La Famiglia Torlonia e Vulci, tra finanza e nobiltà pontificia, fascismo e archeologia

VULCI, 29 MAGGIO 2026 — Nella storia moderna di Vulci, il nome dei Torlonia arriva con il rumore discreto ma potentissimo del denaro, delle tenute, dei titoli, delle collezioni e delle grandi trasformazioni territoriali. È un nome che non appartiene soltanto alle cronache dell’aristocrazia romana, ma a una pagina più ampia della storia italiana: quella in cui la finanza pontificia diventa nobiltà, il collezionismo privato diventa museo, l’agricoltura diventa impresa moderna e l’archeologia etrusca si intreccia con proprietà, scavi, dispersioni e tutela pubblica.

L’ingresso del Castello di Musignano

A Vulci, il passaggio decisivo avvenne nel 1853, quando gli eredi Bonaparte vendettero ai Torlonia il Castello di Musignano, i beni di Canino e Musignano, e il titolo principesco. Il castello era stato una delle dimore predilette di Luciano Bonaparte (1775-1840), fratello di Napoleone, che aveva ricevuto da Pio VII il titolo di principe di Canino e Musignano. Nelle sue sale Luciano raccolse materiali greci ed etruschi provenienti dagli scavi di Vulci, prima che molti di essi prendessero la via delle aste parigine e del mercato antiquario europeo.

I Torlonia acquisirono un territorio già carico di memoria archeologica, scavato, conteso, studiato e in parte disperso. Studi recenti hanno richiamato l’attenzione su sculture etrusche e romane in nenfro conservate a Musignano: leoni, sfingi, figure fantastiche e sarcofagi, censiti nel 1908 da Raniero Mengarelli in vista di un possibile acquisto per il Museo Nazionale di Villa Giulia, poi non realizzato. È un episodio che restituisce bene la condizione dell’archeologia fra Ottocento e primo Novecento: reperti di altissimo interesse conservati entro residenze private, in attesa che il concetto moderno di tutela trovasse strumenti più forti.

Il simbolo più alto del rapporto fra Vulci e i Torlonia resta la Tomba François, scoperta nel 1857 nella necropoli di Ponte Rotto dall’archeologo Alessandro François (1796-1857). Dopo 169 anni – quasi due secoli – gli affreschi di quella Tomba sono ora stati acquistati dallo Stato italiano e tornano alla fruizione pubblica.

Per capire come una famiglia di banchieri potesse diventare proprietaria di luoghi così decisivi per l’archeologia etrusca, bisogna tornare alla Roma tra Settecento e Ottocento. I Torlonia erano di origine francese: Tourlonias, poi Torlonia. La loro ascesa fu costruita da Giovanni Raimondo Torlonia (1754-1829), banchiere della nobiltà romana, imprenditore e interlocutore della Santa Sede. La famiglia non nacque antica: diventò grande. E diventò nobile attraverso un percorso tipicamente romano, fatto di credito, acquisti fondiari, matrimoni, protezioni ecclesiastiche e riconoscimenti pontifici.

Tomba di Pio VII a San Pietro

I rapporti con i papi furono decisivi. Giovanni Raimondo fu vicino agli ambienti finanziari dello Stato pontificio e seppe trasformare la sua funzione economica, ai cominciare dai prestiti al Vaticano, in legittimazione sociale. Nel 1809 Pio VII lo iscrisse nel Gran Libro della nobiltà romana, riconoscendone titoli e posizione; nel 1814 gli fu attribuito il principato di Civitella Cesi, titolo creato nel contesto della nobiltà romana. Altri titoli furono acquistati insieme a feudi e proprietà, come avvenne per Poli e Guadagnolo.

Villa Torlonia

A Giovanni Raimondo Torlonia si deve anche l’avvio della trasformazione della villa sulla via Nomentana, poi Villa Torlonia, affidata all’intervento di Giuseppe Valadier. La residenza divenne una scenografia perfetta della nuova aristocrazia romana: non antichissima, ma ricchissima; non feudale in origine, ma capace di acquisire feudi e ville, collezioni e rango. Era la Roma in cui il patrimonio artistico e archeologico diventava linguaggio del potere.

Su quella stessa Villa Nomentana resta memorabile anche lo sguardo tagliente di Giuseppe Gioachino Belli. Nel sonetto La festa in Villa Nomentana, datato 27 luglio 1842, il poeta prendeva di mira la festa popolare organizzata da Alessandro Torlonia nella villa, trasformando la celebrazione del prestigio familiare in una scena di satira romana“Popolo di Quirin,” gridava ieri/ Lo scilinguato Duca bagherino,/ “Se inciuscherar ti vuoi nel mio giardino,/ Ecco botti, ecco fiaschi, ecco bicchieri.” 

Nella chiusa, Belli coglieva con ironia feroce l’altra faccia dell’ascesa torloniana: E per l’orgia di tanti imbriaconi,/  Vedeva il nome suo fatto immortale/ Tra il fango de’ quattordici rioni./ Il riferimento letterario aggiungeva al racconto della villa una voce contemporanea e polemica: non la celebrazione ufficiale del rango, ma lo sguardo dal basso della Roma popolare.

