
PITIGLIANO (GR), 19 AGOSTO 2026 – All’inizio il borgo è ancora là, sullo sfondo. Medievale e rinascimentale, arroccato sullo sperone di tufo, sembra sospeso sopra la valle, con le case addossate l’una all’altra e quasi fuse con la roccia. Poi si comincia a scendere. Bastano pochi minuti e quella sagoma compatta scompare alla vista. La luce cambia, la temperatura cala, le pareti si stringono, il rumore si attenua. Il tufo sale ai lati del percorso e il muschio lo ricopre di un verde quasi irreale. È qui che si capisce davvero che cosa sia una via cava: non un monumento da guardare, ma uno spazio nel quale entrare.

«Il monumento lo guardi, la via cava la percorri», spiega Debora Rossi, direttrice dei Musei Archeologici di Pitigliano, che ci accompagna nella Via Cava del Gradone.
I musei che dirige sono due: quello della Civiltà etrusca “Enrico Pellegrini” che ha sede nel Palazzo Orsini, e quello Archeologico all’aperto “Alberto Manzi” , che è a pochi chilometri dal centro e che apre dal mercoledì alla domenica.
Co-autrice del saggio Percorsi etruschi di tufo “fra inferi e estasi”. Le vie cave di Pitigliano (in Le vie cave in Etruria meridionale), Debora è una guida d’eccezione, ma soprattutto una guida che non ama le semplificazioni. Appena ci avviamo mette subito ordine in una delle questioni più affascinanti — e più equivocabili — dell’archeologia di questo territorio. «Il paese sorge sul pianoro tufaceo e tutto intorno, a raggiera, si sviluppano delle tagliate viarie», spiega. «Questa del Gradone è l’unica musealizzata. Non è necessariamente la più bella, ma permette di capire il percorso degli Etruschi».

La passeggiata comincia nel Museo Archeologico all’aperto, su un pianoro a sud dell’abitato, e scende progressivamente verso le necropoli.


Qui alcuni modelli di abitazione di dimensioni vicine a vero – una casa protostorica e, vicino, la sua evoluzione, una casa etrusca a struttura rettangolare in muratura con più vani corredata da scene figurate che riproducono gli affreschi delle tombe più celebri del mondo etrusco — introducono alla “città dei vivi”. Pochi minuti dopo la Via Cava del Gradone porta fisicamente nella “città dei morti”. Più che un museo tradizionale, è un percorso nel paesaggio.
Il progetto nasce dalla visione di Alberto Manzi, il “Maestro d’Italia”, autore del programma tv Non è mai troppo tardi, che fu anche sindaco di Pitigliano. La sua idea era ancora più ambiziosa: creare un circuito ad anello di circa tre chilometri capace di collegare l’area archeologica al centro storico, alla Fortezza Orsini, al museo, alla sinagoga (Pitigliano, la “Piccola Gerusalemme” della Maremma, custodisce una lunga e significativa tradizione ebraica) e poi alle tagliate che incidono il pianoro. Quel percorso continuo non è mai stato completato, anche per problemi di attraversamento delle strade e di proprietà dei terreni. Ma ciò che esiste basta già a dare al visitatore una percezione molto diversa del rapporto fra città, territorio e archeologia.
Prima regola: erano strade

La tentazione, entrando in questi corridoi scavati nel tufo, è di attribuire loro immediatamente significati misteriosi. Sacerdoti, processioni, riti, passaggi verso l’aldilà: le pareti altissime e l’ombra fanno lavorare facilmente l’immaginazione. Debora Rossi, invece, riporta subito il discorso sul terreno archeologico. «Sono vie di comunicazione tra la città e il territorio circostante, utilizzato anche con finalità agricole», spiega. «Poi lungo questi percorsi è facile incontrare aree di necropoli. Possono quindi assumere anche una funzione sacrale o funeraria, soprattutto dove troviamo iscrizioni o sepolture. Ma una cosa bisogna dirla bene: sono strade».
Strade scavate nel tufo, percorse e modificate per secoli. Rossi ricorda che gli studiosi del territorio hanno stimato circa cento vie cave nell’area di Pitigliano, Sorano e Sovana, anche se non tutte possono essere attribuite agli Etruschi. Alcune delle più antiche risalgono a circa 2.500 anni fa e hanno continuato a vivere molto più a lungo della civiltà che le aveva create.
«Quando si partiva con il somaro si portava anche uno strumento per sistemare il fondo», racconta. «Se c’era una piccola frana, la risistemavano». Il passaggio di uomini e animali, l’acqua, l’erosione e gli interventi successivi hanno progressivamente abbassato la sede stradale. «Dobbiamo immaginarcele molto più alte e meno profonde. All’inizio erano vere e proprie strade incassate nel tufo».
Con il tempo alcune si sono trasformate in gole impressionanti, con pareti che nel territorio possono raggiungere anche una ventina di metri. La monumentalità che oggi colpisce il visitatore non era dunque necessariamente quella originaria: è anche il risultato di secoli di utilizzo, manutenzione ed erosione.
Il momento dell’“estasi”
Al Gradone non servono però venti metri per sentirsi trasportati altrove.

