Retour à Vulci e la rivincita di Stéphane Gsell: riemerge il Grande Tumulo con la sua tomba principesca

Stéphane Gsell

VULCI, 21 SETTEMBRE 2026 – Per più di centotrent’anni era rimasto quasi invisibile sotto la terra della Polledrara. Stéphane Gsell (1864-1932), il grande archeologo francese, lo aveva individuato nel 1889, ne aveva ricostruito il perimetro e aveva cercato la tomba principale senza riuscire a trovarla. Ma nell’estate 2026 gli archeologi del team internazionale di Retour à Vulci (Ritorno a Vulci) hanno chiuso il cerchio: hanno riconosciuto sul terreno il grande Tumulo Gsell, che dalle prime verifiche appare assai più esteso di quanto si pensasse, e al suo interno hanno portato alla luce quella che con ogni probabilità è proprio la sepoltura principesca cercata invano dall’archeologo francese.

Da sinistra, C. Mazet, L. M. Michetti, A. Conti alla Giornata di studi a Villa Giulia sugli affreschi della Tomba François di Vulci

«È questa, la sepoltura. Ne siamo sicurissimi», si accalora Christian Mazet, del British Museum, uno dei tre direttori scientifici della missione insieme a Laura Maria Michetti e Alessandro Conti della Sapienza Università di Roma. Il tono è quello di chi sa che la prudenza archeologica resta obbligatoria, ma che questa volta gli indizi convergono. «Abbiamo trovato le armi, il carro, gli ori e ceramiche di pregio che si trovano solo nelle tombe principesche dell’Osteria. È senza dubbio una tomba di grandissimo livello».

Gli scavi del luglio 2026

La scoperta cambia anche la scala del monumento. Gsell aveva descritto un grande sepolcro circolare con una circonferenza di 98 metri e un basamento rivestito di lastre di nenfro. Raccontava però di aver sospeso le ricerche dopo alcuni tentativi infruttuosi di individuare il corridoio diretto alla camera principale: proseguire sarebbe stato troppo costoso.

Le ipotesi sulla crepidine

Oggi, con strumenti e metodi completamente diversi, la missione è tornata esattamente su quel tema. «L’anno scorso avevamo fatto l’ipotesi che il tumulo fosse costruito nel terreno geologico», spiega Mazet a Etruscan Times. «Quest’anno abbiamo capito chiaramente che è proprio così, perché abbiamo trovato un tratto della circonferenza». Le pietre della crepidine non ci sono più, probabilmente asportate nel tempo, ma è rimasta la sua impronta: «Abbiamo trovato la traccia in negativo». Ed è questa traccia che sta obbligando gli archeologi a rivedere le dimensioni tradizionalmente attribuite al monumento.

I primi calcoli, ancora da verificare nelle prossime campagne, suggeriscono infatti un tumulo paragonabile alla Cuccumella, cioè uno dei massimi monumenti funerari dell’Etruria. Potrebbe risultare fra i più grandi tumuli conosciuti del mondo etrusco, forse addirittura il più grande: un’ipotesi che richiede però nuove misurazioni e soprattutto il completamento del perimetro. «Tutto ci dice che è uno dei più monumentali di Vulci», precisa Mazet, lasciando alla campagna 2027 il compito di stabilirne con maggiore esattezza circonferenza e struttura.

Il libro di Stéphnae Gsell (1891)

È qui che la storia assume quasi il ritmo di un’indagine rimasta aperta per oltre un secolo. Gsell sapeva di trovarsi davanti a un monumento eccezionale. Ma si fermò. «Nelle lettere che mandava al direttore dell’École française di Roma menziona la scoperta di questa «nuova Cuccumella» e anche la difficoltà dei lavori in quest’area della Polledrara. Dice chiaramente, nella pubblicazione successiva del 1891, che aveva dovuto interrompere gli scavi del tumulo perché non aveva più denaro e tempo per trovare la sua tomba principale», spiega Mazet. «Lui si è fermato. Noi l’abbiamo trovata».

La Tomba della Camera di pietra

La nuova sepoltura è stata battezzata la Tomba della Camera di pietra, ricordando la denominazione delle «Tombes de pierre», costruite o semicostruite, note dagli scavi ottocentesche di Alexandrine e Luciano Bonaparte. Risale alla fine del VII secolo a.C., il momento in cui Vulci vive una delle stagioni più ricche della propria storia. È articolata in tre camere e presenta una poderosa architettura interna, con pareti costruite in grandi blocchi di nenfro inseriti nei depositi naturali di sabbia, ghiaia e argilla legati all’antico corso del fiume Fiora.

Ma sono soprattutto i materiali a raccontare il rango dei suoi proprietari. Ceramiche corinzie permettono una datazione molto precisa; accanto compaiono buccheri, armi, elementi di carro, lamine d’oro e di bronzo, oggetti in osso e avorio. Nelle camere laterali si sono conservati nuclei ancora in posto nonostante le intrusioni clandestine subite dalla tomba nel Novecento. Fra questi un tripode di bronzo associato a una lucerna in gesso alabastrino, probabilmente di provenienza egea, e un servizio da banchetto di eccezionale importanza.

