Le anfore di Vulci raccontano un’economia etrusca: un nuovo studio su produzione e commerci mediterranei

LONDRA, 23 AGOSTO 2026 – Dietro un’anfora può nascondersi un’intera economia. E nel caso di Vulci, le analisi scientifiche condotte su decine di frammenti di anfore da trasporto stanno permettendo di ricostruire con una precisione nuova dove quei contenitori venivano prodotti, quali materie prime utilizzavano gli artigiani e, soprattutto, quale ruolo svolgeva la grande città etrusca nei circuiti agricoli e commerciali del Mediterraneo.

È questo il risultato centrale della ricerca Technological variability in Etruscan amphora production at Vulci: Evidence from petrographic and compositional analysis, appena pubblicata nel Journal of Archaeological Science: Reports, rivista scientifica internazionale specializzata nell’applicazione delle scienze naturali e dei metodi di laboratorio all’archeologia.

Lo studio è firmato da Maja Miše, che ha guidato il progetto di ricerca e che lavora a University College London (UCL), da Corinna Riva, Professor of Central Mediterranean Archaeology allo UCL Institute of Archaeology, e da Carlo Regoli, archeologo della Fondazione Vulci, presieduta da Laura Allegrini e di cui Carlo Casi è direttore scientifico.

Da sinistra, C. Riva mentre presentava lo studio al Convegno su Vulci del 2025 , e A.M. Moretti Sgubini, che presiedeva la seduta

La ricerca mette insieme archeometria, studio delle produzioni ceramiche e conoscenza diretta del territorio vulcente ed era già stata anticipata nell’ottobre 2025 al convegno Vulci e il suo territorio, 50 anni dopo.

A dare ora rilievo giornalistico allo studio è stato Greek Reporter, portale internazionale in lingua inglese dedicato alla Grecia e al mondo ellenico, che ha pubblicato un articolo dal titolo Ancient Amphorae Reveal How Etruscans Produced Their Own Goods Despite Strong Greek Trade Ties. Il punto messo in evidenza dalla testata è chiaro: molte delle anfore etrusche analizzate a Vulci erano prodotte localmente, pur in una città fortemente inserita negli scambi con la Grecia e con il resto del Mediterraneo.

Mappa dei siti di Vulci selezionati per l’analisi delle anfore da trasporto

Per arrivare a questa conclusione, i tre ricercatori hanno studiato 48 frammenti di anfore provenienti da diversi contesti del territorio vulcente e li hanno confrontati con 12 campioni di materiali collegati all’attività di fornace. I reperti arrivano da necropoli, aree abitative e zone connesse agli approdi costieri.

Utilizzati residui di fornace e scarti di cottura

Dal momento che la vegetazione rende difficile campionare direttamente i depositi naturali di argilla intorno a Vulci, il gruppo ha utilizzato come termine di confronto residui di fornace, scarti di cottura e altri materiali ceramici provenienti da un impianto fuori dalle antiche mura. Questi reperti hanno fornito una sorta di “firma” delle materie prime utilizzate localmente.

Attraverso la petrografia ceramica e la ICP-MS, una tecnica capace di misurare con grande precisione gli elementi chimici presenti negli impasti, le anfore sono state suddivise in due principali gruppi composizionali, oltre a un campione anomalo.

Anfora etrusca da trasporto e materiali ceramici utilizzati per l’analisi composizionale

Le differenze sono reali: alcuni campioni presentano concentrazioni più elevate di zirconio e afnio, altri mostrano maggiori quantità di ferro e componenti vulcaniche compatibili con la geologia del territorio. Ma proprio questo è il dato più importante: la diversità non sembra corrispondere a provenienze geografiche lontane. La composizione delle anfore risulta infatti strettamente confrontabile con quella dei materiali delle fornaci locali.

In altre parole, Vulci non produceva le proprie anfore secondo un’unica “ricetta”. Le differenze sembrano piuttosto indicare officine, tecniche o tradizioni artigianali diverse all’interno della stessa area produttiva.

È un risultato importante perché suggerisce un sistema produttivo locale articolato e probabilmente decentralizzato. E non emerge neppure una corrispondenza netta tra il tipo di impasto e il luogo di ritrovamento: anfore appartenenti a gruppi differenti compaiono negli stessi contesti e sembrano entrare nei medesimi circuiti distributivi.

Le conseguenze per la storia di Vulci

Per la storia di Vulci, la conseguenza è significativa. La città è conosciuta soprattutto per la straordinaria quantità di ceramica greca rinvenuta nelle sue necropoli. Migliaia di vasi attici e corinzi provenienti dal territorio vulcente sono oggi conservati nei musei di tutto il mondo, come documenta il progetto Vulci nel Mondo, e hanno contribuito a costruire l’immagine di Vulci come uno dei principali mercati etruschi per i prodotti greci.

Il nuovo studio invita però a guardare anche nella direzione opposta. Vulci non era soltanto una città che importava. Era anche una città che produceva. E nel caso delle anfore il dato assume un peso particolare, perché un’anfora da trasporto non è soltanto un oggetto ceramico: è il contenitore di una merce. Capire dove veniva fabbricata significa quindi avvicinarsi alla geografia economica dei prodotti agricoli che trasportava, a cominciare dal vino.

La produzione locale di anfore rafforza dunque l’immagine di un territorio capace non solo di produrre ceramica, ma di organizzare una filiera agricola e commerciale destinata anche alla circolazione su lunga distanza. Le importazioni greche e la produzione vulcente non sono fenomeni contraddittori: sono due aspetti della stessa forza economica, quella di una città pienamente inserita nelle reti mediterranee.

Maja Miše

A guidare la ricerca sulle anfore vulcenti è stata Maja Miše, archeologa specializzata in archeologia mediterranea e scienza dei materiali archeologici. I suoi studi riguardano in particolare tecnologia ceramica, provenienza dei manufatti, innovazione e trasferimento delle conoscenze tra Adriatico e Italia centrale durante il primo millennio a.C.  La sua monografia del 2015 sulla Gnathia Ware è un contributo importante allo studio delle produzioni ceramiche e delle interazioni culturali nell’Adriatico.

Carlo Regoli

Accanto a lei, Corinna Riva ha portato la sua esperienza di studiosa dell’Italia preromana e del Mediterraneo centrale, mentre Carlo Regoli, che tra l’altro nel 2024 si era occupato delle anfore da trasporto in un ciclo di incontri al DAI, l’Istituto archeologico Germanico di Roma, ha assicurato il legame diretto con il territorio e con la documentazione archeologica di Vulci.

È proprio l’incontro tra queste competenze a rendere il nuovo studio particolarmente efficace: la chimica degli impasti non resta un dato di laboratorio, ma diventa uno strumento per ricostruire il funzionamento economico di una delle più importanti città dell’Etruria.

La conclusione è semplice ma rilevante: dietro la Vulci che importava capolavori greci esisteva una Vulci che produceva, confezionava ed esportava. E le anfore, meno spettacolari dei grandi vasi figurati che riempiono i musei del mondo, possono raccontarne la forza economica forse meglio di qualsiasi altro oggetto. @EtruscanTimes

Redazione
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