
BOLSENA, 21 LUGLIO 2026 – È un frammento minuscolo, lungo pochi centimetri, ma racconta la storia di un’intera comunità e può cambiare il racconto delle origini dell’Etruria. La scoperta è avvenuta nel sito archeologico sommerso del Gran Carro, dove Barbara Barbaro e il suo team del Servizio di Archeologia Subacquea della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Etruria Meridionale, in collaborazione con L’Anfora Srl e CSR Restauro Beni Culturali, hanno recuperato il primo frammento di tessuto proveniente dal villaggio lacustre protostorico: una trama fitta, sorprendentemente leggibile dopo quasi tremila anni, conservata dall’assenza di ossigeno e dal lento lavoro protettivo dell’acqua.
Il reperto appartiene alla cultura protovillanoviana, la fase che precede la nascita delle città etrusche e che costituisce il momento di formazione delle comunità proto-etrusche dell’Italia tirrenica. Il villaggio del Gran Carro fu abitato tra il XV secolo a.C. e gli inizi del IX secolo a.C., attraversando il Bronzo Medio, il Bronzo Finale e la Prima Età del Ferro. Finora gli archeologi avevano trovato pesi da telaio, fusaiole e strumenti legati alla filatura. Mancava il prodotto finale: il tessuto stesso.
Il recupero rientra nel progetto di valorizzazione del sito finanziato attraverso il PNRR Caput Mundi, che negli ultimi anni ha trasformato il Gran Carro in uno dei più importanti cantieri italiani di archeologia subacquea.

L’importanza del frammento non risiede soltanto nella rarità. Le fibre organiche normalmente scompaiono, distrutte da batteri e microrganismi. Qui, invece, il fondale privo di ossigeno ha trasformato il lago in un archivio naturale. Il tessuto sarà ora studiato dall’Istituto Centrale per il Restauro, che analizzerà le fibre, la torsione dei fili, la tecnica di lavorazione e lo stato di conservazione. Potrà forse chiarire se si tratti di lana, lino o altre essenze vegetali, e se il manufatto avesse una funzione quotidiana, ornamentale o rituale.
In ogni casa una piccola officina tessile
La scoperta restituisce soprattutto un gesto domestico. Ogni casa del Gran Carro doveva essere anche una piccola officina tessile: si filava, si preparava l’ordito, si tessevano abiti, mantelli, cinture e bordure. Un solo indumento richiedeva settimane di lavoro. Il tessuto non era un oggetto qualsiasi, ma una ricchezza familiare, un prodotto che concentrava tempo, capacità tecnica e identità.
Non lontano dal frammento è stato recuperato anche un elemento osseo perforato, probabilmente utilizzato per la tessitura a tavolette, una tecnica sofisticata per realizzare nastri e bordure resistenti. Attraverso la rotazione coordinata delle piccole tavolette, i fili potevano generare intrecci complessi. È un indizio che amplia il quadro delle conoscenze tecniche delle comunità del Gran Carro e suggerisce contatti con tradizioni diffuse in altre aree dell’Europa protostorica.
Sott’acqua, il lavoro al Carro Gran procede lentamente, su più fronti. Le immagini delle operazioni mostrano i subacquei inginocchiati sul fondale, quasi immobili nella luce verdastra, mentre usano piccoli strumenti di precisione lungo i margini delle strutture lignee. Ogni gesto deve essere controllato: un movimento troppo brusco può sollevare il sedimento e cancellare per alcuni minuti la visibilità; una pressione eccessiva può danneggiare materiali conservati per millenni in un equilibrio delicatissimo.

