ORVIETO, 1 LUGLIO 2026 – Ci sono appuntamenti che, senza rumore, finiscono per diventare una bussola. Nel mondo dell’etruscologia, il Convegno Internazionale di Studi sulla storia e l’archeologia dell’Etruria, promosso dalla Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, è uno di questi. La trentunesima edizione, in cui Etruscan Times sarà media partner, si terrà a Orvieto venerdì 11 e sabato 12 dicembre 2026, di nuovo al Palazzo dei Congressi, e avrà per tema Paesaggi dell’Etruria e dell’Italia antica: due giornate fitte, costruite con quella formula ormai riconoscibile che ha fatto del convegno orvietano un punto di ritrovo stabile per studiosi, soprintendenti, direttori di musei, giovani ricercatori e dottorandi.
La scelta del paesaggio è una chiave di lettura molto concreta. Perché parlare di Etruria significa parlare di città, necropoli, santuari, campagne, boschi, coste, miniere, fiumi, lagune, strade, alture, terme, templi: un mondo in cui il rapporto fra uomo, ambiente e potere si legge spesso più nelle forme del territorio che nei soli monumenti. Il convegno del 2026 guarda dunque all’Etruria come a un sistema vivo, mobile, stratificato. Non un museo fermo nel tempo, ma una geografia storica in trasformazione.

L’apertura, venerdì 11 dicembre alle 10.30, sarà affidata ai saluti istituzionali, nella cornice elegante di Orvieto e del suo centro storico. Sarà anche l’occasione per vedere insieme il sindaco della città, Roberta Tardani, e il presidente della Fondazione Faina, Andrea Solini Colalè, chiamato a guidare una istituzione che, da decenni, ha saputo dare alla città un ruolo non periferico ma centrale nella discussione scientifica sull’Italia antica.

La Fondazione, con il vicepresidente Giuseppe M. Della Fina, continua così a custodire una tradizione che ha avuto fra i suoi protagonisti anche Giovanni Pugliese Carratelli, già presidente della Fondazione: una figura che contribuì in modo decisivo a dare ai convegni annuali quella struttura insieme rigorosa e aperta che ancora oggi ne spiega la fortuna.
Il primo momento forte della giornata sarà, alle 11, la presentazione del volume Etruschi: l’Arte di Francesco Roncalli, pubblicato da Edizioni Quasar nel 2026. Interverranno Giovanna Bagnasco Gianni, Laura M. Michetti, Alessandro Naso, Giuseppe Sassatelli e Giuseppe M. Della Fina. Non è un semplice evento editoriale. È, piuttosto, un omaggio a uno dei saggi più belli e più limpidi mai scritti sull’arte etrusca: il testo Roncalli, apparso a suo tempo in una raffinata edizione del Credito Italiano, torna finalmente a circolare in una nuova veste, rendendo accessibile a una generazione più giovane un libro che molti studiosi hanno amato, citato, cercato e spesso consigliato come una porta d’ingresso non banale al mondo figurativo degli Etruschi.

Roncalli, classe 1938 ed ex-direttore Direttore del Reparto di Antichità Etrusco-Italiche dei Musei Vaticani, ha il raro dono di unire precisione filologica e felicità di scrittura. Nei suoi testi l’arte etrusca non viene mai ridotta a repertorio di oggetti, né ingabbiata nella vecchia domanda — ormai sterile — su quanto fosse “greca”, “italica” o “originale”. Era, piuttosto, una lingua visiva autonoma, capace di parlare di aristocrazie, riti, morte, desiderio, autorappresentazione, contatto mediterraneo, memoria familiare. Riproporre oggi quel saggio significa anche ricordare che la vera divulgazione non è una concessione al pubblico, ma una forma della ricerca: quando è fatta bene, non semplifica ciò che è complesso, lo rende visibile.
Come al solito un programma intenso di lavori

