VULCI, 19 GIUGNO 2026 — Alle nove del mattino, quando arriviamo allo scavo, il sole ha già preso possesso della campagna tra l’Alto Lazio e la Toscana. Il cantiere, però, è sveglio da due ore. «Cominciamo alle 7», spiegano gli archeologi, e basta restare pochi minuti sul terreno per capire perché: è una delle giornate più calde dell’anno, l’aria è immobile (così come le vacche maremmane che si vedono in lontananza), la terra chiara rimanda luce e calore, i moscerini volano dappertutto. Intorno alle strutture che riaffiorano si muove una squadra ridotta ma molto attiva: quest’anno sono una decina, tra docenti, ricercatori e studenti, impegnati in una prima campagna esplorativa che durerà fino alla fine di giugno.
Il luogo è Vulci, una delle città simbolo della civiltà etrusca. La scoperta, però, riguarda la sua fase romana: a una cinquantina di metri a sud dell’edificio in laterizio, in un’area che fino a poco tempo fa appariva come pascolo, sta emergendo una struttura teatriforme, un piccolo teatro o forse un odeon, con una capienza stimata per ora tra 600 e 1.000 spettatori. Non un edificio da grande metropoli imperiale, ma uno spazio pubblico abbastanza ampio da cambiare il modo in cui si guarda alla Vulci romanizzata.

A guidare lo scavo è Daniela Cottica, professoressa di archeologia classica al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia. È lei a raccontare, passo dopo passo, come si è arrivati qui: «Siamo venuti a indagare quest’area perché dalle immagini della fotografia che aveva analizzato Giorgio F. Pocobelli si vedeva proprio la traccia, l’impronta di un edificio semicircolare». Il punto di partenza è dunque un libro, Vulci: l’area urbana e il suburbio, pubblicato da L’Erma di Bretschneider e recensito a suo tempo da Etruscan Times.
Ora lo scavo sta trasformando quell’intuizione in una realtà materiale. Carlo Casi, direttore scientifico del Parco di Vulci, ha deciso di andare più a fondo, con l’accordo della Sopraintendenza e della responsabile di zona, Simona Carosi. Così è nato il Vulci Reframed Archaeological Project di Ca’ Foscari, che con la Fondazione Vulci ha ora avviato la prova più difficile: togliere terra, seguire i muri, leggere le strutture.
«Di solito tutti si aspettano di sapere qualcosa sulla Vulci etrusca», osserva Cottica. «Noi lavoriamo sulla città romana». È un cambio di prospettiva importante, perché Vulci resta nell’immaginario la città delle necropoli, della Tomba François, dei vasi attici, dei corredi principeschi, degli scavi ottocenteschi, dei reperti finiti nei grandi musei internazionali (e ora censiti da Vulci nel Mondo). Eppure, dopo la conquista e la riorganizzazione romana, la città continuò a vivere, a trasformarsi, a produrre architettura pubblica.

La struttura che sta venendo alla luce lo dimostra con chiarezza. «È l’aspetto tipico che avrebbe un teatro romano costruito alla maniera vitruviana», spiega Cottica. A differenza del teatro greco, che tende ad appoggiarsi a un declivio naturale, quello romano può sorgere anche in piano, grazie a costruzioni in cementizio e a una tecnica capace di sollevare la cavea artificialmente. «Il declive noi lo stiamo vedendo proprio qui davanti a noi», dice indicando l’area dell’orchestra e i muri che salgono verso la cavea. Dove oggi si vedono tagli, riempimenti e strutture rasate, un tempo dovevano trovarsi i posti a sedere.
Lo studio sulle dimensioni
Le dimensioni, per ora, restano oggetto di studio. L’impronta semicircolare ha un diametro di circa 25 metri; in senso est-ovest lo scavo ha già raggiunto quasi 30 metri, ma non è ancora arrivato alla chiusura completa dell’edificio. «Guardando anche i dati dalle foto aeree pensiamo a circa 35 metri di lunghezza», dice Cottica. «Non un grande teatro, ma un teatro di medio-piccole dimensioni, adatto a una città». Quanto al pubblico, la stima dipende da quanto salisse la cavea, oggi in gran parte scomparsa: «Penso che anche mille persone penso che potessero starci».
La prudenza è una parola chiave. La campagna 2026 è solo il primo passo di un progetto triennale approvato e finanziato da Ca’ Foscari. «Questa era proprio la prima campagna esplorativa», chiarisce Cottica, «per capire le potenzialità dell’area e delle eventuali strutture che si potevano portare alla luce, in modo da organizzare meglio le prossime campagne». Il lavoro proseguirà dunque negli anni successivi, con l’obiettivo di chiarire estensione, cronologia, fasi costruttive, abbandono e rapporto con la città circostante.
Costruito tra la tarda Repubblica e l’inizio dell’età imperiale

