SAN FRANCISCO, 27 APRILE 2026 – Una civiltà Cenerentola, almeno negli Stati Uniti, da riportare al centro. Alla vigilia dell’inaugurazione della mostra al The Legion of Honor/The Young Museum, Renée Dreyfus, curatrice dei Fine Arts Museums di San Francisco, racconta a Etruscan Times il percorso pluriennale seguito per ridare rilevanza a una delle culture più rilevanti del mondo mediterraneo. Newyorchese di nascita, studi alla Boston University con l’illustre classicista Emily Vermeule e un PhD a Berkeley, la Dreyfus da quasi 50 anni lavora a San Francisco dove ha portato mostre importanti come quella, nel 2023 sempre al Legion of Honor/De Young, su Ramses il Grande e I Tesori dei Faraoni e prima ancora “Last Supper in Pompei: From the Table To the Grave”, nel 2021 al Legion of Honor, quest’ultima una vasta rassegna in collaborazione con l’Ashmolean Museum di Oxford e l’Istituto Italiano di Cultura: al centro la passione degli antichi Romani di tutte le classi sociali per il cibo e il vino raccontata attraverso 400 oggetti, tra resti carbonizzati, vasellami e affreschi provenienti dalle citta’ distrutte dal Vesuvio nel 79 d. C.

Partiamo da oggi: il Fegato di Piacenza è appena arrivato…
“Sì, è incredibile. È appena stato installato, insieme al Liber Linteus di Zagabria. È stato un lavoro lunghissimo, ma vedere tutto finalmente insieme è straordinario. Sono davvero entusiasta.”
Come nasce questa mostra?
“Volevo farla da moltissimo tempo. Sono sempre stata affascinata dagli Etruschi. Sono cresciuta a New York e conoscevo fin da bambina la collezione del Metropolitan Museum of Art, ma anche durante gli studi universitari a Boston gli Etruschi venivano trattati pochissimo. Si parlava di Grecia, poi di Roma, ma loro rimanevano ai margini. Mi è sempre sembrato che fossero una civiltà trascurata.”
C’e’ chi li definisce una “Cenerentola” dell’antichità classica…
“Credo sia un’immagine molto efficace. In Italia gli Etruschi sono conosciuti, ma negli Stati Uniti quasi per nulla. A volte, quando dico che sto lavorando su una mostra sugli Etruschi, mi rispondono: “Ah, i crostacei?”. È per questo che anche il titolo – Dal Cuore dell’Italia Antica – è importante: volevo chiarire subito dove si trovavano e che si tratta di una civiltà del passato.”
Quanto è durata la preparazione?
“Molto a lungo. Negli anni ho potuto studiare, costruire relazioni, confrontarmi con studiosi. Il mio principale advisor è stato Richard Daniel De Puma: abbiamo lavorato insieme per anni, con incontri regolari settimanali. Grazie a lui non abbiamo solo grandi capolavori, ma anche oggetti poco noti, talvolta mai pubblicati come quelli della collezione dello scenografo di Hollywood Eugene Berman. Era una raccolta poco conosciuta, con pezzi insoliti che De Puma vide nei primi anni Settanta a Roma. Alcuni di questi pezzi non sono mai stati pubblicati. Era importante per me affiancare ai capolavori anche pezzi meno noti, per ampliare il racconto.”
Quante opere compongono il percorso?
“Oltre 150, distribuite in modo armonioso nelle gallerie. La mostra si apre con una sezione multimediale: paesaggi della Toscana ripresi con droni, immagini delle necropoli, delle tombe. Servono a collocare gli Etruschi nel tempo e nello spazio e a spiegare perché sono importanti.”
Qual è il filo conduttore della mostra?
“Costruire una comprensione progressiva. Partiamo dall’identità degli Etruschi, poi raccontiamo come vivevano, quali erano le loro credenze, il loro sistema economico e culturale. È un percorso che accompagna il visitatore passo dopo passo.”
La mostra insiste molto sull’idea degli Etruschi come innovatori…
“Sì, perché lo erano. Pensiamo alla toga, che è un’invenzione etrusca poi adottata dai Romani. Oppure al sistema numerico. Ma soprattutto, erano grandi mediatori culturali: commerciavano in tutto il Mediterraneo, assorbivano idee e le rielaboravano. Sono stati fondamentali nello sviluppo della viticoltura su larga scala in Italia”.
Quali sono i capolavori in mostra?
“Dopo il video iniziale, si entra in uno spazio circolare con oggetti provenienti da tombe aristocratiche, tra cui la Regolini-Galassi da cui viene una coppa dorata. Questo ci permette di parlare delle credenze etrusche: la vita dopo la morte come continuità. Nelle tombe venivano deposti oggetti preziosi, anche per banchetti e altri rituali nell’aldilà.
Abbiamo prestiti straordinari da 29 musei: dal British Museum al Louvre al Met e altri musei americani, fino a numerose istituzioni italiane. Tra i pezzi più importanti, oltre al Fegato di Piacenza e al Liber Linteus da Zagabria, ci sono materiali dalle grandi tombe aristocratiche, con oggetti d’oro, argento e bronzo”.
Le tombe sono centrali nel racconto…
“Assolutamente. Permettono di comprendere la visione etrusca della morte: non una fine, ma una transizione. I defunti venivano sepolti con oggetti preziosi, utensili, servizi da banchetto — tutto ciò che serviva per continuare a vivere nell’aldilà. Il ruolo delle donne era molto importante. Le tombe femminili mostrano uno status elevato, con ricchi corredi. È un aspetto che sorprenderà molti visitatori”.
La mostra mette in evidenza anche i contatti internazionali degli Etruschi…
“Sì, ed è uno degli aspetti più affascinanti. Abbiamo oggetti provenienti dal mondo fenicio, dall’Egitto, dal Mediterraneo orientale. Un esempio è la situla di Bocchoris, che riporta il nome di un faraone: dimostra chiaramente i contatti diretti tra Etruschi ed Egitto.”
Ci sono anche i bronzi di San Casciano dei Bagni…
“Sì, e siamo molto felici di averli. I prestiti sono stati complessi, anche perche’ il frutto degli scavi non cade sotto un unico direttore, ma i tre pezzi che abbiamo avuto sono importantissimi. Mostriamo tre ex voto: un braccio e una gamba e un bambino in fasce con al collo la bulla. Sono fondamentali perché mostrano la convivenza tra Etruschi e Romani nello stesso santuario: non solo conquista, ma condivisione di pratiche religiose.”
Un messaggio importante, quindi…
“Sì: la storia è più complessa di quanto si pensi. Etruschi e Romani non erano solo in conflitto, ma spesso vivevano e praticavano insieme”.
È previsto anche un programma scientifico?
“Sì, organizziamo un’intera giornata di studi con studiosi internazionali, tra cui Daniele Federico Maras e Gregory Warden. Sarà aperta sia agli specialisti sia al pubblico e sarà anche disponibile online. Piu’ in gneerale penso che per il pubblico americano sarà una rivelazione. Non solo per la bellezza degli oggetti, ma per la complessità della civiltà etrusca e il ruolo che ha avuto nel Mediterraneo antico.”
Questa mostra segna un cambio di scala rispetto al passato?
“Sì. L’ultima grande mostra negli Stati Uniti, organizzata da Warden in Texas, risale a quasi vent’anni fa. Questa è più ampia, più articolata, con una narrazione più chiara e aggiornata.” (@EtruscanTimes)