Dopo Roncalli, il convegno entrerà nel tema dei paesaggi con Marco Pacciarelli, che parlerà del paesaggio dell’Etruria in epoca protostorica, e con Daniele Federico Maras, direttore del Museo archeologico nazionale di Firenze, chiamato a indagare alberi, Selvans (il dio etrusco della foresta e dei confini) e i paesaggi boschivi dell’Etruria. È un avvio molto significativo: prima ancora delle grandi città, delle tombe dipinte, dei templi e delle necropoli monumentali, ci sono infatti ambienti, risorse, percorsi, radure, confini sacri, boschi abitati da divinità e da segni. Il paesaggio non è lo sfondo della storia: è una delle sue materie prime.

Nel pomeriggio di venerdì, dalle 15, la prospettiva si sposterà verso l’Etruria meridionale, le coste, Cerveteri, Tarquinia, Caere e Vulci. Alessandro Mandolesi affronterà i paesaggi costieri dell’Etruria meridionale; Vincenzo Bellelli, direttore del PACT, parlerà delle necropoli di Cerveteri e Tarquinia come paesaggi in trasformazione; Simone Grosso si concentrerà sui paesaggi funerari di Caere tra l’età del Ferro e l’Orientalizzante; Matilde Marzullo proporrà una ricostruzione del paesaggio perduto della necropoli dei Monterozzi a Tarquinia, fra ricerca archeologica, tutela e conservazione; Alessandro Conti porterà l’attenzione sulle tombe di guerrieri nel paesaggio funerario di Vulci tardo-arcaica; mentre Cristian Mazet del British Museum, Lorenzo Fornaciari e ancora Alessandro Conti discuteranno la trasformazione del paesaggio funerario della Polledrara, la necropoli di Vulci dove la settimana prossima di ricomincerà a scavare.
È una sequenza che dice molto della qualità del programma. Non si procede per nomi messi in fila, ma per problemi. Che cosa accade quando una necropoli cresce? Come cambia il rapporto fra tombe, strade, recinti, alture, famiglie e memoria? Come si legge oggi un paesaggio funerario quando una parte è perduta, una parte è scavata, una parte è conservata, una parte è ancora da capire? E, soprattutto, come si tiene insieme la grande storia dell’Etruria con il lavoro minuto — spesso difficile, paziente, quasi artigianale — della tutela, del rilievo, della documentazione e della ricostruzione?
Alle 18 il programma allargherà ancora lo sguardo, con Maria Cristina Tomassetti, Gloria Adinolfi e Rodolfo Carmagnola, impegnati sul tema dei “paesaggi dipinti”. Seguiranno Manuela Bonadies e Giovanni Ligabue, sui paesaggi funerari di Falerii tra l’età del Ferro e l’età ellenistica, e Gabriele Cifani, con novità e aggiornamenti sui paesaggi della media valle tiberina in età preromana. Qui si vede un altro tratto caratteristico del convegno Faina: il passaggio continuo fra grandi centri e aree di cerniera, fra luoghi celebri e territori meno frequentati, fra le capitali dell’immaginario etrusco e quelle zone intermedie che spesso spiegano meglio i processi storici.
Sabato 12 dicembre, dalle 9, il convegno ripartirà dall’agro orvietano. Luca Pulcinelli, Paolo Binaco e Francesco Pacelli presenteranno alcune riscoperte sui paesaggi funerari del territorio; Claudia Noferi parlerà del parco archeologico nel giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze (diretto da Maras); Andrea Zifferero affronterà paesaggi agrari e minerari nell’Etruria centro-settentrionale; Jacopo Tabolli porterà le novità dai paesaggi termo-minerali dell’Etruria (a cominciare da San Casciano dei Bagni); Antonio Pernigotti guarderà al paesaggio dal tempio, fra architettura sacra, orizzonte astronomico e percezione del territorio; Elisabetta Govi e Andrea Gaucci si muoveranno dai crinali appenninici alle lagune costiere, fra Kainua e Spina; Giovanna Gambacurta e Angela Ruta Serafini proporranno note per la ricostruzione del paesaggio nel Veneto preromano.
Anche qui la geografia si fa metodo. Orvieto non parla solo di Orvieto, l’Etruria non parla solo di Toscana e Lazio, e il paesaggio non è inteso solo come campagna. Ci sono i giardini museali, i sistemi agrari, le miniere, le sorgenti termo-minerali, l’orientamento dei templi, le microecologie appenniniche, le lagune, il Veneto preromano. È una Etruria larga, porosa, relazionale: un mondo che non si capisce se lo si chiude entro confini troppo rigidi.

