MIDDLETOWN, 3 SETTEMBRE 2026 – Il titolo scelto da WeDirectory è quasi un manifesto: Archaeology as a Living Force: Massimo Osanna. Nell’ampia intervista, pubblicata il 21 agosto dal magazine digitale internazionale con sede negli Stati Uniti e firmata da Ruslan Khabiev, Massimo Osanna racconta un’archeologia che non può limitarsi allo scavo e alla conservazione, ma deve diventare una forza capace di incidere sulla società contemporanea, mettendo in relazione musei, cinema, teatro, musica, libri e creatività.
Il punto di partenza è molto personale. Osanna racconta di essere cresciuto a Venosa, in Basilicata, in un paesaggio nel quale rovine romane, catacombe e testimonianze medievali facevano parte della vita quotidiana. Da bambino poteva muoversi liberamente fra quei resti, sviluppando un rapporto con l’antico precedente allo studio stesso dell’archeologia. È da quell’esperienza che deriva, dice, una convinzione rimasta centrale nella sua carriera: “il passato non è mai separato dal presente”. I luoghi ereditati continuano infatti a plasmare l’identità delle comunità che vivono intorno a essi.

La riflessione assume oggi un significato particolare perché Osanna è appena salito a uno dei vertici del Ministero della Cultura. Nel giugno 2026, su proposta del ministro Alessandro Giuli, è stato nominato capo del Dipartimento per le attività culturali (DiAC), lasciando la Direzione generale Musei. Il nuovo incarico allarga enormemente il suo raggio d’azione. E Osanna spiega nell’intervista di non avvertire questo passaggio come una rottura. È cambiata la scala, non la filosofia. Musei, cinema, teatro, fotografia, architettura e libri fanno parte, nella sua visione, dello stesso ecosistema culturale. La funzione delle istituzioni non consiste semplicemente nel conservare ciò che hanno ricevuto, ma nel mettere in circolazione conoscenza e creare rapporti fra ricercatori, artisti e comunità.

È qui che emerge forse la parte più interessante del colloquio. I musei non sono depositi statici, sostiene Osanna, ma luoghi nei quali si continua a produrre conoscenza. Anche riportare musica o teatro all’interno di palazzi storici e siti archeologici non significa necessariamente sovrapporre il contemporaneo all’antico: molti di quei luoghi erano essi stessi spazi di rappresentazione, celebrazione e incontro. La condizione è che ogni intervento nasca dalla comprensione e dal rispetto dell’identità del luogo. L’obiettivo finale è che “la cultura rimanga un bene pubblico vivo”, capace di generare conoscenza, dialogo ed esperienze condivise.
Da Pompei agli affreschi della Tomba François
Un altro passaggio riguarda Pompei, che Osanna ha diretto nella stagione della rinascita dopo anni segnati dall’emergenza. Più che le singole scoperte, ricorda il momento in cui il sito poté finalmente uscire dalla logica del dissesto e tornare a essere un luogo di ricerca. Cita però un dettaglio quasi emblematico: l’iscrizione a carboncino rinvenuta nella Regio V con la data del 17 ottobre, una traccia fragilissima sopravvissuta per quasi duemila anni e capace di riaprire la discussione sulla data dell’eruzione del Vesuvio. Per Osanna è la dimostrazione di come conservazione e ricerca non possano essere separate.
L’intervista dedica spazio anche a Mondo nuovo, il suo libro sulla nascita della Magna Grecia. Osanna rifiuta una lettura semplicistica basata su Greci da una parte e popolazioni indigene dall’altra: ciò che l’archeologia restituisce è un processo continuo di incontri, scambi, conflitti e trasformazioni. Le identità, sostiene, non sono mai immobili. Ed è proprio l’archeologia a permettere di recuperare anche chi non ha lasciato testi scritti: “gli oggetti diventano voci”. Ceramiche, insediamenti, paesaggi e oggetti della vita quotidiana consentono di ricostruire rapporti umani altrimenti destinati a scomparire.
In questo quadro si inserisce anche il rapporto con il mondo etrusco. Come Etruscan Times ha già sottolineato, il passaggio di Osanna al DiAC ha privato la Direzione generale Musei di un archeologo che negli ultimi anni aveva dimostrato una particolare attenzione verso il patrimonio etrusco.

Una delle sue ultime iniziative da direttore generale è stata infatti l’acquisizione da parte dello Stato degli affreschi della Tomba François di Vulci, oggi al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Nell’intervista Osanna torna proprio su quell’operazione, precisando di non averla considerata un gesto simbolico di commiato, ma la conclusione di un processo lungo e complesso: un capolavoro della pittura antica, dopo oltre un secolo, è entrato definitivamente nel patrimonio pubblico ed è stato ricongiunto al museo più adatto a conservarlo, studiarlo e presentarlo nel quadro della civiltà etrusca.
La sua attenzione all’Etruria si era manifestata anche a Villa Giulia, nella riapertura della sala della Chimera d’Arezzo al Museo Archeologico Nazionale di Firenze e nella scelta di figure con solide competenze etruscologiche, come Daniele Federico Maras a Firenze e Luana Toniolo a Villa Giulia.

Allievo di Mario Torelli, professore ordinario di Archeologia classica all’Università Federico II di Napoli, Osanna ha del resto costruito il proprio percorso scientifico fra Grecia, Magna Grecia, Lucania, Pompei e culture dell’Italia antica. Le sue pubblicazioni – da Santuari e culti dell’Acaia antica e Chorai coloniali da Taranto a Locri fino a Pompei. Il tempo ritrovato, Il mondo nascosto di Pompei, scritto con Toniolo, e Mondo nuovo – riflettono la stessa attenzione che emerge dall’intervista: non civiltà isolate, ma relazioni; non reperti separati dalla vita, ma persone, territori e comunità.
È questo, in fondo, il senso più convincente della formula scelta da WeDirectory. Quando Osanna parla dell’archeologia come “forza viva”, non propone soltanto uno slogan: sintetizza un metodo che parte dalla ricerca, passa per la tutela e arriva alla partecipazione culturale. E che oggi, con il nuovo incarico affidatogli da Giuli, viene messo alla prova su una scala molto più grande. @EtruscanTimes

