FIRENZE, 9 GIUGNO 2026 – Con la presentazione del restauro appena concluso, “comincia una nuova vita” per il Torso di Livorno. Uno dei grandi bronzi delle collezioni medicee, ritratto dall’artista tedesco-britannico Johann Zoffany accanto alla Chimera nella Tribuna degli Uffizi, è tornato oggi in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dopo un complesso intervento di restauro che, non solo lo ha salvato dalla corrosione marina ancora in agguato dopo tanti secoli, ma ha anche aperto nuove piste di ricerca sulla sua origine e sulla sua lunga, misteriosa storia. E alcune delle scoperte più importanti – dice a Etruscan Times il direttore Daniele F. Maras – restano ancora segrete.
Direttore, il restauro ha già restituito molte informazioni sul Torso di Livorno. Possiamo dire che il mistero della sua origine sia stato finalmente risolto?
No, non ancora. Si tratta di una storia molto lunga, complessa e articolata. La statua riprende modelli classici del V secolo a.C. e per lungo tempo è stata considerata un originale greco di quell’epoca. Successivamente è stata attribuita all’età romana, valorizzando alcuni aspetti tecnici che oggi stiamo nuovamente riesaminando. È uno degli aspetti del lavoro in corso.
Alcune delle scoperte emerse durante il restauro restano ancora inedite.
Sì. Ci sono novità che permetteranno di comprendere meglio la storia dell’opera e il modo in cui è stata realizzata. Presenteremo questi risultati il 17 settembre durante una giornata di studi. Preferisco che siano gli specialisti che hanno condotto le ricerche a raccontare direttamente ciò che hanno scoperto. Non tutto è stato ancora reso pubblico.
Il nome “Torso di Livorno” suggerisce una provenienza dal porto toscano. È davvero così?

In realtà non lo sappiamo. Alla metà del Cinquecento, all’epoca di Cosimo I de’ Medici, il Torso si trovava già a Firenze. Fu prelevato dai depositi degli Uffizi e collocato nelle gallerie. Questo significa che era già nelle collezioni medicee, ma non sappiamo da quando. Ne’ sappiamo dove sia stato trovato. Il collegamento con Livorno nasce soltanto nell’Ottocento, quando si ipotizzò che fosse stato recuperato dalle acque di quel porto, che era in effetti il porto di Firenze.
Che cosa sappiamo invece con certezza?
Sappiamo che il bronzo è rimasto sott’acqua per un lungo periodo. Lo dimostrano le concrezioni marine e le conchiglie rinvenute all’interno della scultura. Una delle novità che presenteremo a settembre riguarda proprio lo studio di queste conchiglie e di ciò che possono raccontarci sulla storia del manufatto.
Perché il restauro era diventato indispensabile?

Il torso subi’ puliture nel ‘500 e poi nel nel corso dei secoli successivi il bronzo fu rivestito dalle cosiddette “patine lorenesi” per proteggerlo come si poteva fare allora. Tuttavia, sotto quelle bruniture, i sali marini continuavano lentamente a mangiare il bronzo a distanza di centinaia di anni. E’ stato quindi necessario intervenire per salvare la scultura e arrestare il degrado.
Il progetto ha portato il Torso fino a Grenoble per analisi mai tentate prima.
Abbiamo colto l’occasione del restauro per realizzare una serie di indagini che in presenza delle patine non sarebbero state possibili. La statua è stata portata all’Institut Laue-Langevin di Grenoble per un’analisi di attivazione neutronica che non era mai stata fatta su un bronzo monumentale di queste dimensioni. Oggi disponiamo di una quantità enorme di dati sul modo in cui l’opera è stata realizzata e sulla sua storia conservativa.
È stata un’operazione complessa?
Moltissimo. È stato necessario progettare supporti speciali per il trasporto e per le analisi. Dopo l’attivazione neutronica il bronzo è rimasto temporaneamente radioattivo e ha dovuto sostare per alcune settimane in deposito per la decantazione prima di poter tornare a Firenze. È stato un lavoro che ha coinvolto decine di specialisti e istituti di ricerca E’ stata una collaborazione di tantissime professionalita’ e istituti di ricerca in un processo cominciato nel 2023, prima ancora dell’arrivo dei finanziamenti e dell’inizio del restauro l’anno successivo.
Il Torso si inserisce in una stagione molto intensa per i grandi bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Assolutamente sì. Negli ultimi anni abbiamo assistito al restauro del Cavallo Medici-Riccardi, alla nuova sala della Chimera, al riallestimento dedicato all’Arringatore e a importanti interventi sull’Idolino di Pesaro in questi giorni in trasferta a Brescia e sulla Minerva, protagonista di una mostra ad Arezzo voluta dal Ministero per riallacciare il rapporto con il territorio con le collezioni del Museo Archeologico. Tutti i grandi bronzi delle nostre collezioni stanno vivendo una stagione di rinnovata attenzione e ricerca.
D. Qual è oggi la sfida principale per il museo?
Vogliamo raccontare non soltanto la storia collezionistica di questi capolavori, ma anche la loro storia antica. Sono opere talmente celebri da essere state quasi date per scontate. Hanno influenzato artisti e collezionisti per secoli, ma raramente sono state studiate in profondità una per una come stiamo facendo oggi.
Che cosa rappresenta quindi il convegno del 17 settembre?
Non un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Il convegno e le pubblicazioni che seguiranno saranno soltanto l’inizio. Per il Torso di Livorno comincia una nuova vita. (@EtruscanTimes)