Nel pomeriggio di sabato, dalle 15, il fuoco si sposterà sull’Etruria campana. Carlo Rescigno e Antonella Tomeo parleranno di Capua; Luca Cerchiai e Teresa Cinquantaquattro di Pontecagnano; Massimo Osanna (neo-direttore del Dipartimento attività culturali del ministero della cultura) di Pompei. Alle 17 sono previsti il dibattito e la chiusura dei lavori. Le sedute avranno anche due presidenti stranieri, Audrey Bertrand dell’École française de Rome e Christoph Reusser dell’Universität Zürich; il convegno si svolge con il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, presieduto da Sassatelli.
Tra i tanti segreti del successo, anche la pubblicazione puntuale degli Atti
Il programma conferma una regola non scritta ma preziosa dei convegni Faina: alternare studiosi affermati, nomi autorevoli e voci più giovani. Accanto ai maestri e ai protagonisti della ricerca italiana e internazionale, trovano spazio ricercatori, funzionari, dottorandi, studiosi indipendenti. Non è un dettaglio organizzativo: è una scelta culturale. Per un giovane studioso, presentare una ricerca a Orvieto significa entrare in una conversazione vera, misurarsi con colleghi di generazioni diverse, ricevere osservazioni, farsi conoscere. È uno dei modi migliori per evitare che l’etruscologia diventi un recinto chiuso. La disciplina resta viva se sa aprire porte.

C’è poi il segreto, molto concreto, del luogo e del tempo. Orvieto è una città di grande fascino, ma è anche strategica: centrale, raggiungibile, abbastanza raccolta da favorire incontri e conversazioni, abbastanza prestigiosa da dare solennità all’appuntamento senza irrigidirlo. Il calendario fa il resto. Il convegno si tiene tradizionalmente all’inizio di dicembre, di venerdì e sabato: un momento relativamente più calmo dell’anno accademico, lontano dagli ingorghi di primavera e dalla dispersione estiva. Non è poco. Le buone idee hanno bisogno anche di buone condizioni pratiche.

La forza dell’appuntamento orvietano sta anche nel fatto che gli Atti escono puntualmente e vengono presentati al Convegno successivo. E sta anche nella “alternanza” del programma: un anno si guarda ai risultati degli scavi, scegliendo di volta in volta un taglio specifico — templi, insediamenti, contesti, novità territoriali. Il titolo dell’edizione 2025 era ad esempio Scavi d’Etruria. Santuari e luoghi sacri. Un altro anno il convegno propone un tema monografico, come accade nel 2026 con il paesaggio. Questa oscillazione fra aggiornamento e approfondimento impedisce la routine. Da una parte si dà conto di ciò che emerge dagli scavi e dalle ricerche in corso; dall’altra si costruiscono cornici interpretative più ampie, capaci di far dialogare dati, metodi e generazioni.
In fondo, la trentunesima edizione del convegno Faina sembra voler dire proprio questo: l’Etruria non è solo un insieme di oggetti magnifici, tombe celebri, bronzi, terrecotte, pitture e iscrizioni. È un paesaggio storico. E quel paesaggio va letto con occhi diversi: quelli dell’archeologo, dello storico dell’arte, del topografo, del funzionario di tutela, del restauratore, del giovane ricercatore, dello studioso che torna su un testo classico come quello di Roncalli e lo rimette in circolo. (@EtruscanTimes)

