La memoria dell’acqua: il Gran Carro di Bolsena tra archeologia e arte contemporanea

BOLSENA, 23 LUGLIO 2025 – Il più grande lago d’Europa d’origine vulcanica, il Lago di Bolsena, diventa palcoscenico di una straordinaria mostra diffusa. Si intitola La memoria dell’acqua (Nuove scoperte archeologiche dal Gran Carro di Bolsena) ed è distribuita tra il Palazzo Monaldeschi della Cervara (sede del SiMuLaBo, Sistema museale del Lago di Bolsena) e la Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo sull’Isola Bisentina. Si tratta di un progetto espositivo che unisce rigore scientifico e sensibilità artistica, restituendo al grande pubblico uno dei più affascinanti siti protostorici sommersi d’Italia: il Gran Carro.

Il ministro Alessandro Giuli con Barbara Barbaro

La mostra è stata inaugurata giovedì 17 luglio dal ministro della cultura Alessandro Giuli con una cerimonia a Palazzo Monaldeschi. Rimarrà aperta fino al 2 novembre. Il titolo non è casuale: è l’acqua, infatti, a fare da filo conduttore tra archeologia, memoria e attualità. L’acqua del Lago di Bolsena ha protetto, custodito e infine restituito – quasi intatta – la quotidianità di una comunità vissuta tra la media Età del Bronzo e la prima Età del Ferro, tra il XVI e l’VIII secolo a.C. La mostra è un frutto di una collaborazione tra il Ministero della Cultura, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale, la Fondazione Luigi Rovati e l’Isola Bisentina.

Gran Carro

Situato circa cento metri al largo dell’attuale costa, il Gran Carro fu scoperto nel 1959, ma è solo negli ultimi decenni che è stato oggetto di indagini sistematiche da parte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale, con il prezioso contributo del Servizio di Archeologia Subacquea.

Dopo il taglio del nastro a Palazzo Mondaleschi, il ministro Giuli ha esposto il significato dei ritrovamenti e della mostra assieme al sindaco di Bolsena, Andrea Di Sorte, al direttore generale del Mic per l’archeologia Fabrizio Magani, alla sopraintendente per l’Etruria meridionale, Margherita Eichberg, e a Barbara Barbaro, che guida il team di archeologi subacquei che si è occupato dei recuperi dal Gran Carro.

Un abitato sommerso e un santuario dell’acqua

Le ricerche hanno rivelato un insediamento di eccezionale valore al Gran Carro, articolato in due aree principali: un villaggio abitativo, ancora leggibile grazie ai numerosi pali lignei infissi nel fondale, e una zona sacra, denominata Aiola, costruita intorno a sorgenti di acqua calda. Quest’ultima, un tumulo di pietre a secco, si configura come un raro esempio di monumento cultuale all’aperto, destinato a riti legati probabilmente alla fertilità, alla terra e alla sfera femminile.

Palazzo Monaldeschi

Tra i reperti esposti a Palazzo Monaldeschi, molti provengono proprio dall’Aiola: grandi vasi biconici con offerte combuste (semi, ossa animali), strumenti rituali, e persino una figurina antropomorfa appena abbozzata, forse rappresentazione simbolica di una divinità femminile. Si tratta di una scoperta particolarmente significativa, perché fino ad ora immagini analoghe della cosiddetta “dea madre” erano note solo in contesti funerari, e non domestici o sacri all’aperto.

Questi materiali sono stati attribuiti alla cultura Villanoviana, fase che precede la piena formazione delle grandi città etrusche come Vulci, Tarquinia e Cerveteri. Il Gran Carro si inserisce dunque in un momento cruciale della storia dell’Italia centrale, quando le prime forme di insediamento stabile, organizzato e ritualizzato cominciano a dare forma a ciò che sarà l’identità etrusca.

Oggetti di vita quotidiana e gesti di cura

Accanto ai reperti rituali, la mostra restituisce anche una vibrante immagine della vita quotidiana di una comunità lacustre preistorica. Colpiscono, in particolare, alcuni oggetti di uso domestico legati al mondo dell’infanzia: tre vasetti con beccuccio, probabilmente usati come poppatoi, e un sonaglio ancora funzionante, riempito di sassolini. Oggetti che raccontano non solo la cura verso i bambini, ma anche una precoce attenzione alle pratiche di accudimento.

Tra le curiosità, spicca anche un vasetto miniaturistico con incisioni che ricordano una forma arcaica di scrittura, forse proto-etrusca: un segno ancora oscuro, ma di grande suggestione, che invita a riflettere sulle origini della comunicazione simbolica nel bacino medio-tirrenico.

Sull’Isola Bisentina l’arte contemporanea incontra l’archeologia

La seconda parte della mostra nella Chiesa dei santi Giacomo e Cristoforo
Chiesa dei santi Giacomo e Cristoforo

La seconda parte della mostra, sull’Isola Bisentina, ora di proprietà della famiglia Rovati, e dove si è recato in visita il ministro Giuli, approfondisce la relazione tra il passato sommerso e le visioni dell’arte contemporanea. Nella Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, restaurata di recente, si intrecciano reperti antichi e opere site-specific. Le sezioni tematiche – il mondo femminile, il sacro, la vita quotidiana, il viaggio – permettono un’esplorazione stratificata e narrativa del materiale esposto.

Accanto agli spilloni e alle fibule troviamo motivi ornitomorfi e decorazioni graffite, anforette e pissidi, vasi a forma di imbarcazione e frammenti di ceramiche d’importazione: testimonianze di un mondo che non era isolato, ma in contatto con culture diverse, grazie proprio al lago come via di comunicazione.

Namsal Siedlecki, Scultura in bronzo
Namsal Siedlecki, Scultura in bronzo

Gli artisti contemporanei chiamati a dialogare con queste scoperte hanno interpretato il tema della memoria sommersa con grande sensibilità poetica. I disegni subacquei di Alex Cecchetti evocano la dimensione onirica del fondo del lago, trasformando l’esperienza museale in un viaggio interiore. I vetri fragili di Lisa Dalfino, installati nella Malta dei Papi, richiamano gli ex voto e la devozione popolare, mentre le sculture di Namsal Siedlecki distribuite sull’isola sembrano richiamare antichi riti propiziatori, dove l’arte si fonde con la natura e la tradizione.

Un patrimonio da riscoprire

La memoria dell’acqua è molto più di una mostra: è un progetto culturale che rilegge il passato attraverso una lente contemporanea e che valorizza un patrimonio ancora poco noto. Il Gran Carro di Bolsena, con la sua straordinaria conservazione e complessità, rappresenta un unicum nel panorama archeologico europeo. La mostra ne restituisce non solo il valore scientifico, ma anche la dimensione umana e spirituale, in un allestimento che invita a interrogarsi sul significato della memoria, della cura e del legame con l’ambiente.

Come suggerisce una delle sezioni dell’esposizione, il lago non era solo uno specchio d’acqua, ma un luogo di scambio, di incontro e di vita. È ancora oggi, grazie a questo progetto, un bacino di storie che riemergono e si fanno presenti, parlando a chi sa ascoltare la voce sommessa delle cose custodite nel silenzio dell’acqua. (@EtruscanTimes)

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