Montalto, un tramonto etrusco tra vie cave e nuove sfide per Vulci

MONTALTO DI CASTRO (VT), 6 AGOSTO 2026 – Il sole scendeva lentamente sul Tirreno, dietro il palco improvvisato sulla spiaggia, mentre il pubblico continuava ad arrivare e le grandi vele tese sulla sabbia disegnavano ombre sempre più lunghe. Difficile immaginare uno scenario più adatto per parlare di paesaggio, archeologia e di quelle spettacolari incisioni nel tufo che attraversano l’Etruria meridionale da millenni. È stato questo il quarto appuntamento del ciclo Il tramonto con gli Etruschi, organizzato a Montalto Marina per presentare il volume Le vie cave in Etruria meridionale, gli atti del convegno svoltosi a Castel Sant’Elia e Corchiano il 7 e 8 ottobre 2022.

Il nuovo dinamismo della Fondazione Vulci

Da sinistra, Laura Allegrini, Daniele Mattei (presentatore della serata, Annamaria Fabi

A dare alla serata un significato che andava ben oltre la presentazione di un libro è stata anche la presenza della Fondazione Vulci, rappresentata dalla presidente Laura Allegrini, che in apertura ha ricordato il ruolo nuovo e sempre più ampio assunto dalla Fondazione nel territorio e nella ricerca archeologica. Il 2026 è un anno particolarmente intenso, con una grande campagna estiva di scavi, nuovi progetti e la prospettiva ormai vicina dell’ingresso dello Stato nella compagine della Fondazione: un passaggio destinato ad accrescerne peso, responsabilità e capacità operative.

Laura Allegrini ha anche ricordato Vulci nel Mondo, il progetto che sta ricostruendo virtualmente il patrimonio vulcente disperso nei musei e nelle collezioni internazionali. Un lavoro, ha detto, che cerca di ricomporre ciò che nel tempo è rimasto «sparpagliato in giro per il mondo».

Il rapporto sempre più stretto tra Vulci e Montalto di Castro è emerso anche dagli interventi degli amministratori locali, a cominciare da Annamaria Fabi, vicesindaco e assesore alla cultura. È in preparazione nella struttura di San Sisto un Museo della scultura etrusca, che dovrebbe affiancarsi alla biblioteca e all’archivio storico, per il quale è stato avviato il percorso di riconoscimento regionale. Sono stati inoltre acquistati, grazie ai contributi della Regione Lazio, importanti volumi dedicati agli Etruschi, destinati alla consultazione pubblica.

La Kore di Vulci (al centro). Ai lati, Mariachiara Franceschini dell’Università di Friburgo e Paul P. Pasieka dell’Università di Magonza che guidano il team Vulci Cityscape che ha portato alla scoperta

Un altro progetto riguarda la testa di Kore scoperta a Vulci: dopo l’esposizione ad Atene, il reperto dovrebbe tornare nel territorio ed essere presentato nel nuovo museo di Montalto anche attraverso un apparato multimediale. È il risultato di un progetto sul turismo esperienziale, esempio di quella collaborazione tra Comune, Fondazione e Regione che sta diventando uno degli elementi più interessanti della nuova stagione vulcente.

L’intervento di Carlo Casi, premio Enrico Pellegrini 2026

Il protagonista scientifico della serata avrebbe dovuto essere Andreas M. Steiner, direttore della rivista Archeo, impossibilitato però a raggiungere Montalto per ragioni familiari. A sostituirlo è stato Carlo Casi, direttore scientifico della Fondazione Vulci e autore di uno dei saggi del volume, reduce da un riconoscimento particolarmente significativo: il 24 luglio, a Pitigliano, gli era stata assegnata la prima edizione del Premio Enrico Pellegrini, istituito a dieci anni dalla scomparsa dell’archeologo per ricordarne il lavoro di tutela, ricerca e divulgazione. «A chi, con passione e competenza, dà voce alla memoria dei luoghi e delle comunità», recita la motivazione del premio, promosso dai Musei Civici Archeologici di Pitigliano, dal Comune di Pitigliano e dalla Pro Loco l’Orso APS. Il riconoscimento comprendeva una scultura originale di Guido Ricci Masé, costruita attorno alla trowel, la cazzuola dell’archeologo, trasformata in simbolo di memoria e identità del territorio.

