Musei che curano: l’esperienza di Villa Giulia al Policlinico Gemelli

ROMA, 4 FEBBRAIO 2025 – L’archeologia come strumento di cura, la bellezza come alleata della medicina. È da questa intuizione, diventata oggi pratica strutturata, che nasce l’esperienza del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, protagonista di uno dei progetti più avanzati in Italia nel campo dell’umanizzazione delle cure pediatriche. L’accordo siglato con l’Oncologia Pediatrica del Policlinico Gemelli non si limita a “portare un po’ di cultura” in ospedale, ma sperimenta un modello di integrazione profonda tra patrimonio museale e percorso terapeutico, fondato sui principi della medicina narrativa e su una valutazione scientifica degli effetti prodotti.

Il team del progetto ETRU4KIDS. Al centro, Luana Toniolo, direttrice del museo di Villa Giulia

In occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile, che si celebra il 15 febbraio, esperienze come quella del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e del Policlinico Gemelli assumono un valore ancora più significativo. La ricorrenza richiama l’attenzione non solo sull’importanza della ricerca e delle terapie, ma anche sulla qualità della vita dei piccoli pazienti e delle loro famiglie, sottolineando il ruolo fondamentale di approcci integrati capaci di affiancare alla cura medica interventi educativi, culturali e relazionali.

Il protocollo nasce nel 2025 dall’esigenza di spezzare l’isolamento che spesso accompagna la malattia oncologica in età pediatrica, trasformando tempi di attesa e di degenza in occasioni di scoperta e relazione. Il patrimonio etrusco diventa un linguaggio condiviso, capace di attivare immaginazione, manualità e senso di continuità con una storia più grande della malattia stessa.

Vittoria Lecce e Francesca Montuori

Accanto ai laboratori di archeologia sperimentale, in cui i bambini modellano l’argilla e riproducono vasi, amuleti o figure simboliche, il progetto prevede attività creative svolte direttamente in reparto: le funzionarie archeologhe dei Servizi Educativi e Accessibilità del Museo, Vittoria Lecce e Francesca Montuori, portano periodicamente in corsia materiali e strumenti per realizzare decorazioni incise ispirate alle storie di dèi ed eroi.

Il museo esce simbolicamente e fisicamente dalle proprie sale, grazie alla realizzazione di kit didattici pensati per chi non può lasciare il reparto: supporti digitali e materiali fisici che “trasportano” Villa Giulia in corsia, permettendo di esplorare miti, simboli e opere iconiche come il Sarcofago degli Sposi.

Per i pazienti in fase di remissione o in day hospital invece sono previste anche visite agevolate e percorsi dedicati all’interno degli spazi museali, concepite come tappe di reinserimento sociale e di riattivazione della curiosità intellettuale. Un aspetto centrale dell’accordo è la formazione congiunta: il personale del museo viene preparato a interagire con pazienti fragili, mentre medici e operatori sanitari imparano a utilizzare i reperti come strumenti di dialogo e ascolto. L’intero programma è monitorato con l’obiettivo di valutare l’impatto della cosiddetta “bellezza archeologica” sulla percezione del dolore e sul vissuto delle procedure mediche più invasive.

Questa sperimentazione si inserisce in un contesto più ampio, nel quale i benefici clinici dell’integrazione tra arte, musei e pediatria sono ormai ampiamente documentati. Studi condotti tra il 2024 e il 2025 mostrano come l’esposizione all’arte e la partecipazione a questi programmi agiscano come una potente forma di distrazione positiva, capace di ridurre in modo significativo la percezione del dolore e i livelli di ansia associati ai trattamenti. L’arteterapia si conferma un valido strumento non farmacologico nella gestione del dolore acuto e cronico, mentre in pazienti pediatrici affetti da asma sono state rilevate riduzioni misurabili dei punteggi di ansia e un miglioramento complessivo della qualità della vita.

Gli effetti non si limitano alla sfera emotiva: le ricerche in ambito di salute mentale pediatrica evidenziano una correlazione diretta tra la presenza di programmi artistici e una maggiore sicurezza nei reparti, con una diminuzione delle pratiche restrittive come isolamento, contenimento fisico o ricorso a sedativi iniettivi. L’arte facilita l’espressione di emozioni complesse che i bambini spesso non riescono a verbalizzare, migliorando la regolazione emotiva e la consapevolezza di sé. A livello fisiologico e soggettivo, dati presentati nel dicembre 2025 dal Centro OMS per la ricerca in salute mentale indicano che oltre il settanta per cento dei pazienti sperimenta un miglioramento immediato dell’umore osservando opere d’arte, percentuale che supera il novanta per cento nelle degenze più lunghe. Più della metà dei pazienti attribuisce inoltre all’arte una funzione diretta di riduzione dello stress durante il ricovero.

Un ulteriore elemento di rilievo riguarda la comunicazione clinica. Nei bambini tra i quattro e i sette anni, il disegno e le produzioni artistiche realizzate durante i laboratori museali si sono rivelati strumenti efficaci per esprimere il peso emotivo dei sintomi e delle terapie, rendendo più comprensibili paure e disagi legati, ad esempio, alle cannule o alle procedure invasive, e facilitando così l’intervento dei medici.

L’esperienza di Villa Giulia e del Gemelli non è un caso isolato, ma si colloca all’interno di una rete sempre più estesa di collaborazioni tra musei e ospedali, in Italia e all’estero. A Firenze, il protocollo tra gli Uffizi e l’Ospedale Meyer consente ai piccoli pazienti di partecipare a visite museali pensate come parte integrante del percorso terapeutico. A Genova, i Musei Nazionali e l’Ospedale Gaslini portano laboratori e contenuti artistici direttamente in corsia con il progetto “Arte per curare”. A Roma, l’Ospedale Bambino Gesù collabora stabilmente con istituzioni come i Musei Vaticani e il Museo Nazionale Romano per offrire percorsi ludico-educativi ai bambini ricoverati.

Esperienze analoghe si ritrovano a Torino, con il Museo Egizio che, insieme alla Fondazione FORMA e all’Ospedale Regina Margherita, “porta l’antico Egitto” nei reparti pediatrici, o a Bergamo, dove l’Accademia Carrara ha trasformato le pareti dell’ospedale Papa Giovanni XXIII in un percorso visivo permanente. A livello internazionale, dalla National Portrait Gallery di Londra al Louvre di Parigi, fino ai programmi statunitensi di “prescrizione dell’arte” e alle installazioni interattive degli ospedali pediatrici scandinavi, il museo esce dalle proprie mura e diventa parte attiva del sistema di cura. In questa direzione va anche l’accordo siglato nel 2025 tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute, che mira a strutturare arteterapia e museoterapia su basi scientifiche a livello nazionale. (@EtruscanTimes)

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