MILANO, 16 MARZO 2026 – La pittura funeraria etrusca è fragile, complessa, spettacolare e ancora piena di domande. È da questa consapevolezza che ha preso forma il convegno Immagini di Eternità: Nuove ricerche e prospettive per lo studio della pittura funeraria etrusca, tenutosi lunedì 3 e martedì 4 marzo tra l’Università degli Studi di Milano e la Fondazione Luigi Rovati, due giornate dense che hanno riunito studiosi, archeologi e specialisti delle tecnologie applicate ai beni culturali per discutere un tema centrale: come studiare, conservare e raccontare oggi le tombe dipinte dell’Etruria.
Organizzato, come Etruscan Times aveva già anticipato, da Università degli Studi di Milano, Fondazione Luigi Rovati e Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia, con il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, l’incontro ha mostrato con chiarezza che la pittura funeraria non può più essere considerata soltanto come una sequenza di immagini celebri. È invece un sistema complesso che coinvolge architettura, deposizioni funerarie, paesaggio, archivi storici, tecnologie digitali e analisi dei materiali.

La direzione indicata dagli interventi è stata netta: conoscere e conservare le tombe dipinte richiede archivi solidi, strumenti analitici avanzati, letture integrate tra immagini, architettura e deposizioni funerarie e una gestione capace di trasformare i risultati della ricerca in strumenti di tutela e in racconto condiviso.
Dai saluti istituzionali di Silvia Romani, Fabrizio Slavazzi, Massimo Osanna, Giuseppe Sassatelli e Giovanna Bagnasco Gianni è emersa con chiarezza la dimensione collettiva del lavoro scientifico. È stato ribadito il valore dei progetti di lungo periodo, capaci di integrare ricerca, didattica e terza missione universitaria, formando studenti e costruendo reti operative tra università, musei e istituzioni di tutela.

In questo quadro Tarquinia è stata indicata come un contesto emblematico. La necropoli dei Monterozzi rappresenta infatti uno dei complessi più importanti al mondo per la pittura funeraria etrusca e richiede una continuità di studi e di interventi conservativi che solo una collaborazione stabile tra istituzioni può garantire.
Il ricordo di Maria Bonghi Jovino ha offerto un momento di riflessione sul valore del metodo nella ricerca archeologica. La qualità scientifica, è stato ricordato, dipende anche dalla capacità di costruire nel tempo strumenti di conoscenza condivisi e di mantenere viva la memoria degli studi precedenti.
La prima giornata presso l’Università di Milano
Il cuore della prima giornata ha messo a fuoco il rapporto tra pittura, architettura funeraria e deposizioni, con gli interventi di Matilde Marzullo, Alessandro Naso, Luca Cerchiai e Laurent Haumesser. Il filo conduttore delle relazioni è stato l’esigenza di leggere le immagini come parte di un sistema progettato che dialoga con la posizione dei letti funerari o dei sarcofagi e con la presenza stessa del defunto.

Occorrono letture integrate fondate su dati archeologici verificabili, confronti ripetibili e strumenti condivisi di archiviazione. L’analisi delle pitture deve infatti procedere insieme allo studio dell’architettura della tomba, della disposizione dei corpi e della struttura del contesto funerario, per ridurre interpretazioni arbitrarie e costruire basi di conoscenza più solide.
Accanto a questo tema, la riflessione sulle fasi tarde della pittura funeraria etrusca ha evidenziato trasformazioni significative nei programmi decorativi tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. In questo periodo le decorazioni sembrano diventare più frammentate e individuali, con maggiore attenzione alle iscrizioni e agli elementi escatologici, segno di un crescente bisogno di autorappresentazione da parte delle élite funerarie.
È stato inoltre ribadito che la storia della pittura funeraria non può essere limitata alle pareti delle tombe. Sarcofagi dipinti e altri manufatti decorati rappresentano infatti un ambito di ricerca fondamentale per comprendere continuità e cambiamenti nella cultura figurativa etrusca.
Un altro nodo centrale ha riguardato la consistenza reale del patrimonio delle tombe dipinte. Gli interventi di Andrea Garzulino, Alice Bezzolato, Matilde Marzullo e Sara Micheletti hanno evidenziato quanto sia difficile individuare oggi gli ipogei nel paesaggio dei Monterozzi, profondamente trasformato nel tempo dall’uso agricolo.
Il ruolo degli archivi diventa così decisivo, in particolare quello del corpus Lerici, che conserva una documentazione preziosa per ricostruire scavi e contesti. L’integrazione tra dati archivistici e nuove tecnologie di rilevamento consente di correggere errori, ampliare il campione di indagine e costruire basi dati affidabili per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio.

Il tema del rinnovamento degli strumenti di documentazione ha occupato una parte significativa della discussione. La sola riproduzione bidimensionale non è più sufficiente: la pittura tombale è inseparabile dallo spazio architettonico della tomba e dal contesto topografico della necropoli. Ricostruzioni digitali e modelli tridimensionali permettono oggi di restituire volumi e percorsi visivi, offrendo nuove possibilità di comunicazione verso il pubblico.
Un ulteriore filone di ricerca ha riguardato le analisi archeometriche su pigmenti e policromie, con gli interventi di Silvia Bruni, Daniele Teseo, Margherita Longoni e Alice Cavalluzzo. Il dialogo tra archeologia e chimica si è rivelato particolarmente importante: comprendere i materiali e le tecniche pittoriche significa anche poter intervenire con maggiore consapevolezza nelle strategie di conservazione.
La seconda giornata presso la Fondazione Rovati

La seconda giornata, ospitata alla Fondazione Luigi Rovati, ha rafforzato il rapporto tra ricerca e museo. Giovanna Forlanelli, Alberto Bentoglio e Vincenzo Bellelli hanno sottolineato la necessità di tradurre risultati scientifici complessi in forme accessibili senza semplificazioni eccessive, investendo in infrastrutture digitali e competenze dedicate.
La Fondazione ha inoltre reso disponibile sul proprio canale YouTube la registrazione integrale delle due giornate del convegno, permettendo alla comunità scientifica e al pubblico di seguire gli interventi e le discussioni:
https://www.youtube.com/watch?v=OmT2nkB-pW8
I casi studio presentati nel corso del convegno hanno dato concretezza ai temi discussi. Daniele Federico Maras ha illustrato la nuova tomba dipinta 5438 di Tarquinia, dove una scena di officina metallurgica apre interrogativi sul significato sociale della rappresentazione del lavoro.

L’analisi della tomba del Barone proposta da Claudia Pizzirani ha evidenziato il valore tecnico e simbolico del colore nero, con richiami alla dimensione funeraria e ctonia. Alessandro Mandolesi ha invece affrontato gli esordi della pittura tarquiniese attraverso il tumulo della Regina, collegando problemi di conservazione a questioni topografiche e storiche.
La prospettiva comparativa tra le diverse città dell’Etruria ha ampliato ulteriormente l’orizzonte della discussione. Le lastre dipinte e le pitture su terracotta ceretane presentate da Claudia Carlucci, Rossella Zaccagnini e Daniele Federico Maras hanno mostrato aspetti inediti delle tecnologie produttive e delle funzioni rappresentative di questi manufatti.
La ricognizione sulle tombe dipinte di Chiusi illustrata da Giulio Paolucci ha infine evidenziato quanto il lavoro d’archivio sia decisivo per ricostruire contesti perduti e collegare monumenti, corredi e dispersioni museali. (@EtruscanTimes)