Il figlio di Giovanni Raimondo, Alessandro Raffaele Torlonia (1800-1886), portò quella strategia di famiglia a un livello ancora più alto. Banchiere, principe, imprenditore agricolo e grande collezionista, fu il protagonista del prosciugamento del lago del Fucino, in Abruzzo, una delle maggiori imprese idrauliche dell’Ottocento italiano. La bonifica gli valse il titolo di principe del Fucino e trasformò un lago abruzzese in una vasta pianura agricola (16.000 ettari complessivi, pari a 160 km²). Fu un’opera celebrata come trionfo tecnico e modernizzatore, ma anche segnata da forti tensioni sociali: proprietà della terra, lavoro contadino, concentrazione fondiaria e governo privato di un paesaggio nuovo.

Dal Fucino derivò, nel 1923, anche il nome della Banca del Fucino, fondata da Giovanni Torlonia junior (1873-1938) e Carlo Torlonia (1874-1947). L’istituto nacque come naturale prolungamento finanziario della grande impresa agraria della famiglia e nel 2023 ha celebrato il centenario. La sua storia recente, tuttavia, appartiene a un’altra stagione: dopo le difficoltà degli anni Duemila, la banca fu coinvolta nell’integrazione con Igea Banca e dal 2019 è entrata in un nuovo assetto, conservando il nome storico ma non più il carattere di banca familiare dei Torlonia.

Stampa settecentesca di Villa Albani
Il parco di Villa Albani Torlonia (a 2Km dalla stazione Termini)

Accanto alla finanza e alla terra, i Torlonia costruirono una delle più imponenti raccolte private di antichità al mondo. Nel 1853, come si è detto, comprarono il principato di Canino e Musignano. Nel 1866 acquistarono Villa Albani, voluta nel Settecento dal cardinale Alessandro Albani (1692-1779), luogo simbolico del gusto antiquario europeo e della cultura del Grand Tour. Qui il nome di Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) ricorda la nascita stessa della moderna storia dell’arte antica.

Nel 1875 Alessandro Raffaele Torlonia fondò il Museo Torlonia, che ospitava 517 opere; nel 1884 la collezione era arrivata a 620 sculture, rivaleggiando con le grandi raccolte pubbliche romane.

Nel Novecento la famiglia entrò anche nella storia politica italiana. Giovanni Torlonia junior fu nominato senatore del Regno d’Italia nel 1920 e ministro di Stato nel 1937. Il rapporto con il fascismo va letto con precisione, senza semplificazioni: più che per manifesti ideologici o testi dottrinari, Giovanni Torlonia appare legato al regime attraverso atti, riconoscimenti e collocazione istituzionale. La commemorazione del Senato ricordava che egli aveva aderito al fascismo “coi fatti”, formula eloquente del linguaggio ufficiale dell’epoca. Fra quei fatti vi furono il ruolo pubblico, la celebrazione della bonifica e il riconoscimento della Stella d’oro al merito rurale.

B. Mussolini con i gerarchi a Villa Torlonia

Il gesto più noto resta però la concessione di Villa Torlonia a Benito Mussolini. Dal 1925 al 1943 il duce abitò nel Casino Nobile con la famiglia, mentre il principe si ritirò nella Casina delle Civette. Il Duce pagava un affitto annuale simbolico di una lira. Durante la guerra furono realizzati rifugi e bunker nel sottosuolo della villa. Oggi i Musei di Villa Torlonia presentano questa fase come parte della storia complessa del luogo: residenza aristocratica, scenario del potere fascista, poi spazio pubblico e museale.

Alexander Poma Murialdo

Alla morte del principe Alessandro Torlonia (1925-2017), figlio di Carlo e Paolina Pignoloni, l’eredità familiare è passata al centro di una complessa vicenda successoria che ha coinvolto i quattro figli Carlo, Paola, Francesca e Giulio Torlonia, ai quali le cronache hanno affiancato anche il nome del nipote Alexander Poma Murialdo, figlio di Paola, molto legato al nonno e alla gestione della Fondazione Torlonia. Le dispute hanno riguardato ville, opere d’arte, archivi, collezioni e partecipazioni societarie.

Il Castello di Musignano (Canino, VT)

Per Vulci, il nome Torlonia conserva un fascino ambivalente. Da un lato richiama la stagione eroica e problematica delle grandi scoperte ottocentesche, quando l’Etruria entrò nei musei d’Europa attraverso scavi, acquisti, collezioni e trasferimenti. Dall’altro ricorda la fragilità dei contesti, la distanza fra reperti e luoghi d’origine, il lungo cammino che ha portato dalla proprietà aristocratica alla tutela pubblica. Musignano resta il punto fisico di questa continuità: un luogo in cui la memoria napoleonica, la potenza finanziaria romana e l’archeologia vulcente si sovrappongono. In quella stratificazione si legge una parte essenziale della storia moderna dell’Etruria: non solo tombe, sarcofagi e affreschi, ma famiglie, papi, banche, bonifiche, regimi, musei e responsabilità verso il passato. (@EtruscanTimes)

ar.zam.
+ posts

Ultime Notizie

Vulci nel Mondo

Il più grande database online di reperti dall' Etruria

Notizie correlate