Ritrovamenti eccezionali

È la cosiddetta Polledrara Ware, una rara produzione locale policroma già nota attraverso i materiali della Tomba di Iside, oggi in gran parte al British Museum. «Era una ceramica di pregio utilizzata dalle famiglie eminenti di Vulci», spiega Mazet. «Abbiamo trovato un servizio di vasi realizzati in questa classe ceramica». Vi erano dinoi per mescolare vino e acqua, coppe e altri vasi per contenere liquidi. Accanto, una grattugia legata alla preparazione del vino e una grande coppa cerimoniale policroma nello stile ionico della «capra selvatica», con confronti molto stretti proprio nel corredo della Tomba di Iside.

Christian Mazet a Villa Giulia

Il punto, però, non è soltanto aver trovato una tomba ricca. Per Alessandro Conti la scoperta dimostra il valore di un’archeologia che torna sui luoghi già scavati, sugli archivi e persino sulle vecchie incertezze. «Lo scavo per lo scavo non è un fine in sé», osserva. «Ridocumentare contesti già scavati ci permette di avere una visione molto più estesa». La «buona archeologia», almeno a Vulci, ha il dovere di far dialogare vecchie e nuove scoperte, per giungere a una più corretta interpretazione della storia del sito.

Il team di Retour à Vulci, 2026 (© J. Ballu, Ritorno a Vulci 2026)

È precisamente il metodo seguito da Ritorno a Vulci. Nato nel 2023, il progetto riunisce École française de Rome, Sapienza Università di Roma e British Museum, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, la Direzione regionale Musei nazionali Lazio e la Fondazione Vulci. Diretta da Michetti, Conti e Mazet, la missione incrocia scavo, archivi, collezioni museali e nuove tecnologie, e si inserisce nel grande revival 2026 degli scavi nell’area di Vulci, ora estesi anche nella zona portuale di Regisvilla. Il lavoro si intreccia anche con Vulci nel Mondo, il progetto che ricostruisce virtualmente il patrimonio vulcente disperso attraverso il censimento dei reperti oggi conservati nei musei e nelle collezioni di tutto il mondo. È un legame particolarmente significativo proprio alla Polledrara: anche i materiali degli antichi scavi di Gsell finirono infatti dispersi in più raccolte internazionali.

Il recupero del patrimonio disperso

La presentazione dei primi risultati nell’ottobre 2025 e i collegamenti con il progetto Vulci nel Mondo

«Ed è proprio questo il valore aggiunto del nostro progetto», sostiene Laura Michetti, «riunire in un grande team studiosi, ricercatori, curatori di musei che operano a diversi livelli in diverse parti del mondo e che hanno a cuore il recupero del patrimonio disperso di Vulci (e, potenzialmente, di tutte le città d’Etruria) e la restituzione alla comunità della possibilità di conoscere e fruire di contesti e reperti rimasti finora anonimi. Il fine ultimo è, per tutti, poter raccontare un nuovo pezzo di storia di una grande città del mondo antico».

Da sinistra, L. Allegrini, M. Eichberg, C. Mazet, S. Carosi, L. Toniolo, L.M. Michetti, C Casi (15 luglio 2026)

Il 15 luglio il cantiere era stato visitato dalla direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia Luana Toniolo, dalla presidente della Fondazione Vulci Laura Allegrini, dal direttore scientifico Carlo Casi, dalla soprintendente Margherita Eichberg e da Simona Carosi. Qualche giorno dopo è andata anche Alfonsina Russo, capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale. Allora lo scavo era ancora in corso e molte delle conseguenze scientifiche di ciò che stava emergendo dovevano essere comprese.

Da sinistra, C. Mazet, L. Toniolo, L.M. Michetti, M. Bonadies, S. Grosso

La campagna archeologica, condotta sotto la supervisione degli archeologi etruscologi della Sapienza Manuela Bonadies e Simone Grosso, è durata appena tre settimane. «La cosa più bella è che abbiamo fatto scoperte su scoperte fino alla fine», ricorda Mazet. L’importanza del contesto ha imposto anche precauzioni contro possibili nuove incursioni clandestine. Gli archeologi hanno scavato integralmente le tre camere fino a raggiungere gli strati ancora intatti: «I tombaroli lasciano sempre qualcosa». Ora tutto è stato nuovamente ricoperto per proteggerlo. Nel 2027 la missione dovrebbe proseguire nella zona periferica, cercare eventuali tombe adiacenti e continuare a seguire la traccia della crepidine.

A distanza di 137 anni, insomma, la domanda lasciata aperta da Gsell ha finalmente una risposta. Ma la risposta ne apre subito un’altra, ancora più grande: quanto era davvero grande il suo tumulo? È uno di quei casi in cui l’archeologia, trovando ciò che cercava, scopre di avere ancora molto da cercare. (@EtruscanTimes)

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