ROMA, 1 OTTOBRE 2026 – Il filo che lega gli alberghi romani ai musei continua ad allungarsi. Dopo due passaggi di particolare interesse etrusco – nel 2025, al DOM Hotel di via Giulia, con opere provenienti da Vulci; e nell’aprile scorso a Palazzo Dama, dove è tornata visibile la Cista Castellani di Villa Giulia – Arte fuori dal Museo, il progetto di Love Italy, approda ora all’Hotel Nord Nuova Roma, a pochi passi dalla stazione Termini. Anche se la “padrona di casa” è l’etruscologa Paola Baglione, questa volta la protagonista dell’operazione non è etrusca, ma pur sempre capace di riportare il discorso alle radici dell’antico: la Venere vincitrice di Bertel Thorvaldsen, gesso dell’Accademia Nazionale di San Luca, restaurato e collocato nell’albergo con uno splendido allestamento. Vi resterà almeno fino all’estate 2027.

L’inaugurazione di mercoledì 30 settembre è stata anche l’occasione per misurare quanto il progetto sia cresciuto. Tutto era cominciato nell’ottobre 2024 proprio in casa Bettoja, al vicino Hotel Mediterraneo, con la Dea Roma o Virtus del Museo Nazionale Romano: prima uscita simbolica dai depositi, finanziata dal gruppo alberghiero e destinata, secondo il progetto originario, a durare un anno prima del ritorno al museo. Quell’esperienza si è ormai conclusa – forse prematuramente, almeno nello spirito di un progetto che vorrebbe prolungare il più possibile questi incontri inattesi fra arte e pubblico – mentre un’altra operazione di segno etrusco è già annunciata: presto un’antefissa raggiungerà un altro grande albergo del centro di Roma.

Al Nord Nuova Roma, davanti alla Venere, la serata ha avuto però un carattere particolare anche per la presenza di Paola Baglione. Per molti anni docente di etruscologia alla Sapienza, Baglione appartiene contemporaneamente a due mondi che qui finiscono per incontrarsi: quello dell’archeologia e quello della storica famiglia alberghiera Bettoja. «Qua sono nata. Veramente. Fisicamente», ha raccontato più tardi a Etruscan Times, ricordando il nonno e il padre, l’infanzia trascorsa tra l’albergo e la casa poco distante, gli studi romani e poi la scelta universitaria ai tempi di Massimo Pallottino. Il padre, ha ricordato, non volle imporle l’azienda: «Io ho fatto questo anche perché tu potessi scegliere liberamente», le disse. Dopo la laurea arrivarono la Sapienza, un periodo all’Aquila e infine la carriera accademica; solo dopo il pensionamento, ha spiegato, sono cresciuti i suoi “doveri alberghieri”.
Nel suo intervento Baglione ha riportato Thorvaldsen dentro la Roma cosmopolita tra Settecento e Ottocento, quando l’Accademia Nazionale di San Luca era uno dei punti di aggregazione di artisti italiani e stranieri. Ha ricordato il giovane danese arrivato a Roma come borsista, capace di affermarsi negli anni difficili delle guerre napoleoniche e di ottenere commissioni importanti, anche nel clima della progettata trasformazione del Quirinale in reggia imperiale. E soprattutto ha insistito su un punto che, detto da un’etruscologa, assumeva un significato particolare: non vedere una cesura fra antico e moderno. Il Neoclassicismo, spesso liquidato come arte fredda, nasce da una relazione continua e vitale con il mondo classico. La Venere di Thorvaldsen è dunque anche un modo per tornare a guardare l’antico attraverso gli occhi di chi, diciotto secoli dopo, lo rimise al centro della creazione artistica.
Per Claudio Strinati è una “rivoluzione culturale”

È stato Claudio Strinati, il celebre esperto d’arte da poco nominato presidente del Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici del Ministero della Cultura, a trasformare questa idea in una vera dichiarazione programmatica. Portando il saluto del presidente dell’Accademia Francesco Cellini, Strinati ha definito l’uscita delle opere dai musei una possibile «rivoluzione culturale». Il museo resta indispensabile, ha spiegato, ma non può essere considerato l’unica casa possibile dell’opera d’arte. I depositi italiani conservano migliaia di pezzi che raramente incontrano il pubblico; con adeguate garanzie, tutela e restauro, alcuni possono invece cominciare una seconda vita in luoghi frequentati come gli alberghi.
E qui Strinati ha regalato alla platea l’immagine più efficace della serata: il grande museo come un interminabile pranzo di nozze. Dopo troppe portate, anche il piatto migliore rischia di arrivare quando non si ha più la capacità di gustarlo. Davanti a una sola opera, invece, «l’incontro sarà esclusivo»: personale, diretto, quasi privato. Così è con la Venere restaurata – un gesso preparatorio che Strinati ha invitato a osservare da vicino – nella quale il rigore neoclassico si scioglie in una sensibilità già romantica.

Il confronto inevitabile è con la Paolina Borghese di Antonio Canova. Anche lei Venere vincitrice, anche lei con il pomo assegnato da Paride. Ma dove Canova costruisce una figura distesa, aristocratica e consapevole, Thorvaldsen mette in piedi una giovane donna che guarda il proprio premio con una sorta di esitazione. Strinati vi ha letto «una delicatissima malinconia»: quasi la domanda incredula di chi si chieda se davvero meritasse di essere proclamata la più bella. È proprio quella tenerezza, ha osservato, a far entrare il Neoclassicismo nel territorio del Romanticismo.
Il ruolo innovativo di Love Italy

A chiudere il cerchio è stata Tracy Roberts, vicepresidente di LoveItaly e principale artefice di Arte fuori dal Museo. Il progetto nasce dal protocollo fra Direzione generale Musei del Ministero della Cultura, LoveItaly e Federalberghi Lazio e mette insieme pubblico, privato e non profit. Roberts ha ricordato che le esposizioni già realizzate negli alberghi romani sono dieci e altre dieci sono in preparazione, con l’idea di allargare progressivamente l’esperienza anche oltre Roma. La Roberts è riuscita a costruire questa rete: trovare opere, musei, alberghi, sostenitori, restauri, trasporti e coperture assicurative e farli convergere in un unico progetto.
In teoria la Venere di Thorvaldsen resterà al Nord Nuova Roma per circa un anno. Ma Gianluca De Gaetano, direttore generale di Federalberghi, ha già lanciato con una battuta la proposta di lasciarla più a lungo: «Ho parlato con la Venere e mi ha detto che qui si trova molto bene». Dietro il sorriso resta la questione centrale della serata: se un’opera rimasta a lungo invisibile torna a vivere, restaurata e incontrata ogni giorno da centinaia di persone, quanto deve durare questo nuovo capitolo? Forse è proprio questa la sfida successiva di Arte fuori dal Museo: non soltanto liberare temporaneamente le opere dai depositi, ma trovare per loro nuove forme, e nuovi tempi, di presenza nella città. (@EtruscanTimes)