Da sinistra, Carlo Casi, Debora Rossi e il presentatore della serata Daniele Mattei

Casi è partito da un’immagine particolarmente efficace: le vie cave sono, archeologicamente, «un mondo alla rovescia». Normalmente gli strati più antichi si trovano in basso e quelli più recenti in alto. Qui può accadere il contrario. «All’interno delle vie cave abbiamo le cose più antiche che sono più in alto e quelle più recenti che sono più in basso», ha spiegato. Il motivo è semplice: utilizzate per secoli, le strade venivano continuamente ripulite e riscavate, abbassando progressivamente il piano di percorrenza. Alcune raggiungono così profondità impressionanti, fino a venti metri.

Casi ha voluto soprattutto liberare questi monumenti da una certa letteratura esoterica. «Sgombriamo il campo dai luoghi comuni», ha detto. Le vie cave erano innanzitutto strade, realizzate almeno dal VII secolo a.C., utilizzate per collegare abitati, necropoli e altri centri e rimaste in funzione, in alcuni casi, per molti secoli. A Castro una grande tagliata, già etrusca, fu addirittura ampliata e selciata per permettere il passaggio dei cannoni durante l’assedio del 1649.

Il volume presentato a Montalto costituisce proprio un tentativo di mettere ordine in un fenomeno tanto affascinante quanto complesso. Curato da Francesca Ceci, Elena Foddai, Stefano Francocci e Stephan Steingräber, pubblicato da Antiqua Res Edizioni, raccoglie contributi di archeologi, epigrafisti, topografi e studiosi del paesaggio. L’indice spazia dalle strade incassate di età protostorica all’epigrafia delle vie cave, dall’agro falisco a Nepi, Blera, Norchia, Corchiano e Falerii, fino a Pitigliano e Sovana, senza trascurare tutela, conservazione e potenzialità turistiche.

Fra inferi e estasi: le vie cave nelle parole di Debora Rossi

A ricordare quanto una via cava sia però qualcosa che va soprattutto vissuto è stata Debora Rossi, direttrice del Museo Civico Archeologico della Civiltà etrusca “Enrico Pellegrini” di Pitigliano (GR) e coautrice con Simona Rafanelli del saggio Percorsi etruschi di tufo “fra inferi e estasi”. Le vie cave di Pitigliano e Sovana. «Il monumento lo guardi, la via cava la percorri», ha osservato. Ed è proprio entrando tra quelle pareti che cambiano la luce, la temperatura, la vegetazione e persino la percezione dello spazio.

«Non mi è mai capitato di accompagnare qualcuno all’interno di una via cava e di non vedere subito l’estasi». Agli “inferi” rimandano invece il buio, la profondità e la relazione con il mondo funerario. Le vie conducevano spesso alle necropoli ed erano percorse durante i rituali. «La sacralità è evidente», ha sottolineato Rossi, ricordando anche le rare iscrizioni etrusche studiate da Adriano Maggiani.

La performance di danza sulla spiaggia di Montalto Marina

Da Pitigliano il discorso è tornato inevitabilmente a Vulci. Casi ha ricordato la grande tagliata sulla strada antica tra Ischia di Castro e Vulci e ha indicato una possibile nuova pista di ricerca nella zona di Porta Sud, dove la conformazione tufacea potrebbe nascondere altri tratti di viabilità scavata nella roccia. «Non mi stupirei se, andando un domani a fare ricerche in quella zona, potremmo trovare dei pezzi di tagliata», ha detto.

Ha inoltre ricordato i lavori in corso lungo il Sentiero dei Briganti, con la messa in sicurezza della via cava e una passerella sul torrente Olpeta, destinati a rendere possibile un anello escursionistico tra Castro e Vulci. Una prospettiva che potrebbe trasformare antichi tracciati di collegamento in una nuova infrastruttura culturale e turistica del territorio.

Da qui è nata quasi naturalmente una proposta ancora più ambiziosa: collegare San Quirico, Sovana, Pitigliano, Castro, Proceno e Vulci, superando gli attuali confini amministrativi tra Toscana e Lazio e ricreando attraverso il paesaggio una parte dell’antico territorio etrusco. Rossi ha accolto pubblicamente la sfida: «Anche i Romani ci sono riusciti con la Via Clodia, quindi possiamo farlo anche noi».

Il sole, intanto, era ormai scomparso dietro il mare. E forse era proprio questo il senso più riuscito della serata di Montalto: raccontare un’archeologia che esce dai musei e dagli scavi e torna a essere territorio, paesaggio, cammino. Come le vie cave, che dopo più di duemila anni continuano ancora a unire luoghi, persone e storie. (@EtruscanTimes)

Redazione
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