nere e terrecotte architettoniche aiutano progressivamente a definire la cronologia.
Anche la costruzione del tempio sembra aver avuto il proprio rituale. Sopra alcuni blocchi delle fondazioni sono stati trovati il collo di un’oinochoe disposto verticalmente e frammenti di una coppetta allo stesso livello: indizi di un possibile rito compiuto mentre nasceva il nuovo edificio sacro.
Le terrecotte della copertura indicano almeno tre rifacimenti in età arcaica. Più tardi il tempio fu nuovamente monumentalizzato con un raffinato rivestimento in nenfro. Dal I secolo a.C., invece, cominciò la spoliazione: blocchi di tufo furono strappati dal podio e riutilizzati altrove, anche in una canaletta lungo la strada. Il monumento cambiava funzione persino mentre scompariva: da tempio a cava di materiale da costruzione.
La fortunata storia (e l’enigma) della Kore


E poi c’è naturalmente lei, la Kore. Rinvenuta nel 2024 in una zona del “Tempio Nuovo”, la testa in marmo greco ha trasformato lo scavo in una notizia internazionale. Databile all’inizio del V secolo a.C., è stata trovata in uno strato secondario tardoantico, quindi non nella sua collocazione originaria. Oggi è esposta al Museo dell’Acropoli di Atene e a fine anno andrà in mostra a Reggio Calabria.
Attorno a Vulci Cityscape si muove una comunità internazionale di circa venticinque persone. Non arrivano soltanto da Friburgo e Magonza: nel gruppo ci sono studenti e ricercatori provenienti anche dalle università di Verona, Tubinga, Heidelberg, Berlino, Ratisbona, Monaco, Ferrara, oltre a una partecipante proveniente da Cipro.
Fra le presenze più consolidate ci sono Philipp Schug, nel progetto praticamente dall’inizio, Felicitas Kandler, arrivata dal secondo anno, Lea Metzinger e Chiara Martina Papa, che ha collaborato anche al progetto Vulci nel Mondo. Con loro lavorano giovani archeologi, dottorandi e post-doc.
La giornata è lunga. Si scava dalle 6.30 fino a mezzogiorno o alle 12.30, poi il lavoro continua sui materiali fino alle 16. Un gruppo di sei persone, generalmente più esperte, resta stabilmente in magazzino: non è un compito secondario, perché nello stesso deposito possono arrivare materiali separati da secoli di storia e riconoscerli richiede competenze diverse. Si lavora sei giorni alla settimana.
Alle undici il caldo è ormai feroce. Sotto il tendone due giovani archeologi continuano a lavorare quasi incastrati fra i blocchi. Nel laboratorio le ceramiche occupano ogni centimetro disponibile. In fondo al campo il cavallo cieco pascola tranquillo con i due asini, apparentemente indifferente al fatto che sotto i suoi zoccoli una città sepolta stia lentamente tornando leggibile.
E il Tempio Nuovo continua verso la staccionata. «Ogni volta che pensiamo di avere chiuso una domanda, Vulci ce ne apre un’altra», dice Pasieka. Il paradosso è che proprio il monumento che nessuno cercava sta aiutando Franceschini e Pasieka a tornare alla domanda con cui tutto era cominciato: non che cosa nascondesse una singola trincea, ma come funzionava una città etrusca. Dove passavano le strade, dove si produceva, dove si abitava, dove si pregava, come questi spazi si guardavano e si condizionavano reciprocamente.
Dopo quasi due secoli dominati dallo splendore delle tombe, Vulci comincia finalmente a raccontare con maggiore precisione anche la vita di chi, prima di essere sepolto nelle sue necropoli, aveva abitato la metropoli. Sotto il sole torrido dell’estate 2026, fra tufi arcaici, cavi elettrici, asini, LiDAR e un tempio che sembra non voler finire, il cambio di prospettiva è già cominciato. (@EtruscanTimes)

