Intervista a Mollicone sulla nuova mostra “Gli Etruschi e l’Olanda” alla Fondazione Rovati

MILANO, 1 APRILE 2026 — «Questa è una mostra che dimostra come la collaborazione tra pubblico e privato possa diventare un modello virtuoso per la valorizzazione del patrimonio culturale», afferma, in una intervista con Etruscan Times, Federico Mollicone, 55 anni, deputato di Fratelli d’Italia dal 2018 e presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati

Mollicone è intervenuto all’inaugurazione della mostra Gli Etruschi e l’Olanda presso la Fondazione Luigi Rovati, assieme alla presidente della Fondazione, Giovanna Forlanelli, al curatore Giulio Paolucci, e a Paolo Bruschetti, Presidente dell’Accademia Etrusca di Cortona.

L’esposizione, che presenta reperti già esposti a Cortona ma ripensati secondo un nuovo progetto curatoriale, presenta una selezione di reperti in bronzo provenienti dalla collezione riunita nel Settecento dal cortonese Galeotto Ridolfini Corazzi e acquisita nel 1826 da Caspar J.C. Reuvens per l’Università di Leida, in Olanda.

 

 -Presidente Mollicone, questa mostra è stata definita “inedita” pur presentando materiali già noti. Qual è il suo valore specifico?
«È proprio questo il punto: non si tratta semplicemente di riproporre opere già viste, ma di costruire un nuovo racconto. La Fondazione Luigi Rovati ha dimostrato ancora una volta la sua capacità di reinterpretare il patrimonio, inserendo questi reperti in un contesto museale innovativo e altamente qualificato. Questo approccio consente di offrire al pubblico una lettura diversa, più attuale e accessibile, valorizzando al tempo stesso il lavoro svolto in precedenza da istituzioni come l’Accademia Etrusca di Cortona».

 -In che modo questa mostra rappresenta un modello di collaborazione culturale?
«È un esempio concreto di quella che definisco “sussidiarietà culturale”. Qui vediamo la collaborazione tra lo Stato italiano, quello olandese (rappresentato all’inaugurazione dalla Console, ndr), istituzioni accademiche e una fondazione privata. Questo sistema integrato consente di realizzare progetti che da soli sarebbero difficili da sostenere. È un modello che vogliamo rafforzare anche attraverso strumenti legislativi, perché crediamo che la sinergia tra pubblico e privato sia fondamentale per il futuro della cultura».

Fondazione Luigi Rovati, Piano Ipogeo, Fanciullo con oca (Foto Daniele Portanome)

 -A questo proposito, quale ruolo gioca la nuova legge “Italia in scena”?
«La legge 40 del 17 marzo 2026, Italia in scena, rappresenta un passaggio decisivo. È una riforma che ho promosso e che punta a investire concretamente nella valorizzazione dei luoghi della cultura, sia pubblici sia privati. Prevede risorse dedicate, pari a un milione e mezzo di euro l’anno, ma soprattutto introduce semplificazioni burocratiche per favorire la circolazione delle opere e la realizzazione di mostre. Inoltre, istituisce la prima anagrafe digitale dei beni culturali, uno strumento innovativo che permetterà di mettere in rete musei, collezioni e progetti espositivi».

 -Questa apertura al privato potrebbe creare squilibri o marginalizzare il mondo della ricerca accademica?
«Non lo credo affatto. Anzi, penso che questa strategia possa rafforzare il dialogo tra ricerca e divulgazione. Il mondo degli studi etruschi gode oggi di grande attenzione, anche grazie al lavoro del Ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli e di istituzioni come il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Il cui direttore, Luana Toniolo, sta portando avanti un’importante opera di valorizzazione, capace di attrarre nuovi pubblici anche attraverso il dialogo con l’arte contemporanea. Non si tratta quindi di sostituire la ricerca, ma di amplificarne i risultati».

 -Si può parlare di una rinnovata centralità dell’identità etrusca nel panorama culturale italiano?
«Assolutamente sì. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera riscoperta dell’identità etrusca, non solo attraverso grandi mostre ma anche grazie a importanti scoperte archeologiche. Penso, ad esempio, ai bronzi di San Casciano o alle esposizioni recenti che hanno riportato al centro questo patrimonio straordinario. Gli Etruschi rappresentano una componente fondamentale della nostra identità culturale, un’eredità che ha contribuito a formare gli archetipi della civiltà romana e, più in generale, europea».

 -Dal punto di vista personale, quale rapporto ha con la civiltà etrusca?
«Ho sempre avuto una grande passione per gli Etruschi, in particolare per il tema delle loro origini. È un dibattito affascinante, che oggi si è riaperto anche grazie alle indagini genetiche. Alcuni studi recenti suggeriscono una possibile provenienza da aree dell’Asia centro-settentrionale, ipotesi che riporta l’attenzione sulle grandi migrazioni antiche e sui processi di integrazione culturale».

 -La maggioranza degli studiosi continua, però, a sostenere l’origine autoctona degli Etruschi. Come si inseriscono queste nuove teorie nel panorama accademico?
«Il confronto è aperto e deve rimanere tale. La ricerca scientifica procede per ipotesi e verifiche, e anche le nuove analisi genetiche devono essere integrate con i dati archeologici e storici. Ma davanti ai dati genetici è difficile non porsi delle domande. E poi ci sono elementi iconografici e culturali: l’antropomorfismo, gli occhi allungati, le calzature rialzate, il carro, il fuoco, le urne. Sono elementi che richiamano anche culture del Nord. Naturalmente, una volta arrivati qui, questi popoli si sono mescolati e hanno sviluppato una cultura originale e straordinaria. Personalmente trovo molto suggestiva l’idea di una civiltà nata dall’incontro tra elementi diversi, capace di sviluppare una propria identità originale».

 -Presidente, che significato assume la sua presenza qui oggi, in rappresentanza delle istituzioni?
«Come presidente della Commissione Cultura è per me un piacere e un onore rappresentare il Parlamento in uno spazio privato che è assolutamente all’altezza dei grandi musei pubblici per qualità dell’esposizione e capacità di valorizzazione. Questa mostra è anche un importante atto di diplomazia culturale nei confronti dell’Olanda, reso possibile grazie alla collaborazione tra istituzioni e alla disponibilità dei partner coinvolti».

 -Possiamo parlare di una vera e propria diplomazia culturale europea?
«Sì, e questa esposizione ne è un esempio concreto. Dopo l’esperienza di Cortona, questo progetto dimostra come la cultura possa diventare uno strumento di dialogo internazionale. Ringrazio le autorità olandesi per aver reso possibile questa collaborazione e l’Accademia Etrusca, che celebra il suo importante anniversario, per il lavoro svolto. È una testimonianza di come la cultura possa unire e creare nuove opportunità di scambio».

 -Qual è, infine, il messaggio che questa mostra lascia al pubblico?
«Che il patrimonio culturale non è qualcosa di statico, ma un sistema vivo che si rinnova attraverso la ricerca, la collaborazione e la condivisione. La Fondazione Luigi Rovati rappresenta un esempio concreto di come la sussidiarietà possa funzionare, creando valore e offrendo nuove prospettive. Questa è la direzione in cui dobbiamo continuare a lavorare: una cultura aperta, dinamica e capace di parlare al presente». (@EtruscanTimes)

Redazione
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