L’Ulisse di Hollywood irrompe sugli schermi del mondo, ma il suo viaggio verso l’Occidente passò prima dall’Etruria

ROMA, 16 LUGLIO 2026 – Ulisse irrompe sui grandi schermi di tutto il mondo con The Odyssey (Odissea) di Christopher Nolan, interpretato da Matt Damon (questo il trailer)  riportando al centro della cultura popolare un mito che, quasi tremila anni fa, gli Etruschi furono tra i primi popoli non greci a fare proprio e a diffondere lungo le rotte del Mediterraneo.

La fortuna etrusca dell’eroe non nacque dalla lettura dell’Odissea nel senso moderno del termine. Non sappiamo se nell’Etruria antica circolassero traduzioni complete del poema attribuito a Omero, né possediamo testi che consentano di ricostruire con precisione come venisse raccontato. Sappiamo però che le storie di Ulisse arrivarono presto nelle città etrusche attraverso più canali: i mercanti, gli artigiani greci trasferiti in Italia, i cantori, gli spettacoli, il banchetto e soprattutto le immagini dipinte sui vasi importati. Il mito, insomma, non viaggiava soltanto con le parole. Attraversava il mare insieme al vino, ai metalli, ai profumi e agli oggetti di lusso.

Un eroe particolarmente adatto alla civiltà etrusca

Gli Etruschi non furono spettatori passivi di questa circolazione. Selezionarono gli episodi, li adattarono ai propri interessi, li inserirono nelle tombe e negli spazi della vita aristocratica. A un certo punto diedero persino all’eroe un nome nella loro lingua: Odisseo divenne Uthuze, o Utuse. È il segno più chiaro che il personaggio aveva oltrepassato la condizione di figura straniera ed era entrato stabilmente nell’immaginario locale.

Ulisse offriva del resto un modello particolarmente adatto alla civiltà etrusca. Non era soltanto il guerriero tornato da Troia, ma il navigatore costretto ad affrontare coste sconosciute, tempeste, naufragi, popoli ostili e approdi ambigui. Sopravviveva non grazie alla forza fisica, come Achille, ma attraverso la mètis, l’intelligenza elastica e prudente, capace di osservare, ingannare, negoziare e modificare rapidamente la propria strategia.

Per una società proiettata sul mare, impegnata nei commerci e nella competizione per le rotte del Tirreno, l’eroe dal “multiforme ingegno” doveva risultare singolarmente familiare. Gli Etruschi conoscevano bene la doppia natura del Mediterraneo: spazio di ricchezza e comunicazione, ma anche luogo di pericolo, violenza e perdita. L’Odissea trasformava questa esperienza concreta in una geografia del mito.

Il ruolo dei capolavori di Vulci

Stamnos del Pittore delle Sirene, trovato a Vulci ora al British Museum

È da Vulci che provengono infatti alcuni dei capolavori che hanno fissato nell’immaginario occidentale gli episodi dell’Odissea. Il più celebre è lo stamnos attico a figure rosse attribuito al Pittore delle Sirene, databile intorno al 480-470 a.C. e oggi conservato al British Museum. Ulisse è legato all’albero della nave, mentre i marinai remano con le orecchie protette dalla cera e le Sirene cantano dalle rocce. Una di esse precipita verso il mare, segno della sconfitta provocata dalla resistenza dell’eroe.

Oggetti come questo vaso non arrivavano in Etruria come semplici decorazioni. Venivano scelti dalle élite, utilizzati durante il banchetto, osservati e commentati, quindi deposti nelle tombe. La scena delle Sirene parlava del desiderio di conoscere e della necessità di controllarlo: Ulisse vuole ascoltare il canto proibito, ma organizza in anticipo la propria salvezza.