Il Gran Carro ha già restituito manici d’ascia, meccanismi lignei di porte, fusi, pulegge, pettini, cestini intrecciati, ceramiche, una statuetta antropomorfa con ancora leggibili le impronte digitali dell’artigiano e un piccolo cavallo fittile probabilmente montato su ruote. Sono oggetti che parlano non di principi o di grandi tombe, ma di abitazioni, utensili, lavoro e vita familiare. Proprio per questo il sito è uno dei laboratori più preziosi per osservare la lunga trasformazione che conduce dalla protostoria alla civiltà etrusca.
Il ruolo dei subacquei non vedenti
Le strutture del villaggio raccontano anche una storia di incendi e ricostruzioni. Le capanne lignee venivano distrutte, poi ricostruite sopra i livelli precedenti. Questa successione ha prodotto una stratigrafia complessa, nella quale legni carbonizzati, sedimenti e manufatti organici si sono conservati in condizioni eccezionali. Il tessuto sembra provenire proprio da uno di questi contesti, dove la carbonizzazione e l’anossia hanno agito insieme.
La campagna 2026 ha coinvolto anche i subacquei non vedenti dell’Albatros Scuba Blind International School, presenti per il terzo anno consecutivo. Barbaro li ha definiti ormai «veri veterani del progetto», sottolineando come la loro partecipazione rappresenti «un valore umano e scientifico di grande rilievo» e confermi l’importanza di un approccio inclusivo alla ricerca subacquea. Nei giorni scorsi una troupe dello speciale TG1, con la giornalista Patrizia Angelini, ha documentato le attività e il rapporto tra archeologia, immersione e accessibilità.
Molte visite, anche notturne

L’apertura del sito al pubblico è ormai parte integrante del progetto. Durante la visita serale del 19 luglio, organizzata nell’ambito delle Giornate per la Valorizzazione del Ministero della Cultura, oltre ottanta partecipanti hanno raggiunto il Gran Carro: subacquei, snorkelisti e visitatori saliti sull’imbarcazione a fondo trasparente. Al calare della luce, il lago è stato illuminato dal basso; le fotografie mostrano una zona verde e luminosa che emerge nella superficie scura, mentre le sagome dei sub si muovono tra le boe.
A bordo, seduti appena due metri sopra il fondale, adulti e bambini hanno potuto seguire le operazioni attraverso le finestre trasparenti. In un’altra immagine, tre visitatori fotografano con i telefoni ciò che appare sotto lo scafo: il sito non è più soltanto oggetto di ricerca, ma un paesaggio archeologico osservabile dal vivo, senza dover necessariamente immergersi.
Prima dell’uscita sul lago, il team ha presentato il complesso e mostrato al pubblico una selezione di materiali. Su un grande tavolo, frammenti ceramici, pietre lavorate e oggetti recuperati dal fondale sono stati ordinati per forme e tipologie. È un momento essenziale della valorizzazione: il reperto, ancora bagnato e spesso poco spettacolare, viene spiegato nel suo contesto e restituito alla storia da cui proviene.
All’organizzazione hanno contribuito, accanto a Barbara Barbaro, Egidio Severi, Massimo Lozzi, Maria Bruno e Dario D’Amico, con l’assistenza dell’Aliquota Carabinieri Subacquei di Roma. Simone Falqui ha inoltre simulato uno scavo archeologico davanti al pubblico sull’imbarcazione trasparente, trasformando la visita in una vera lezione sul metodo.
L’ultima apertura diurna sarà sabato 25 luglio (era prevista per domenica 26, ma in considerazione del brutto tempo è stata anticipata di un giorno). Sarà un’altra occasione per osservare da vicino il villaggio sommerso, conoscere i risultati della campagna e comprendere come si lavora in un contesto nel quale ricerca e conservazione coincidono quasi in ogni gesto.
Il progetto guarda però più lontano. La prospettiva è quella di un percorso archeologico subacqueo e di una ricostruzione tridimensionale del villaggio, che potrebbe fare del Gran Carro uno dei più importanti parchi archeologici sommersi d’Europa. Il tessuto appena ritrovato ne è diventato, quasi naturalmente, il simbolo: un filo reale e insieme metaforico che collega le case protostoriche del lago alla futura Etruria. (@EtruscanTimes)

