Mediterraneo senza frontiere: al Met una mostra sul “mare colore del vino”

NEW YORK, 10 SETTEMBRE 2026 – Prima che Roma diventasse il centro del Mediterraneo, quel mare “colore del vino” che nel 1973 diede il titolo a una famosa raccolta di racconti di Leonardo Sciascia era già una gigantesca rete di commerci, migrazioni, guerre, miti e contaminazioni. Greci ed Etruschi, Fenici, Lidi, Iberi e popolazioni dell’Africa settentrionale si incontravano, commerciavano e si influenzavano reciprocamente, producendo un’arte che oggi rende sempre più difficile parlare di civiltà antiche come mondi separati.

È questo Mediterraneo senza frontiere il protagonista di “Across Wine-Dark Seas: Art and Identity beyond Ancient Greece”, la grande mostra che aprirà il 20 dicembre al Metropolitan Museum of Art di New York e resterà visitabile fino all’11 aprile 2027. “Ci auguriamo di poter offrire una visione piu’ ampia del mondo antico come luogo interconnesso, eterogeneo e incredibilmente vario. La mostra gioca con l’idea poetica che l’antico Mediterraneo fosse un continente fatto d’acqua, uno spazio di incontro e di scambio, nel quale la terra si limitava quasi a tracciarne i contorni”, ha detto Delphine Tonglet, che ha collaborato all’organizzazione.

Oltre 180 opere provenienti da 29 prestatori internazionali tra cui ben otto musei italiani racconteranno il periodo compreso tra l’VIII e l’inizio del V secolo a.C., quando i Greci si spinsero ben oltre la madrepatria e l’incontro con altre popolazioni trasformò non soltanto l’arte delle terre raggiunte, ma la stessa identità greca.

Per gli Etruschi il tema è particolarmente familiare. Alcuni dei più straordinari vasi greci arrivati fino a noi sono stati infatti ritrovati proprio nelle necropoli etrusche: oggetti prodotti ad Atene, trasportati attraverso il Mediterraneo e poi utilizzati e sepolti in Italia all’interno di contesti culturali diversi da quelli in cui erano nati.

Il cratere di Spina in prestito al Met da Ferrara

Non a caso una delle opere simbolo di questa lunga storia è già al Met: il grande cratere attico a figure rosse proveniente da Spina, oggi in prestito dal Museo Archeologico Nazionale di Ferrara. Realizzato nella bottega di Polignoto e scoperto nel 1923 nella Tomba 128 di Valle Trebba, testimonia quanto stretti fossero i rapporti tra il porto etrusco dell’Adriatico e Atene.

Ma la sua presenza a New York racconta anche una storia molto più recente. Il prestito fa parte dell’accordo nato dalla lunga disputa tra Italia e Metropolitan Museum sul cratere di Eufronio, il capolavoro firmato dal vasaio Euxitheos e dal pittore Euphronios, acquistato dal Met nel 1972 per oltre un milione di dollari e per decenni uno dei simboli della collezione del museo.

Dopo anni di contestazioni sulla provenienza dell’opera, nel 2006 il Met accettò di trasferirne la proprietà all’Italia e il cratere tornò definitivamente nel 2008. L’accordo prevedeva in cambio un sistema di prestiti a lungo termine di opere di importanza comparabile. È da quella controversia che è nato un modello di cooperazione che continua ancora oggi.

L’intesa tra Giuli e Hollein

E proprio nel 2026 il tema è tornato di attualità. A marzo il direttore del Met Max Hollein e il ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno rilanciato a New York la collaborazione tra il museo e l’Italia, mentre il Metropolitan annunciava la restituzione di un nuovo gruppo di antichità dopo l’emergere di informazioni legate alle indagini del Manhattan District Attorney sul traffico di reperti archeologici.

Nello stesso tempo, però, i musei italiani hanno accettato di inviare a New York 31 opere da otto istituzioni per “Across Wine-Dark Seas”, trasformando la stagione delle restituzioni anche in una stagione di prestiti e ricerca condivisa.

Lo Zeus da Ugento al Museo di Taranto

Tra i protagonisti della mostra ci sarà il magnifico Zeus bronzeo di Ugento, capolavoro del Museo Archeologico Nazionale di Taranto che sarà esposto negli Stati Uniti per la prima volta. Datato all’età arcaica e probabilmente prodotto da bronzisti tarantini, è una testimonianza della diffusione dell’artigianato greco nei santuari del mondo italico. Dai Musei Vaticani arriverà invece una coppa conservata al Museo Gregoriano Etrusco, con Eracle che attraversa il mare nel calderone del dio Sole Helios. Ci saranno anche prestiti da Palermo, Roma e dalla Sardegna, per non parlare del contributo di ben sedici esperti italiani al catalogo.

Ed è proprio il mare a diventare il filo conduttore della mostra. “Per gli antichi Greci non era un vuoto che separava popoli e terre, ma uno spazio dinamico di connessione, comunicazione, scambio, scoperta e creatività” ha osservato la ministra della Cultura greca Lina Mendoni. La Grecia presterà, tra le altre opere, anche la protome di grifone di Olimpia, tornata nel Paese nel 2025 dopo ricerche condotte congiuntamente dal governo ellenico e dal Metropolitan. Anche in questo caso una restituzione diventa parte di una nuova collaborazione: il reperto tornerà temporaneamente a New York come prestito.

Per Hollein, la mostra dimostra quanto profondamente interconnesso fosse il mondo antico e come la circolazione di idee, materiali e tecniche abbia prodotto alcune delle creazioni più innovative dell’epoca.

Il percorso sarà diviso geograficamente: Mediterraneo orientale e Asia occidentale; Egitto e Nord Africa; Italia, Sicilia e Sardegna; Mediterraneo occidentale ed Europa; Balcani e Mar Nero. Non soltanto dunque ciò che i Greci portarono nel mondo, ma ciò che riportarono indietro dopo aver incontrato gli altri. È una prospettiva che rovescia l’immagine tradizionale di una Grecia classica autosufficiente. L’VIII secolo a.C. vide nascere le poleis, i grandi santuari panellenici e i Giochi olimpici, mentre venivano fissati i poemi omerici. Ma persino l’alfabeto greco, ricorda il Met, fu mutuato dai Fenici. “La mostra ci ricorda la diversità del mondo antico e che la Grecia faceva parte di una rete molto più vasta di scambi interculturali”, spiega la curatrice Alexis Belis.

Il ruolo delle navi di Spina

Per gli Etruschi, che di quella rete furono protagonisti, è una storia particolarmente significativa. Le navi che approdavano a Spina non trasportavano soltanto vino e ceramiche: portavano immagini, racconti, tecniche e modi diversi di rappresentare il mondo. Duemilacinquecento anni dopo, alcune di quelle opere attraversano di nuovo l’Atlantico per arrivare a New York. Ma questa volta il viaggio avviene con una provenienza dichiarata, un museo prestatore e una data di ritorno.

Le scoperte funerarie arricchiscono ulteriormente questo quadro. I reperti di una tomba principesca di Trebenište, concessi in prestito dal Museo Nazionale di Serbia, testimoniano l’esistenza di una comunità situata al crocevia tra le culture illirica, tracia e greca. I vasi in ceramica provenienti dalle tombe di Sardi e appartenenti alla collezione del Met fondono invece tradizioni lidie, greche e frigie, mentre gli oggetti prestati dalla Repubblica di Tunisia documentano l’arte fenicia e la presenza e le attività dei Fenici nel Mediterraneo occidentale. (@EtruscanTimes)

 

Redazione
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