Cratere firmato da Aristonothos, Musei Capitolini

Al tema ha dedicato particolare attenzione Luca Cerchiai, professore di etruscologia all’Università di Salerno. Nel saggio Eroti, Sirene e l’equipaggio di Odisseo, lo studioso ha invitato a leggere la scena non isolatamente, ma in rapporto alla nave, ai compagni e alle figure dipinte sull’altro lato del vaso. Il significato non risiede soltanto nel singolo episodio, ma nel dialogo tra canto, desiderio, navigazione e disciplina.

Immagini di Ulisse e del ciclo troiano circolarono anche a Cerveteri, Tarquinia, Chiusi e in numerosi altri centri dell’Etruria. Uno dei documenti più antichi di questo incontro è il cratere firmato da Aristonothos, realizzato nel VII secolo a.C., rinvenuto a Cerveteri e oggi conservato ai Musei Capitolini. Su un lato appare una battaglia navale; sull’altro Ulisse e i compagni accecano Polifemo.

Luca Cerchiai

Le immagini non seguivano necessariamente il testo di Omero in modo letterale. Potevano riflettere tragedie, poemi perduti, tradizioni orali o varianti locali. Steven Lowenstam, Nancy Thomson de Grummond, Bruno d’Agostino e lo stesso Cerchiai hanno mostrato, da prospettive diverse, quanto sia rischioso considerare l’arte etrusca una copia imperfetta dei modelli greci. Gli Etruschi non si limitavano a “illustrare” un racconto ricevuto dall’esterno. Lo reinterpretavano. Cambiavano i rapporti tra i personaggi, selezionavano momenti specifici, inserivano talvolta figure della propria religione e adattavano le scene al contesto funerario, rituale o conviviale dell’oggetto.

Uno specchio bronzeo da Caere mostra Uthuze, il nome etrusco di Ulisse, insieme a Palamede, Menelao e Clitennestra

Uno specchio bronzeo proveniente da Caere e oggi al British Museum mostra, per esempio, Uthuze accanto a Menelao, Clitennestra e Palamede, tutti identificati da iscrizioni etrusche. La presenza di Palamede rimanda a una tradizione nella quale l’astuzia di Ulisse non è soltanto virtù, ma può diventare frode e crudeltà.

Il Mediterraneo come superficie narrativa

Un altro oggetto, anch’esso proveniente da Caere, raffigura Uthuze con Penelope e un cane. La scena richiama il ritorno a Itaca, il riconoscimento e forse il vecchio Argo, che riconosce il padrone dopo vent’anni di assenza. Il grande navigatore è così ricondotto alla casa, alla fedeltà e al tempo trascorso. Proprio questa pluralità spiega la fortuna dell’eroe. Ulisse poteva essere guerriero, viaggiatore, sovrano, marito, bugiardo, esploratore e uomo del ritorno. Era capace di cambiare nome e aspetto, di parlare con i vivi e con i morti, di perdersi senza rinunciare alla propria meta.

Una custodia etrusca per specchio da Caere raffigura Uthuze e Penelope con un cane, possibile richiamo al riconoscimento di Argo

Il contributo degli Etruschi alla diffusione di Ulisse consiste anche nella trasformazione del Mediterraneo in una grande superficie narrativa. Le loro città costiere, i porti e gli empori furono luoghi di passaggio non soltanto per le merci, ma per i racconti. Le storie venivano viste, riconosciute, reinterpretate e poi rimesse in circolazione. Insomma, prima ancora che Roma gli desse una nuova vita letteraria, Uthuze era già entrato nelle immagini, nelle tombe e negli oggetti della società etrusca.

Il ruolo più ambiguo di Ulisse nel mondo romano

I Romani ereditarono questa lunga familiarità italica, ma modificarono profondamente il carattere della ricezione. Nel III secolo a.C. Livio Andronico tradusse l’Odissea in latino con l’Odusia, uno dei testi fondativi della letteratura romana e per lungo tempo anche un’opera scolastica. Ulisse passava così in modo più sistematico dall’immagine al libro, dal banchetto e dalla tomba all’educazione e al teatro.

