Presentato a Roma “Alla mia età” di Andrea Carandini, in un sogno la vocazione di archeologo

ROMA, 20 MAGGIO 2026 –  E’ nata da un sogno infantile la vocazione di Andrea Carandini per lo studio dei resti del passato? Un bambino che scende da solo nelle viscere della metropolitana di Londra fino a raggiungere un cimitero vittoriano, popolato da enigmatici “maggiordomi-archeologi” che toglievano i gioielli a dame scavate di fresco deponendoli in scatole di peltro. E’ lo stesso Carandini che definisce quella onirica “discesa agli inferi” una “chiamata a una vocazione” in Alla Mia Età, un nuovo volume pubblicato da Editori Laterza nella collana I Robinson e presentato nella affollatissima sala della Curia Julia in un dialogo, moderato dal giornalista e scrittore Paolo Conti, con la quasi coetanea Dacia Maraini.

L’incontro si è aperto con i saluti di Simone Quilici, direttore del Parco archeologico del Colosseo. Tra i presenti anche Alfonsina Russo, oggi a capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del Ministero della Cultura, Claudio Strinati, e l’editore Giuseppe Laterza. Piu’ che un memoir, Alla Mia Eta’ e’ un’antologia di riflessioni: “Ho raggiunto un’età in cui penso di avere la libertà di dire tutto, o quasi. In queste pagine ho scritto di ciò che mi appassiona ma anche di ciò che di quest’ultima modernità proprio non sopporto”, spiega ancora Carandini il senso della sua nuova fatica da quasi nonuagenario.

Carandini del resto usa continuamente la memoria personale come uno scavo stratigrafico, quello introdotto nello scavo-scuola della villa romana di Settefinestre vicino a Capalbio, su cui si sono fatte le ossa generazioni di archeologi, quasi che la vita privata e la storia antica seguano le stesse leggi di sedimentazione. Infanzia aristocratica, il padre ambasciatore a Londra nel dopoguerra “per ristabilire buoni rapporti tra Italia e Gran Bretagna”, come ricorda nel brano che rievoca il sogno: “una perfetta auto-iniziazione alla vita – emersa dall’inconscio – in assenza di una figura paterna che portasse il bambino in giro per la citta’”.

Diventato famoso per aver scoperto sul Palatino la prima Roma dell’VIII secolo a.C. – e poi la Roma prima di Roma del IX e del X secolo – Carandini affronta temi come quello della comunicazione del mondo antico, riflessione scaturita dal successo di una lezione tenuta “davanti a migliaia di persone” a Roma, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium: “Venivo da scavi solitari sul Palatino, avvezzo solo a monumenti, strati, allievi (oltre ai turisti lungo la Sacra via). Mai mi era capitato un pubblico così enorme”. Il rischio diviene cosi’ “la comunicazione per il comunicare” mentre “la storia vuole umiltà e fedeltà al verosimile”. E, di conseguenza, non ritenere, ad esempio, “che l’arte del ritratto sia meno interessante di un uomo vivo finto e conciato alla romana”.

Sempre sul piano della cultura, Carandini riflette sulla crisi dell’approccio umanistico, che spingeva ad avere una visione unitaria, il contrario del “nostro progresso formato spezzatino”. Non mancano considerazioni di carattere geopolitico – il rapporto tra l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia – lo porta a confrontare Imperi e potenze egemoni, con i primi più portati ad annessioni territoriali e a esercitare controllo e violenza sia al proprio interno che verso altri Stati.

Andrea Carandini nasce a Roma nel 1937 in una famiglia dell’aristocrazia italiana legata alla diplomazia e alla cultura. Figlio dell’ambasciatore Nicolò Carandini e di Elena Albertini (la figlia del direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini), cresce tra l’Italia e l’estero negli anni difficili del dopoguerra. Dopo gli studi classici, si laurea in archeologia all’Università di Roma con Ranuccio Bianchi Bandinelli – la tesi e’ sui mosaici tardo antichi di Piazza Armerina – avvicinandosi presto alle nuove metodologie della ricerca stratigrafica apprese nel contatto con i colleghi inglesi.

Negli anni Settanta e Ottanta Carandini diventa una figura centrale del rinnovamento dell’archeologia italiana grazie a scavi che uniscono rigore scientifico e grandi domande storiche. Le sue ricerche sulla campagna romana, sulle ville schiavistiche e soprattutto sulla Roma arcaica cambiano il dibattito sulle origini della città. La fama internazionale arriva con gli scavi sul Palatino, dove individua strutture che interpreta come legate alla fase monarchica di Roma e alla tradizione di Romolo. Le sue teorie suscitano discussioni accese ma riportano l’archeologia al centro del dibattito pubblico italiano.

Professore universitario per decenni alla Sapienza di Roma, Carandini forma generazioni di archeologi ed è autore di decine di saggi tradotti anche all’estero. Alla ricerca scientifica affianca una forte attività divulgativa, convinto che il patrimonio culturale sia uno strumento di identità civile. Dal 2013 al 2020 è presidente del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, impegnandosi nella tutela e valorizzazione del paesaggio e dei beni storici italiani. Negli ultimi anni ha intrecciato sempre più riflessione storica e autobiografia, culminando nel memoir Alla Mia Età, dove ricostruisce la propria vita come uno scavo nella memoria. (@EtruscanTimes)

 

Redazione
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