PYRGI, 5 SETTEMBRE 2026 – I colori dell’antica Caere tornano nel loro territorio proprio mentre, a pochi passi dal Castello di Santa Severa, gli archeologi della Sapienza riaprono il grande cantiere di Pyrgi. È questo l’intreccio che caratterizza il settembre etrusco su quel tratto del litorale laziale: da una parte la mostra I Colori che ritornano. Un patrimonio ritrovato. Le lastre dipinte etrusche riunite nel loro territorio, dall’altra una nuova campagna di scavo nel porto e santuario marittimo di Cerveteri, accompagnata da aperture al pubblico, attività didattiche, iniziative di valorizzazione e di tutela del territorio.

Ma il “ritorno” evocato dal titolo della mostra curata dalla Soprintendenza per l’Etruria meridionale ha questa volta un significato molto concreto. Quelle che saranno esposte a Santa Severa sono infatti opere disperse per decenni, recuperate attraverso complesse indagini delle forze dell’ordine o restituite all’Italia grazie ad accordi internazionali: frammenti che, riuniti, permettono ora di ricostruire almeno in parte l’universo figurativo dell’aristocrazia di Caere del VI secolo a.C.
La mostra aprirà sabato 12 settembre alle 18, negli spazi della Manica Lunga e dell’Antiquarium di Pyrgi, e riunirà un eccezionale corpus di lastre dipinte ceretane recuperate negli ultimi anni dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e dalla Guardia di Finanza. Si tratta di materiali databili complessivamente tra il 530 e il 480 a.C., testimonianza di una particolare corrente pittorica che ebbe nell’antica Caere uno dei suoi centri principali.
La Soprintendenza definisce quello delle lastre uno dei recuperi di opere d’arte più significativi degli ultimi decenni, non soltanto per il numero dei frammenti, ma soprattutto per la loro rarità, per la complessità delle scene rappresentate e per la tecnica con cui furono realizzati. A questo patrimonio recuperato dalle forze dell’ordine si aggiunge un altro importante nucleo tornato in Italia attraverso la diplomazia culturale. Nel 2016 fu infatti sottoscritto a Roma un accordo di cooperazione con la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen che portò alla restituzione dalla Danimarca, tra gli altri reperti, di ben 110 frammenti di lastre dipinte prodotte a Cerveteri.
Le lastre, applicate alle pareti e spesso disposte in fregi continui, restituivano agli edifici etruschi un mondo di immagini e colori oggi difficile da immaginare: scene mitologiche, musicali, simposiache, atletiche, militari e rituali. La loro fortuna a Cerveteri è legata anche alla presenza di artigiani provenienti dalla Grecia orientale e mostra ancora una volta quanto la città fosse aperta ai linguaggi del Mediterraneo.

La tecnica era quella delle altre terrecotte architettoniche, ma offriva ai pittori superfici modulari particolarmente ampie. Le singole lastre potevano essere accostate fino a formare composizioni che correvano lungo intere pareti, con un’unica scena sviluppata su più elementi; in altri casi funzionavano quasi come quadri autonomi, ognuno con un proprio soggetto. È questa varietà a offrire oggi uno spaccato eccezionale dei luoghi di rappresentanza dell’aristocrazia ceretana e del suo immaginario.
Ed è proprio il Mediterraneo il filo che conduce dalla mostra allo scavo di Pyrgi, immediatamente a ridosso del Castello. Il 31 agosto, infatti, ha preso il via una nuova campagna del progetto Ricerche e scavi nel comprensorio di Pyrgi: il Santuario e il Quartiere pubblico-cerimoniale, diretto da Laura Maria Michetti e inserito fra i “Grandi Scavi” della Sapienza Università di Roma. Il programma didattico dell’Ateneo prevede quattro settimane di attività, articolate in turni, durante le quali gli studenti partecipano direttamente alle operazioni di cantiere, facendo di Pyrgi un vero laboratorio sul campo.
La lunga tradizione della Sapienza

Per la Sapienza, del resto, Pyrgi ha un significato particolare. Lo scavo è stato concepito fin dagli anni Cinquanta, cioè dai tempi di Massimo Pallottino e poi Giovanni Colonna, come un cantiere-scuola, e nel corso dei decenni ha formato generazioni di archeologi italiani e stranieri. È uno dei siti nei quali la continuità della ricerca universitaria ha prodotto non solo nuove conoscenze, ma anche un metodo di formazione basato sull’esperienza diretta: dallo scavo alla documentazione, dallo studio dei materiali alla conservazione dei reperti.

Storicamente, Pyrgi era la proiezione marittima di Caere, l’odierna Cerveteri, e uno dei primi approdi per chi risaliva il Tirreno da sud. Qui porto, commercio, religione e politica internazionale si sovrapponevano. Dal santuario provengono le celebri lamine d’oro, due iscrizioni in etrusco e una in fenicio, conservate al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia e fra i documenti più importanti per comprendere i rapporti fra l’Etruria e il Mediterraneo orientale.
Le ricerche più recenti si sono concentrate proprio sulla fascia di raccordo tra il santuario e l’insediamento portuale. Gli scavi stanno contribuendo a ricostruire la viabilità, la suddivisione degli isolati, la funzione dei diversi settori urbani e la possibile presenza di apparati difensivi, in un’area che consente di osservare la trasformazione del sito dalla fase etrusca alla colonia marittima romana fondata nel 273 a.C.
Settembre sarà anche un mese di apertura del cantiere al pubblico. Le campagne di Pyrgi sono tradizionalmente accompagnate da visite e momenti di divulgazione, durante i quali archeologi e studenti raccontano direttamente sul posto ciò che sta emergendo. La missione della Sapienza ha inoltre inserito queste attività in un più ampio progetto di “porti aperti”, con incontri rivolti alla comunità locale, iniziative educative e aperture straordinarie durante la campagna di scavo e in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio.
L’idea è quella di ridurre sempre di più la distanza fra ricerca e pubblico: non attendere soltanto che i reperti arrivino in museo, ma permettere ai visitatori di vedere come nasce una scoperta, come viene documentata e come cambia l’interpretazione di un sito.
Un’iniziativa collaterale ha accompagnato l’avvio della nuova stagione di ricerche: sabato 5 settembre si è svolto Pyrgi Archeo Clean Up, un percorso partecipato di archeo-ecologia e valorizzazione della costa. L’attività di ripulitura, aperta ai volontari e condotta insieme agli archeologi della Sapienza Università di Roma, ha interessato l’area dei templi del santuario del porto etrusco di Cerveteri. L’iniziativa ha legato concretamente ricerca archeologica, cura del sito e coinvolgimento della comunità, contribuendo alla tutela e alla valorizzazione dell’area proprio alla vigilia della nuova campagna di scavo.
Il settembre di Santa Severa diventa così un piccolo laboratorio a cielo aperto. Nel Castello tornano i colori perduti degli Etruschi, nell’Antiquarium si raccontano le conoscenze accumulate in decenni di ricerca e, appena fuori, il terreno viene ripulito e nuovamente aperto dagli archeologi per cercare altre risposte.
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