Nelle tombe di Tarquinia suoni e immagini potevano indurre la trance

TARQUINIA, 11 SETTEMBRE 2026 – Entrare nella tomba significava scendere nel sottosuolo, lasciare progressivamente la luce esterna, attraversare una soglia e trovarsi immersi fra immagini, voci, musica, riverberi e figure dell’aldilà. Non semplicemente vedere una camera funeraria, dunque, ma viverla con tutto il corpo, in una sorta di trance. È da questa prospettiva che Maurizio Forte e Jacqueline K. Ortoleva rileggono due celebri tombe dipinte di Tarquinia in un nuovo studio che porta l’archeologia etrusca sul terreno della percezione, della neurocognizione e dell’intelligenza artificiale.

Il lavoro, Performing Power and Transitional Space: the Use of Acoustics and Multimodal AI in Etruscan Painted Tombs, pubblicato il 20 agosto 2026 (Volume 34, 2027) sul Journal of Archaeological Method and Theory, prende in esame la Tomba del Gallo e la Tomba dei Demoni Azzurri, entrambe del V secolo a.C. nella necropoli dei Monterozzi. La domanda è ambiziosa: fino a che punto architettura, pittura, luce e suono potevano condizionare la percezione di chi partecipava al rituale funerario?

Maurizio Forte a Vulci (Scavi 2023)

William and Sue Gross Distinguished Professor alla Duke University, fondatore e direttore del DIG@Lab, Maurizio Forte è uno dei pionieri internazionali dell’archeologia digitale, con una lunga esperienza fra realtà virtuale, ricostruzioni tridimensionali, intelligenza artificiale e, più recentemente, neuroarcheologia. È inoltre da molti anni legato all’Etruria e a Vulci, dove ha diretto il progetto Vulci 3000. Etruscan Times ne ha seguito più volte il lavoro, dalla digitalizzazione del patrimonio etrusco agli studi sul paesaggio urbano vulcente e alle applicazioni della fotogrammetria e della realtà virtuale.

Jacqueline K. Ortoleva

Ortoleva, oggi alla University of Oxford, ha invece fatto dell’archeoacustica etrusca uno dei principali terreni della propria ricerca. Già nel 2023 aveva dedicato alla Tomba dei Demoni Azzurri lo studio Sounds of the blue daemon, misurando scientificamente il comportamento del suono all’interno del sepolcro.

La nuova ricerca mette insieme questi due percorsi attraverso un approccio fortemente interdisciplinare. Alle rilevazioni acustiche e ai modelli tridimensionali si aggiungono analisi computerizzate della “salienza visiva”, cioè dei punti verso i quali lo sguardo tende spontaneamente a essere attirato, simulazioni dei movimenti nello spazio e strumenti di intelligenza artificiale impiegati per integrare e interpretare i diversi dati percettivi. A questi si affiancano ricostruzioni digitali dell’illuminazione, utili a valutare quali parti delle camere funerarie potessero emergere dal buio e quali restassero invece in ombra. L’obiettivo non è soltanto ricostruire l’aspetto delle tombe, ma comprendere come architettura, immagini, suono e luce potessero agire insieme sull’esperienza sensoriale e sull’attenzione di chi vi entrava durante il rituale.

Tomba del Gallo

Ne emerge una differenza netta fra le due tombe. La Tomba del Gallo, datata circa 450-400 a.C., è piccola, con un ripido corridoio di accesso e una camera di appena 3,31 per 2,50 metri. Qui il suono rimane relativamente controllato. Il percorso sembra piuttosto costruire una progressione visiva: l’ingresso riduce gli stimoli, poi le pitture — banchetti, suonatori, danzatori — si rivelano gradualmente. Secondo Forte e Ortoleva, lo spazio favoriva dunque orientamento, attenzione e continuità narrativa.

Completamente diverso il caso della Tomba dei Demoni Azzurri, datata fra il 450 e il 420 a.C., e scoperta del 1985. Larga oltre sei metri, la camera presenta tempi di riverberazione eccezionalmente lunghi in alcune zone, paragonati dagli autori, per determinate frequenze, persino a quelli di grandi spazi ecclesiastici. Voci, percussioni e suoni a bassa frequenza potevano sovrapporsi e diventare difficili da localizzare.

