ROMA ,13 NOVEMBRE 2025 – Il nuovo Libro Bianco dei Musei Statali Italiani 1996-2023, accompagnato da un database online open-access, offre uno sguardo sistematico e inedito sul funzionamento del sistema museale statale degli ultimi trent’anni. Come ha osservato Livia Montagnoli nel suo articolo per Artribune del 12 novembre, si tratta del primo studio di lungo periodo interamente costruito su dati quantitativi, capace di illuminare tendenze, punti di forza e criticità spesso raccontati solo in modo impressionistico. Cresce l’attrattività complessiva dei musei, ma emergono anche criticità strutturali che chiedono risposte urgenti.
Il volume – pubblicato da Cedam/Wolters Kluwer – nasce dalla collaborazione tra MondoMostre e il Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università Roma Tre, grazie al lavoro di Laura Di Pietro e Flaminia Musella, insieme a Tomaso Radaelli e Diego Giacomelli. L’impianto analitico si basa sui dati aggregati da MoMoAnalytics, un archivio digitale che integra informazioni del Ministero della Cultura, dell’ISTAT, dei flussi turistici e del contesto demografico, offrendo uno strumento finalmente comparabile e trasparente.
Oltre un miliardo di visitatori
La fotografia che emerge è imponente: dal 1996 al 2023, cioè in 27 anni, i circa 450 musei statali hanno accolto oltre un miliardo di visitatori, generando 4,4 miliardi di euro di ricavi, di cui la maggior parte provenienti dalla biglietteria. Ma l’analisi rivela una forte concentrazione: l’85% dei visitatori e degli incassi si concentra in soli 24 grandi attrattori, con Colosseo, Uffizi e Pompei che da soli rappresentano più della metà del totale. La crescita dei visitatori, pur costante, è accompagnata da un aumento dei prezzi medi dei biglietti e dall’effetto delle riforme sulla governance museale, come quella introdotta da Dario Franceschini che ha concesso maggiore autonomia ai grandi istituti.
Accanto alle eccellenze, il Libro Bianco evidenzia aree problematiche: molti musei “minori” non superano la soglia minima di sostenibilità economica della biglietteria; la gestione dei servizi aggiuntivi rimane frammentata, con profitti in gran parte assorbiti dai concessionari privati; e la ristorazione museale – pur avendo un grande potenziale – resta quasi inesistente nei musei statali.

Particolarmente incisiva la riflessione di Carlo Alberto Pratesi, professore al Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università Roma Tre, che invita a cambiare paradigma: «Si parla di cultura come comparto economico in modo vago. Ma la storia mostra che è la cultura a generare economia, non viceversa». Per Pratesi, il primo passo verso una gestione più efficace è una base dati solida, capace di guidare scelte razionali e trasparenti.
Il Libro Bianco guarda infine all’Europa: l’assenza di una banca dati comune impedisce confronti omogenei, mentre alcuni Paesi – come la Francia – dispongono di archivi avanzati ma incompleti. L’auspicio dei curatori è che il modello italiano possa diventare la base per un futuro Osservatorio europeo delle performance museali, contribuendo a una governance culturale più consapevole e fondata sui numeri. (@EtruscanTimes)