Scendendo, il bosco si chiude sopra di noi. Le pareti trattengono l’umidità, il muschio forma grandi superfici verdi, felci e radici si insinuano nella roccia. Dopo settimane di caldo estivo e temperature record, qui sotto la temperatura è sensibilmente più bassa.
«Guarda che bello questo muschio che ricopre tutto come un tappeto», viene spontaneo osservare durante la discesa. Rossi spiega che la profondità, l’ombra e l’umidità creano un microclima particolare, capace di mantenere viva questa vegetazione anche nei periodi più caldi. È il lato quasi sensoriale delle vie cave. Il passaggio dalla luce piena del pianoro alla penombra, il silenzio, l’umidità, il verde sulle pareti, la percezione della roccia a pochi centimetri dal corpo producono una reazione immediata. Rossi la definisce “estasi”: «Non mi è mai capitato di accompagnare qualcuno all’interno di una via cava e di non vedere subito l’estasi».
Ma la stessa vegetazione che rende questi luoghi così suggestivi costituisce anche una minaccia. «È un patrimonio fragile», avverte. «Questa vegetazione così bella ha un apparato radicale che tende a sfondare tutto». Quando le vie erano percorse quotidianamente, erano gli stessi utenti a mantenerle transitabili; oggi la loro conservazione richiede interventi continui, difficili da sostenere soltanto con le risorse delle amministrazioni locali.
Anni fa si tentò persino la strada di una candidatura UNESCO. I rappresentanti arrivati a conoscere il territorio, racconta Rossi, rimasero molto colpiti dall’estensione e dall’unicità della rete, ma il progetto non riuscì ad arrivare alla fase conclusiva per mancanza delle risorse necessarie.

Dalla città dei vivi a quella dei morti

Continuando a scendere, le spiegazioni diventano improvvisamente archeologia. Compaiono le prime tombe della necropoli del Gradone. Sono camere funerarie relativamente piccole, alcune raggiunte attraverso gradini scavati nella roccia. L’area fu utilizzata soprattutto tra la seconda metà del VII e il VI secolo a.C., con tombe a una, due e tre camere e corredi che documentano produzioni locali e contatti con il mondo greco.
«Questa è l’area di necropoli più antica», spiega Rossi indicando le aperture nel tufo. «Sono piccole tombe, con accesso dall’alto, strutture del VII o dell’inizio del VI secolo avanti Cristo. Ne siamo riusciti a riportare alla luce una decina». Il percorso comprende anche una tomba riallestita a scopo didattico, ma qui la ricostruzione quasi si confonde con l’esperienza reale: le camere funerarie sono nella roccia, le antiche vie passano accanto alle sepolture e il visitatore può leggere direttamente il rapporto fra abitato, strada e necropoli.

