FIRENZE, 19 NOVEMBRE 2025 – Non capita spesso di assistere alla rinascita di un capolavoro. Eppure, entrando nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, l’impressione è proprio quella: un ritorno alla vita, un riaccendersi improvviso della memoria etrusca dentro una sala completamente trasformata. La protagonista, naturalmente, è lei: la Chimera di Arezzo, creatura di bronzo scoperta nel 1553 e divenuta subito emblema della Toscana medicea, dell’identità etrusca e — oggi più che mai — di una cultura capace di parlare al presente.
Il suo restauro e l’inaugurazione della nuova sala che ora la accoglie segnano un passaggio decisivo all’interno di un più ampio e ambizioso progetto di rilancio del museo, avviato dal direttore Daniele Federico Maras, che da un anno e mezzo guida il MAF con un programma di rinnovamento progressivo e coerente.
Alla cerimonia inaugurale del 19 novembre erano presenti il presidente della regione Toscana, Eugenio Giani, il direttore generale Musei, Massimo Osanna, il direttore regionale dei musei nazionali Toscana Stefano Casciu, oltre a Maras, è stata una di quelle rare occasioni in cui l’archeologia riesce a sorprendere anche chi, per mestiere o passione, è abituato a viverla quotidianamente. La porta che si apre sul corridoio, dove si incontra la statua etrusca dell’Arringatore, introduce già a un’atmosfera di sospensione. Ma è nel momento in cui si varca la soglia della sala che accade il vero miracolo: un cono di luce perfetta, calibrata con sapienza, accende il profilo feroce e insieme elegantissimo del mostro bronzeo. La Chimera appare lì, in equilibrio fra ombra e splendore, come se stesse emergendo ora da un’antica caverna sacra.
I visitatori reagiscono tutti nello stesso modo: un istante di silenzio, poi un mormorio collettivo, infine telefoni che si alzano a catturare quell’apparizione. E non è un dettaglio secondario: la sala è stata progettata dallo studio Guicciardini e Magni architetti, anche come perfetta photo opportunity, un ambiente immersivo che invita alla condivisione, alla diffusione, alla riappropriazione pubblica dell’immagine-simbolo degli Etruschi.
Una “piazza” per un’opera senza tempo
Il nuovo allestimento ha un elemento centrale: un basamento monumentale che trasforma la Chimera nel perno di una sorta di piccola piazza. Quattro panche disposte ad anfiteatro permettono di sedersi, contemplare, fotografare, girare attorno alla creatura. Non è un dettaglio scenografico, ma una precisa dichiarazione di intenti: creare un rapporto diretto e personale con l’opera, senza complicazioni tecnologiche, lasciando che sia la sola forza del bronzo — la sua energia, la sua ferocia, la sua delicatezza — a parlare.

“La sala è immersiva senza tecnologie”, ha spiegato Maras. “La Chimera è illuminata in modo quasi cinematografico. Il basamento monumentale crea una sorta di piazza per guardarla: poco realisticamente antica, ma estremamente suggestiva, perché questa è un’opera senza tempo”.
Maras ha insistito anche sul valore simbolico dell’opera: “La Chimera può essere un simbolo, ma ha un contesto. È difficile competere, a Firenze, con musei come gli Uffizi, ma su dieci milioni di visitatori che ogni anno arrivano in città vorremmo che almeno centomila scegliessero anche il Museo Archeologico”. Un obiettivo impegnativo, perfettamente coerente con il percorso di rilancio avviato dal direttore e di cui questa sala rappresenta un tassello fondamentale.
Il plauso di Osanna: “Le opere devono emozionare”
L’inaugurazione è stata accompagnata dalle parole del Direttore generale Musei, Massimo Osanna, che non ha nascosto entusiasmo e ammirazione per il lavoro svolto da Maras.
“La Chimera è uno dei reperti più richiesti dai musei internazionali — e uno dei reperti più rifiutati…”, ha ricordato, sottolineando la fragilità dell’opera e il ruolo identitario che riveste.“I musei devono parlare a tutti. Le opere d’arte devono emozionare. Qui vedo un rinnovato interesse, una spinta nuova per tutto il sistema museale nazionale”.
Una sfida alle altre icone etrusche
Certo, con questo allestimento, la Chimera riafferma la sua candidatura a immagine-simbolo degli Etruschi, contendendo la scena a giganti come il Sarcofago degli Sposi, i Cavalli Alati di Tarquinia o il Sarcofago dei Tetnies di Vulci. Per eleganza del modellato, per potenza narrativa, per aura mitica, la Chimera di Arezzo non ha eguali: è insieme creatura della fantasia e manifesto politico, esempio virtuoso di arte bronzistica e icona pop del mondo antico.
La possibilità di fotografarla perfettamente — senza riflessi, senza barriere, con un’illuminazione progettata dallo Studio Massimo Iarussi per valorizzare i dettagli drammatici delle fauci, della criniera, delle zampe — restituisce al pubblico ciò che per secoli è appartenuto agli studi accademici: la meraviglia pura. (@EtruscanTimes)


