La “prima picconata” a Regisvilla: la città-porto di Vulci torna alla luce

MONTALTO DI CASTRO (VT), 5 SETTEMBRE 2026 – E’ una “prima picconata” dal sapore soprattutto simbolico, ma potrebbe segnare una grande svolta nella conoscenza di Vulci e del suo rapporto con il Mediterraneo. Lunedì 7 settembre in località Le Murelle viene infatti inaugurato il nuovo scavo di Regisvilla, il porto della città ricca e potente vulcente. Non si tratta di una normale campagna archeologica stagionale, ma dell’avvio di un progetto destinato a svilupparsi per diversi anni su un’area di circa 20 ettari, dove le prospezioni hanno fatto emergere l’immagine, ancora sepolta, di una vera città-porto.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione fra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, guidata da Margherita Eichberg, e la Fondazione Vulci presieduta da Laura Allegrini, con il Comune di Montalto di Castro e una rete particolarmente ampia di università e istituzioni italiane e straniere. La prospettiva è ambiziosa: restituire forma, cronologia e funzioni a un insediamento che potrebbe finalmente chiarire come Vulci si affacciasse sul mare e attraverso quali strutture organizzasse i propri traffici.

Carlo Regoli, Regisvilla. Scavi e ricerche (1968-1983)

Regisvilla è identificata con la Regae dell’Itinerarium Maritimum e con la Regisvilla ricordata da Strabone. Il sito non è del tutto nuovo agli archeologi. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento l’Istituto di Topografia antica della Sapienza aveva condotto alcune indagini nell’area, precedute da ricognizioni di superficie e dallo studio delle fotografie aeree. Era stato riconosciuto un vasto recinto rettangolare, la cui datazione era stata variamente attribuita all’età romana o medievale.

Gli scavi, limitati nell’estensione, avevano però restituito strutture di epoca etrusca, tracce di una villa romana della prima età imperiale e alcune sepolture. Anche il mare aveva fornito indicazioni importanti: a circa 300 metri dalla costa era stata individuata una struttura sommersa, parallela alla linea di riva, interpretata come possibile opera portuale. Proprio questi primi risultati contribuirono nel 1985 all’apposizione del vincolo archeologico sull’area, che più tardi è stata in parte acquisita.

La relazione sul Porto di Regisvilla al XXXI Convegno dell’Istituto nazionale di studi etruschi su Vulci nell’ottobre 2025. Da sinistra, Carlo Regoli, Simona Carosi, Luca Cerchiai (presidente della seduta), Mariachiara Franceschini, Paul P. Pasieka

Ora, a distanza di oltre quarant’anni, Regisvilla torna al centro della ricerca con strumenti molto diversi. Determinanti sono state le indagini geofisiche del 2024, realizzate da Eastern Atlas e dalle Università di Friburgo e Magonza su indicazione della Soprintendenza e della Fondazione Vulci. I risultati, presentati preliminarmente anche al Convegno di Studi Etruschi ed Italici dell’ottobre 2025, hanno rafforzato l’ipotesi dell’esistenza di un insediamento commerciale organizzato secondo un preciso disegno urbanistico, con isolati chiaramente distinguibili.

Sotto il terreno sembrano infatti distinguersi strutture regolarmente distribuite, elementi che rafforzano l’ipotesi di una vera città-porto e non di un semplice punto di approdo.

Le tracce emerse indicano inoltre una frequentazione che coinvolgeva non soltanto le comunità locali, ma anche Greci e Fenici, confermando la funzione di Regisvilla come luogo d’incontro fra mondi diversi. È questo uno degli aspetti che rende il nuovo scavo particolarmente promettente. Portare alla luce Regisvilla significa osservare Vulci da una prospettiva diversa: non più soltanto dall’interno della città o attraverso il mondo funerario, ma dal mare e dai suoi traffici. Ceramiche, metalli, resti animali e vegetali potranno aiutare a ricostruire cosa arrivava nel porto, cosa ne partiva, quali popolazioni lo frequentavano e in che modo l’economia vulcente fosse inserita nei grandi circuiti commerciali mediterranei.

Come ha sottolineato anche Laura Larcan su Il Messaggero, presentando il nuovo progetto in un lungo articolo intitolato Il porto segreto degli Etruschi, il tema del sacro potrebbe rappresentare uno dei fili iniziali dell’indagine.

Il primo settore di indagine riguarda infatti un’area che, sulla base delle ricerche condotte alla fine degli anni Settanta, potrebbe essere collegata a una zona sacra. Sarà lo scavo stratigrafico a verificare questa ipotesi e a stabilire la natura e la successione cronologica delle strutture.

Da sinistra, Laura Allegrina, Margherita Eichberg e L.M. Michetti durante gli scavi 2026 a Vulci

La direzione scientifica è affidata per la Soprintendenza alla Eichberg e Simona Carosi; per la Fondazione Vulci, che si occuperà dello scavo, sono coinvolti la presidente Allegrini e il direttore scientifico Carlo Casi. Un ruolo centrale spetta all’Università Federico II di Napoli, con Rodolfo Brancato. A questa struttura si affianca una rete internazionale: Mariachiara Franceschini per l’Università di Friburgo, Paul Pasieka per quella di Magonza e Corinna Riva per University College London.

Carlo Casi

Il progetto prevede inoltre un forte contributo delle discipline scientifiche applicate all’archeologia. Antonio Brunetti, dell’Università di Sassari, si occuperà delle analisi sui metalli; Claudia Minniti, della Sapienza, dell’archeozoologia; Marco Marchesini, dell’Università di Ferrara, della paleobotanica. Collabora anche Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici. È una squadra che mostra bene come l’archeologia contemporanea non possa più limitarsi all’apertura di trincee: ogni reperto, residuo vegetale, osso animale o frammento metallico può concorrere a ricostruire economia, alimentazione, ambiente e commerci.

Barbara Barbaro

Contemporaneamente alle attività sulla terraferma si svolgeranno anche ricognizioni archeologiche in mare, condotte dal gruppo di archeologia subacquea della Soprintendenza coordinato da Barbara Barbaro, affiancato dal Nucleo Carabinieri Subacquei di Roma. È un passaggio decisivo, perché la comprensione del porto non può prescindere dalle strutture sommerse già individuate davanti alla costa e dal rapporto fra l’insediamento terrestre e il suo sistema di approdi.

La posta in gioco è comunque chiara. Regisvilla potrebbe consentire di capire finalmente come funzionava il porto di Vulci, quale fosse la sua estensione, quali merci vi transitassero e quale rapporto esistesse fra l’approdo e la grande città dell’interno. Con la prima picconata non comincia soltanto uno scavo come altri, ma il tentativo di riportare alla luce una parte finora quasi invisibile della storia di Vulci: quella che guardava verso il mare. @EtruscanTimes

Redazione
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