ROMA, 28 LUGLIO 2026 – Il sorriso enigmatico di un banchettante etrusco e della sua compagna è tornato ad accogliere i visitatori del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Dopo cinque mesi di un delicato intervento di conservazione, la parte superiore del celebre Sarcofago degli Sposi, raffigurante i busti della coppia distesa sul letto da banchetto, è nuovamente esposta al pubblico, segnando una tappa importante di un più ampio progetto di restauro destinato a restituire pienamente uno dei capolavori assoluti dell’arte etrusca.
In maggio era stata riallestita la parte del coperchio raffigurante le gambe dei due innamorati. Ora, dal 20 luglio, i busti sono visibili nella sala dedicata grazie a un supporto provvisorio appositamente progettato, mentre la cassa del sarcofago e’ rimasta nel laboratorio di restauro, dove gli specialisti stanno proseguendo il complesso lavoro che porterà alla ricomposizione completa dell’opera.

L’intervento nasce dalla collaborazione tra il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che dirige il progetto e coordina il reperimento dei finanziamenti, e l’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), responsabile della progettazione scientifica, della campagna diagnostica e del coordinamento tecnico. Le operazioni conservative sono state eseguite dal Consorzio Re.Co, mentre la società Equilibrante ha realizzato gli innovativi supporti temporanei che consentono di movimentare e presentare in sicurezza un manufatto estremamente fragile.
Un capolavoro dell’arte etrusca
Datato intorno al 520-510 a.C., il Sarcofago degli Sposi rappresenta una delle immagini più note della civiltà etrusca e uno dei simboli del museo romano. Realizzato in terracotta policroma a grandezza quasi naturale, raffigura un uomo e una donna sdraiati su una kline, il letto utilizzato durante il simposio, il banchetto aristocratico che costituiva uno dei momenti più significativi della vita sociale del tempo.
La scena decorava una tomba della necropoli della Banditaccia di Cerveteri: non rappresenta semplicemente una coppia di defunti, ma comunica un’idea di serenità e continuità della vita oltre la morte. I due coniugi, raffigurati con un gesto affettuoso e quasi colloquiale, sembrano rivolgersi direttamente allo spettatore, invitandolo idealmente a condividere il banchetto.
È proprio questa straordinaria naturalezza a rendere il sarcofago speciale nel panorama dell’arte antica. Mentre la scultura greca contemporanea privilegiava spesso l’eroe o il giovane atleta, l’arte etrusca sceglie di celebrare la coppia e il legame familiare, attribuendo alla donna una posizione di assoluta parità con l’uomo: un tratto che gli autori greci guardavano con stupore e talvolta con aperta disapprovazione.
Da quattrocento frammenti a simbolo dell’Etruria
Il sarcofago fu scoperto nel 1881 dall’archeologo Felice Barnabei, fondatore del Museo di Villa Giulia, nella necropoli della Banditaccia. L’opera si presentava in condizioni drammatiche: oltre 400 frammenti di terracotta sparsi nella tomba, che richiesero un lungo e paziente lavoro di ricomposizione.
Il manufatto costituisce uno dei massimi esempi della straordinaria abilità raggiunta dagli artigiani ceretani nella lavorazione della terracotta, materiale preferito dagli Etruschi per la grande scultura monumentale. Dell’opera è nota con certezza soltanto una replica, oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi, leggermente diversa nella resa dei volti e di alcuni dettagli.
I dettagli che raccontano un mondo
Il restauro offre oggi l’occasione per osservare da vicino particolari che spesso sfuggono allo sguardo del visitatore.
La donna indossa il caratteristico tutulus, l’alto copricapo cilindrico riservato alle donne aristocratiche etrusche, mentre ai piedi porta i calcei repandi, le tipiche calzature con la punta ricurva verso l’alto, una moda probabilmente influenzata dai contatti con il Mediterraneo orientale.
Colpiscono anche la raffinata acconciatura, le ciocche accuratamente modellate, i gioielli e la ricercatezza delle mani, modellate con sorprendente naturalezza. Originariamente entrambe le figure stringevano probabilmente piccoli oggetti – forse una coppa, un vaso per profumi o una melagrana, simbolo di rinascita – oggi perduti.
Un restauro per il futuro
L’intervento non si limita alla pulitura e al consolidamento delle superfici. La campagna diagnostica condotta dall’ICR ha permesso di approfondire lo stato di conservazione della terracotta, individuando vecchi restauri, materiali aggiunti nel corso del Novecento e criticità strutturali che rendevano necessario un nuovo sistema di sostegno.
La ricomposizione definitiva del sarcofago rappresenterà l’ultima fase di un progetto destinato non solo a garantire la conservazione di uno dei massimi capolavori dell’arte etrusca, ma anche a migliorarne la leggibilità per il pubblico. (@EtruscanTimes)