La tradizione romana gli attribuì inoltre un volto più ambiguo. Poiché Roma si presentava come erede di Enea e dei Troiani, Ulisse poteva apparire come il responsabile dell’inganno del cavallo e della distruzione della città. Nell’Eneide di Virgilio la sua intelligenza è riconosciuta, ma spesso osservata dal punto di vista delle vittime troiane. La mètis diventa facilmente frode.

Il Kolossal di Nolan e il rilancio del mito

È su questa eredità stratificata che interviene oggi Nolan con il suo film destinato a nuovi record. Nato a Londra 55 anni fa, il regista (e produttore) è al settimo posto nella classifica di quelli con i maggiori incassi nella storia del cinema.  Ha trattato un’ampia quantità di generi cinematografici: il neo-noir con Memento, il thriller psicologico con Insomnia e The Prestige, la fantascienza prima con Inception e in seguito con Interstellar, il film di guerra con Dunkirk, lo spionaggio con Tenet e l’epopea biografica con Oppenheimer (Duplice Premio Oscar nel 2024). Adesso, con Odissea, affronta il grande racconto mitologico: un’opera monumentale capace di unire il cinema d’autore e il grande spettacolo.

Anne Hathaway nel ruolo di Penelope

Il film dura due ore e 52 minuti e schiera, accanto a Damon, Anne Hathaway nel ruolo di Penelope, Tom Holland in quello di Telemaco e Zendaya in quello di Atena.

Favignana

E’ costato 250 milioni di dollari ed è stato girato (anche in molte località italiane: Lipari, Vulcano, Basiluzzo, Panarea, Pietra del Bagno Favignana, Ostia) interamente in IMAX, una scelta che trasforma il mare, le navi, le tempeste e i paesaggi in presenze fisiche. “La lettura che Christopher Nolan fa del poema omerico merita attenzione e rispetto. Oltre che applausi“, ha scritto Paolo Mereghetti nella sua recensione sul Corriere della Sera, attribuendogli un nove su dieci come punteggio.

Nolan affronta uno dei testi fondativi della cultura occidentale con gli strumenti del kolossal contemporaneo, ma senza ridurlo a una successione di mostri e avventure. Il regista – secondo quanto ha notato la critica del New York Times, , conserva la struttura frammentata e non lineare del poema, ampliando alcuni episodi, comprimendone altri e collegando continuamente il viaggio esteriore del protagonista alla sua ricerca interiore. Il suo Ulisse è ancora il guerriero, il capo, il marito, il padre, l’amante, l’astuto e il bugiardo; è però meno simile a un semidio e più vicino a un uomo contemporaneo, vulnerabile e moralmente leggibile. Matt Damon gli presta il corpo di un eroe stanco, segnato dalla guerra e costretto non soltanto a ritrovare Itaca, ma a ricostruire la propria identità.

Nolan rende fisico ciò che nel poema è mitico: il legno che scricchiola, le corde tese, la fatica degli uomini, la nave sbattuta dalla tempesta. Ma non cancella il fantastico. Polifemo, Circe, Calipso e Atena restano presenti, immersi però in un mondo nel quale il prodigio convive con la materia, la paura e il dolore.

La nuova Odissea non è soltanto la trasposizione spettacolare di un classico. È l’ultima tappa di una lunghissima catena di appropriazioni. Come gli artigiani greci che dipingevano per i committenti etruschi, come gli incisori che trasformarono Odisseo in Uthuze e come i poeti romani che ne fecero un personaggio della letteratura latina, Nolan riceve il mito e lo ricrea per il proprio pubblico. Ogni epoca ha bisogno di un Ulisse diverso. Gli Etruschi videro in lui il navigatore capace di governare il mare e l’incertezza; i Romani l’eroe ambiguo, sospeso tra intelligenza e inganno; Nolan ne fa un uomo che deve ritrovare la famiglia, la memoria e una risposta alle proprie colpe. (@EtruscanTimes)

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