Il ruolo decisivo della luce

Un ruolo decisivo aveva anche la luce. Ortoleva ha ricostruito in 3D, con il software RELUX, quattro diversi scenari di illuminazione della Tomba dei Demoni Azzurri, confrontando la luminanza prodotta da differenti fonti artificiali. Le simulazioni mostrano che la camera non sarebbe stata percepita come uno spazio uniformemente visibile: alcune zone restavano immerse nell’ombra, mentre altre emergevano selettivamente. Secondo lo studio, torce potevano essere utilizzate soprattutto lungo il corridoio d’accesso, mentre all’interno della camera funeraria erano più plausibili candele di cera d’api o di sego, più maneggevoli e meno problematiche per fumo e ossigenazione.

Diversi scenari di illuminazione

Nella grande Tomba, anche con più candele accese, parti della parete destra potevano rimanere quasi invisibili. Le ricostruzioni di luminanza non servono quindi soltanto a immaginare “come appariva” la tomba: entrano direttamente nell’analisi della percezione, perché mostrano come figure, colori e scene potessero apparire e scomparire nel buio durante il rituale, contribuendo alla sua dimensione immersiva e potenzialmente disorientante.

Un ruolo decisivo aveva anche la luce. Ortoleva ha ricostruito in 3D, con il software RELUX, quattro diversi scenari di illuminazione della Tomba dei Demoni Azzurri, confrontando la luminanza prodotta da differenti fonti artificiali. Le simulazioni mostrano che la camera non sarebbe stata percepita come uno spazio uniformemente visibile: alcune zone restavano immerse nell’ombra, mentre altre emergevano selettivamente. Secondo lo studio, torce potevano essere utilizzate soprattutto lungo il corridoio d’accesso, mentre all’interno della camera funeraria erano più plausibili candele di cera d’api o di sego, più maneggevoli e meno problematiche per fumo e ossigenazione.

Nella grande Tomba, anche con più candele accese, parti della parete destra potevano rimanere quasi invisibili. Le ricostruzioni di luminanza non servono quindi soltanto a immaginare “come appariva” la tomba: entrano direttamente nell’analisi della percezione, perché mostrano come figure, colori e scene potessero apparire e scomparire nel buio durante il rituale, contribuendo alla sua dimensione immersiva e potenzialmente disorientante

A questo ambiente acustico si aggiungeva la forza delle immagini. Sulla parete destra, il celebre demone azzurro emerge come quello che gli autori definiscono un vero “perceptual trap”, una trappola percettiva: colore, posizione e postura ne facevano un irresistibile punto di attrazione dello sguardo. Altrove compaiono processioni, musicisti e il banchetto.

Tomba dei Demoni Azzurri

Il risultato poteva essere una sequenza emotiva: osservazione, allarme, disorientamento e infine immersione. Gli autori arrivano prudentemente a parlare della possibilità di esperienze “trance-like”, simili alla trance. Non perdita di coscienza, ma una condizione nella quale l’ambiente esterno, il senso dello spazio e perfino la distinzione fra sé e ciò che circonda il partecipante potevano risultare attenuati.

Un dispositivo spaziale e sensoriale

La cautela è indispensabile. Forte e Ortoleva precisano che nessun modello consente di registrare retrospettivamente il cervello di un Etrusco del V secolo a.C. Le simulazioni indicano possibilità percettive, non dimostrano ciò che ogni partecipante effettivamente provava. Né dimostrano che gli architetti avessero progettato consapevolmente la tomba per provocare una trance.

Resta aperta un’ulteriore domanda. In rituali così fortemente sensoriali, gli effetti di oscurità, suoni, ripetizione ritmica, odori e coinvolgimento emotivo potevano essere accentuati anche dall’assunzione di sostanze? Per queste tombe non esiste al momento alcuna prova archeologica che autorizzi a parlare di psicotropi. Il consumo rituale del vino, invece, appartiene pienamente all’universo del banchetto etrusco. Anche senza ricorrere a droghe, dunque, alcol, musica ritmica, fumo di bruciaprofumi, luce oscillante e riverbero potevano concorrere a modificare profondamente la percezione. È un campo che future analisi archeobotaniche e chimiche potrebbero rendere più preciso.

La conclusione più interessante dello studio è forse proprio questa: la tomba dipinta non era soltanto un contenitore di immagini destinate ai morti. Era un dispositivo spaziale e sensoriale nel quale i vivi incontravano la morte. Nella Tomba dei Demoni Azzurri, scrivono in sostanza Forte e Ortoleva, la morte non veniva soltanto rappresentata: poteva essere percepita fisicamente. Un passaggio dall’archeologia delle cose a quella dell’esperienza che apre, anche per lo studio degli Etruschi, una frontiera nuova. (@EtruscanTimes)

Redazione
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