Poco più in basso si arriva alla necropoli di San Giovanni, dove l’utilizzo funerario continuò più a lungo. Inserita nel circuito del Museo all’Aperto “la città dei vivi, la città dei morti”, si sviluppa lungo il costone tufaceo situato sulla sponda destra del fiume Meleta e deve il suo nome alla vicinanza con il ponte a otto arcate fatto costruire nel 1843 dal Granduca Leopoldo II di Toscana e intitolato appunto a san Giovanni Nepomuceno, protettore delle acque. La necropoli rappresenta senza dubbio il nucleo funerario più importante e conservato della città di Pitigliano in età arcaica (VI sec. a.C.).
Le tipologie cambiano: alle camere si affiancano cassoni ricavati direttamente nella platea tufacea. Rossi parla di una continuità d’uso fino al III secolo a.C., per circa due secoli e mezzo. Ed è qui che emerge uno degli elementi più eloquenti per ricostruire l’antichità del percorso: accanto alle tombe è stato riportato alla luce un tratto di strada carraia, chiaramente leggibile, che costeggia la necropoli e si raccorda alla tagliata. Strada e tombe appartengono allo stesso paesaggio e permettono di capire come il sistema viario organizzasse concretamente il territorio.
Una città fatta di tufo
Il tufo, del resto, non è soltanto la roccia dentro la quale furono scavate le vie cave: è la materia stessa di Pitigliano. «È facilmente lavorabile e allo stesso tempo molto resistente», osserva Debora Rossi. Il pianoro garantiva una posizione naturalmente difendibile; quando questa protezione non bastò più, probabilmente dal VI secolo a.C., furono costruite anche strutture murarie in opera poligonale. Nel centro storico le case ancora oggi poggiano direttamente sulla roccia: scavare una cantina significava creare uno spazio sotterraneo e, contemporaneamente, ottenere blocchi utilizzabili per costruire in elevato.
È per questo che il paesaggio appare così unitario. Case, rupi, tombe, cantine e strade appartengono alla stessa geologia. Il borgo non è semplicemente costruito sopra la roccia: in buona parte è costruito dentro e con la roccia. Poco oltre passa il fiume Fiora, che arriva fino a Vulci (al cui territorio apparteneva la zona di Pitigliano, in tempi etruschi) e che segna quasi una frontiera naturale: da una parte domina il mondo dei tufi, delle tagliate e delle tombe rupestri; dall’altra il paesaggio comincia progressivamente a cambiare verso le formazioni caratteristiche dell’area di Manciano.
Non soltanto il Gradone
La Via Cava del Gradone misura circa 350 metri, ma considerarla un’esperienza isolata sarebbe un errore. È piuttosto una porta d’ingresso a una rete molto più ampia. Il Gradone fa parte del percorso museale; molte altre tagliate sono invece liberamente accessibili.
Rossi ne cita alcune quasi come altrettanti inviti a tornare: la Via Cava di Fratenuti, la Via Cava della Madonna delle Grazie, la Via Cava di San Giuseppe, particolarmente interessante perché collegata a un’area funeraria dove è stato individuato l’unico esempio di tomba a tumulo finora conosciuto a Pitigliano. Poi ci sono Sorano e Sovana. Alcune tagliate del territorio soranese presentano iscrizioni che quelle pitiglianesi non conservano. «Le nostre sono mute, le loro hanno le iscrizioni», sintetizza Rossi. Sono testimonianze rarissime e preziose, perché un’iscrizione etrusca incisa direttamente sulla parete costituisce uno degli indizi più sicuri per stabilire l’antichità e, talvolta, la funzione del percorso.
È questa varietà a rendere le vie cave uno dei paesaggi archeologici più originali dell’Etruria meridionale. Non esiste una singola “via cava” capace di spiegarle tutte: esiste una rete nella quale, nel corso dei secoli, si sono sovrapposti mobilità, agricoltura, funerali, devozione, lavoro quotidiano e natura.

Alla fine del percorso, sopra le antiche necropoli, compare un’altra stratificazione inattesa: il cimitero ebraico. La presenza della comunità ebraica, così importante nella storia di Pitigliano (la cittadina conta oggi 3500 abitanti), si sovrappone fisicamente al paesaggio etrusco. In pochi metri di dislivello si attraversano epoche lontanissime, quasi come se la storia della città fosse organizzata in strati verticali.
Quando il sentiero torna ad aprirsi, il borgo ricompare. Dopo l’ombra e il verde, tornano le case, le mura, le arcate dell’acquedotto, la roccia illuminata dal sole. A quel punto è difficile pensare alle vie cave soltanto come a un’attrazione turistica. Sono ancora ciò che furono per secoli: connessioni. Collegavano la città ai campi, alle necropoli, ai pianori vicini; oggi possono mettere insieme archeologia, ambiente, paesaggio e turismo lento. E non serve essere archeologi per comprenderle. Basta mettersi scarpe adatte, cominciare a scendere e lasciare per qualche minuto il borgo alle proprie spalle.
Poi arrivano il tufo, il muschio, le tombe e l’ombra. E ciò che sulla carta sembra semplicemente un’antica strada torna a essere esattamente ciò per cui era nata: una strada da percorrere. (@EtruscanTimes)