La datazione, per ora, resta aperta. «È una delle cose sulle quali dovremo lavorare di più», avverte Cottica. Le tecniche costruttive visibili indicano una fase tra la tarda Repubblica e l’inizio dell’età imperiale: tufo, cementizio, murature con opus reticulatum e cubilia piramidali in basalto. Ma per precisare il momento della costruzione bisognerà scendere ai livelli di fondazione e trovare materiali datanti.
La novità è ancora più significativa se la si colloca dentro la storia lunga del sito. Gli Etruschi non hanno lasciato teatri costruiti secondo il modello greco-romano. Avevano pratiche rituali, musicali, cerimoniali e performative, ma non edifici teatrali stabili di questo tipo. Per questo il teatro di Vulci non cancella la città etrusca: la attraversa. È un innesto romano dentro un luogo etrusco, una forma architettonica nuova inserita in una città antica, già carica di memoria e di funzioni.
La struttura ha avuto però anche una seconda vita, o meglio una lunga fase di trasformazione e spoliazione. Cottica mostra i muri superiori, tutti rasati a un’altezza simile: «La nostra impressione è che a un certo punto, probabilmente fra tarda antichità e alto Medioevo, le parti più alte siano state demolite e rasate». Sopra, o nelle immediate vicinanze, doveva svilupparsi una fase legata alla chiesa e a un cimitero. L’orchestra, ormai vuota, fu colmata con scarichi, macerie, materiali edilizi. «È un’operazione che spesso si fa con tanti teatri nel mondo romano», spiega: quando l’edificio perde la funzione originaria, lo spazio viene riempito, livellato, trasformato.

Tra i materiali emersi ci sono blocchi di travertino modanati, forse pertinenti ai sedili più importanti, quelli vicini all’orchestra, destinati ai notabili della città. «I sedili più belli in genere sono quelli delle prime file», osserva Cottica. Ci sono anche blocchi squadrati con fori passanti, particolarmente interessanti: «Potrebbero essere legati a travi in legno, forse alla copertura, al velario, oppure al meccanismo che alzava e abbassava il sipario». Nel teatro romano, ricorda, il sipario non si apriva lateralmente come nei teatri moderni, ma si muoveva dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso attraverso un sistema tecnico complesso. Anche su questi elementi il gruppo prevede rilievi 3D e studi specifici. Non mancano indizi più antichi, perché sotto e dentro il riempimento di un sito come Vulci riaffiora sempre una storia più lunga: frammenti ceramici, materiali attici, oggetti più antichi, perfino un frammento di panneggio di statua. Proprio questa sovrapposizione rende il sito così prezioso.

Anche gli scavi ottocenteschi rientrano nella vicenda. L’area era stata toccata da Domenico Campanari, che in una relazione del 19 dicembre 1835 parlava di un “edificio curvilineo con gallerie”. «Aprendo lo scavo ci siamo resi conto subito che il materiale non era il solito strato di coltivo», racconta Cottica. «Si vedeva un grande scarico di materiale fatto in poco tempo». È probabile che Campanari avesse intercettato proprio questa zona, interpretandola forse come impianto termale. Da qui l’antica confusione sulle cosiddette “terme Campanari”. Ora la lettura cambia: ciò che appariva ambiguo trova una possibile spiegazione nella struttura teatriforme.
Nel gruppo lavora anche Andrea Cipolato, ricercatore a Ca’ Foscari e co-direttore del Progetto, impegnato con la squadra nelle attività quotidiane. L’organizzazione è essenziale, ma il rapporto con il parco è stretto. «Ci siamo trovati favolosamente», dice Cottica. «C’è sinergia, collaborazione». Il riferimento è al Parco di Vulci, che segue da vicino il lavoro e partecipa anche alle operazioni pratiche, dal supporto logistico allo spostamento dei blocchi più pesanti.
La notizia è stata ripresa anche dal Messaggero, che in un ampio servizio di Laura Larcan nell’edizione nazionale ha sottolineato la sorpresa di un teatro romano in una città etrusca. Ma la sorpresa è solo il primo livello. Il punto vero è che questa scoperta ridisegna una parte della topografia urbana di Vulci e mostra quanto la città romana sia ancora da indagare. A guardare avanti è Casi, il direttore scientifico del Parco: «Stiamo lavorando al progetto di recupero funzionale della costruzione in modo da riportarla in vita». È una prospettiva delicata, perché un teatro antico non può diventare semplice scenografia. Ma è anche una possibilità affascinante: restituire al pubblico il senso di un edificio nato per accogliere spettatori, parole, musica, gesti e comunità. (@EtruscanTimes)

