ROMA, 17 SETTEMBRE 2026 – «Nell’arte etrusca cerco soprattutto la gioia». Diego Cibelli lo dice quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo, mentre sopra l’ingresso di Villa Giulia le sue figure bianche e i suoi delfini azzurri oscillano sospesi nello spazio. È da questa leggerezza, più ancora che da un repertorio iconografico, che nasce il suo rapporto con gli Etruschi.
L’artista napoletano, originario della Campania e alla soglia dei 40 anni, arriva al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dopo un percorso che negli ultimi anni lo ha portato a lavorare sempre più intensamente sul rapporto fra memoria, porcellana, natura e mondo antico. La nuova installazione permanente, Il cielo si ricorda degli Etruschi, segna un passaggio importante: non soltanto perché entra stabilmente nella collezione del museo, ma perché approfondisce un dialogo con la civiltà etrusca cominciato già alla Fondazione Luigi Rovati di Milano.
Lì Cibelli aveva realizzato Una vita all’aria aperta, un progetto in cui le porcellane, distribuite fra interno e facciata, prendevano spunto dal rapporto degli Etruschi con il mondo naturale. A Roma il tono cambia. «A volte sono i luoghi che ti suggeriscono delle direzioni», racconta. «Qui pensavo che dei tocchi di blu stessero proprio bene». Il colore, dunque, non è un semplice elemento decorativo. Nasce dall’architettura, dalla luce, dalla superficie grigia della volta, dal rapporto con il titolo stesso dell’opera. «Il cielo è qualcosa che non è mai identico a se stesso. Cambia ogni giorno eppure porta con sé una memoria».
– Diego Cibelli, il rapporto con gli Etruschi sembra diventare sempre più centrale nel suo lavoro. Come lo vive?


«Lo vivo sulla ricerca della gioia. Guardando all’arte etrusca emerge sempre un grande senso di leggerezza. È stata la prima volta che ho concepito che probabilmente una struttura potesse essere sospesa. Il valore della sospensione, della leggerezza, dell’aerodinamicità nasce proprio con l’incontro con il popolo etrusco».

Quella sospensione è diventata quasi una cifra. Cibelli ricorda esperienze a Ginevra e Chantilly, dove ritorna lo stesso senso di fluttuazione. (Tra l’altro, adesso, è in partenza per la Colombia). Non è dunque un effetto nato soltanto per Villa Giulia: è un linguaggio che il confronto con il mondo etrusco ha contribuito a definire.
– A Milano l’opera era più monocroma. Qui invece compare il blu. Perché?
«A volte sono i luoghi che ti suggeriscono delle direzioni. Io, in quanto artista, non ho paura della bellezza. Per me è importante sentire i luoghi e rispettarli. Guardando questo soffitto grigio e pensando al titolo Il cielo si ricorda degli Etruschi, volevo che la presenza del titolo fosse anche presente nel lavoro».

L’idea di “sentire i luoghi” ritorna spesso nelle sue parole. Cibelli non sembra interessato a imporre una forma dall’esterno. Preferisce ascoltare lo spazio, cercare un punto di contatto, lasciarsi orientare. È successo a Milano, quando Giovanna Forlanelli gli suggerì di guardare alla facciata della Fondazione Rovati. Ed è successo a Roma, quando Luana Toniolo lo ha spinto a pensare l’ingresso di Villa Giulia come uno spazio ancora da trasformare.
«Giovanna mi fa guardare la facciata e mi dice: secondo me le tue sculture devono andare lì. Luana invece mi fa guardare queste entrate e mi dice: secondo te dobbiamo riempirle ancora di più?». È in questo dialogo con chi dirige e cura i luoghi che Cibelli individua una parte fondamentale del proprio lavoro. «Vado avanti e conosco persone più ambiziose di me dal punto di vista lavorativo, e questo mi dà possibilità d’intervento che non avevo pensato».
– Tra Milano e Roma, di quale progetto è più contento?
«Non esiste una classifica delle cose di cui sono più felice. La cosa di cui sono contento è che il lavoro ti mette in moto in un modo così virtuoso che diventa tutto molto magnifico».
È una risposta che dice molto del personaggio. Cibelli rifiuta la gerarchia fra opere e preferisce parlare di processo, movimento, relazioni. Anche per questo il progetto di Villa Giulia non finisce nell’installazione sospesa all’ingresso. Continua nel Ninfeo, con i laboratori dei ragazzi di Scampia, e continuerà nei prossimi mesi con attività legate all’accessibilità e al welfare culturale.
Per Cibelli il tema della metamorfosi non deve restare confinato alla forma. «Lavoro molto con il cambiamento», spiega, «ma volevo che questo non fosse visto solo dal punto di vista visivo, bensì anche come esperienza». Da qui il coinvolgimento dei ragazzi di Scampia: «Chi meglio di loro rappresenta la possibilità di cambiare?».
Il rapporto con Scampia è tutt’altro che accessorio. È lì che Cibelli lavora, ed è lì che la presidente della Fondazione Rovati, Giovanna Forlanelli, racconta di averlo “scoperto” davvero: entrando nel suo studio, osservando la manualità, i collaboratori, gli stampi, il rapporto con la porcellana. Una pratica contemporanea, ma fondata su gesti che conservano qualcosa di antico. Forlanelli ha ricordato proprio questo: la vicinanza fra il lavoro artigianale di Cibelli e le raffinatissime lavorazioni etrusche.
Il rapporto con le persone
Cibelli non costruisce però una archeologia illustrata. Gli Etruschi gli interessano come campo mentale, quasi emotivo: metamorfosi, natura, leggerezza, sospensione, gioia. E soprattutto memoria. «Nel mio lavoro, la memoria storica è sempre fondamentale», dice. Il cielo del titolo diventa allora una metafora precisa: qualcosa che cambia continuamente senza perdere ciò che ha attraversato.

Anche per questo la sua presenza a Villa Giulia appare meno come un’incursione e più come l’approdo di una ricerca già avviata. La Fondazione Rovati aveva segnato il primo incontro forte con il mondo etrusco; Villa Giulia porta quel rapporto nel luogo che ne custodisce alcune delle testimonianze più importanti.
E quando gli si chiede se avverta il peso di entrare nel principale museo italiano dedicato agli Etruschi, Cibelli evita ogni enfasi. Preferisce tornare al rapporto con le persone, alle possibilità aperte dal lavoro, alla bellezza che nasce dagli incontri.
«Tu qui hai portato un mondo», gli ha detto il curatore Andrea Viliani durante l’inaugurazione della installazione permanente a Villa Giulia. Cibelli sembra riconoscersi in questa formula più che nell’idea del protagonista solitario. «Solo quando c’è un mondo c’è la possibilità di appartenere ad esso», ha risposto. È forse la chiave più precisa per leggere Il cielo si ricorda degli Etruschi: non un’opera che vuole imporsi sul passato, ma un mondo che prova ad abitarlo. (@EtruscanTimes)

