SAN FRANCISCO, 29 APRILE 2026 – La Fondazione Luigi Rovati di Milano partecipa con un pezzo di particolare importanza e visibilità alla mostra Etruscans – From The Heart of Ancient Italy al Legion of Honor Museum di San Francisco: un cippo funerario di grandi dimensioni e’ stato collocato nella sezione conclusiva della mostra che, dal 2 maggio, si prefigge di mettere in relazione le due culture Etrusca e Romana e a evidenziarne continuità e intrecci.
Etruscan Times ne ha parlato con Giovanna Forlanelli, la presidente della Fondazione, arrivata nella città californiana per partecipare all’inaugurazione.
Domanda: Giovanna Forlanelli, quale è il significato del Cippo funerario nel percorso espositivo?
Risposta: Il Cippo ha trovato posto nella sezione Roma e gli Etruschi, cioè nella parte conclusiva della mostra che mette in relazione le due culture. È una collocazione particolarmente significativa, perché il reperto incarna in modo esemplare il tema della compenetrazione tra i due mondi e ricorda soprattutto l’eredità etrusca nella civiltà romana.
La presenza del nostro monumento funerario evidenzia alcuni elementi centrali della civiltà etrusca in una forma monumentale di grande forza visiva. Nel contesto della mostra non appare dunque in modo isolato, ma contribuisce in modo decisivo al racconto complessivo, restituendo la complessità e la raffinatezza della storia etrusca a un pubblico per cui questa civiltà è ancora poco familiare.
Per la Fondazione Luigi Rovati questo prestito ha anche un valore emblematico, perché riflette la nostra missione di promuovere la conoscenza attorno al patrimonio etrusco in una prospettiva internazionale.
D. Come è nata questa collaborazione con il museo americano?
R. Due anni fa siamo stati contattati dal museo, che ha manifestato l’interesse a coinvolgere la Fondazione Luigi Rovati nel progetto espositivo e ci ha chiesto di valutare la possibilità di alcuni prestiti. Da quel dialogo è emersa una selezione di opere che potessero rappresentare in modo significativo l’originalità e la qualità della collezione della Fondazione: tra queste il Cippo funerario, insieme a due rarissimi vasi d’impasto, manufatti pressoché unici per tipologia e conservazione.
Ci è sembrato importante che il nucleo dei prestiti restituisse non solo capolavori isolati, ma anche la ricchezza e la varietà della cultura materiale etrusca. Per noi questa partecipazione ha un significato particolare: la Fondazione Luigi Rovati è l’unica istituzione privata italiana tra i prestatori della mostra, accanto a grandi musei pubblici italiani e internazionali. È un riconoscimento che ci onora e che conferma il ruolo che la Fondazione sta assumendo anche sul piano internazionale.
D. Negli Stati Uniti, a differenza che in Italia, gli Etruschi sono una civiltà poco conosciuta. Pensa che la mostra della curatrice Renée Dreyfus possa cambiare questo stato di cose?
R. È vero che negli Stati Uniti, ma non solo, la civiltà etrusca è stata spesso letta, anche nei musei, come una sorta di premessa dell’arte romana, più che come una cultura autonoma, dotata di una propria identità. Proprio per questo mostre come The Etruscans: From the Heart of Ancient Italy sono particolarmente importanti: possono contribuire a correggere questa percezione e a restituire agli Etruschi la loro centralità nel Mediterraneo antico, non solo nell’Italia preromana.
Credo però che questo interesse non nasca da un episodio isolato, ma da un movimento più ampio. Anche la nascita della Fondazione Luigi Rovati, che ha proposto un nuovo paradigma espositivo per l’archeologia e per l’arte etrusca, fondato sulla relazione tra antico e contemporaneo e su una diversa esperienza del museo, ha contribuito – credo – a riaccendere l’attenzione su questa civiltà. Parallelamente, realtà come la Etruscan Foundation lavorano da anni con continuità per promuovere gli studi etruschi e diffondere negli Stati Uniti la consapevolezza dell’importanza di questa antica cultura.
Non penso che una singola mostra possa, da sola, cambiare un assetto accademico o museografico consolidato, ma può certamente segnare un passaggio importante. Se contribuirà a far percepire gli Etruschi, non come una parentesi tra Greci e Romani, ma come una civiltà con una propria originalità e un peso storico autonomo, avrà prodotto un effetto molto significativo.
D. Può raccontarmi qualcosa in più del Cippo e come è entrato nella collezione della Fondazione Rovati?
R. E’ un pezzo che ha una storia straordinaria. Era da sempre conservato presso la famiglia che lo aveva rinvenuto nei propri terreni in Toscana, e proprio grazie al nostro conservatore Giulio Paolucci, che conosceva bene questo monumento — già pubblicato da Thomas Dempster nel De Etruria Regali Libri Septem (1723) — siamo riusciti a perfezionarne l’acquisizione direttamente dalla famiglia. Per noi è stato un recupero importante non solo sul piano collezionistico, ma anche storico.

Dopo l’acquisto, il monumento è stato oggetto di un accurato restauro, condotto sotto la supervisione della Soprintendenza, e di uno studio approfondito che ne ha ulteriormente evidenziato l’eccezionalità. Si tratta infatti di un cippo funerario rarissimo, che rappresenta una testimonianza esemplare di una fase di transizione e compenetrazione tra cultura etrusca e cultura romana: vi convivono due linguaggi artistici e culturali.
Da un lato, c’è l’iconografia del viaggio nell’Aldilà, profondamente etrusca; dall’altro l’abbigliamento e il lessico formale riflettono ormai una cultura pienamente romanizzata. È proprio questa compresenza a renderlo un’opera straordinaria: non documenta una cesura, ma un momento di trasformazione, in cui identità etrusca e cultura romana si intrecciano. In questo senso non è solo un capolavoro scultoreo, ma un monumento che racconta un passaggio di civiltà. (@EtruscanTimes)

