TUSCANIA, 18 luglio 2026 – «Sotto l’oikos arcaico stiamo esplorando una tomba a camera di poco anteriore». Alessandro Naso, professore di Etruscologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, indica due blocchi di tufo accostati e il vuoto che si apre al di sotto del pavimento. La frase è pronunciata quasi senza enfasi, nel caldo di una mattina avanzata, ma racconta una scoperta destinata a modificare la conoscenza delle necropoli etrusche di Tuscania: sopra una tomba del VI secolo a.C. fu costruito un piccolo edificio monumentale, probabilmente destinato al culto funerario della famiglia che possedeva questo lembo di terra.

Intorno, la necropoli di Sasso Pinzuto appare come un cantiere immerso nella campagna. Il terreno è secco, le radici degli olivi affiorano nelle trincee, gli ombrelloni bianchi proteggono gli archeologi dal sole. Secchi rossi, picconi, cazzuole e strumenti per il rilievo sono sparsi tra muri di tufo e piani rocciosi. Più in basso corre un antico percorso che in età romana sarebbe diventato la via Clodia; davanti si apre il paesaggio ondulato di Tuscania, con il Marta e la vegetazione che oggi nasconde in parte quella che doveva essere una scenografia funeraria di grande effetto.

«Bisogna immaginare questa lingua di terra senza gli alberi attuali», dice Naso a Etruscan Times. «I tumuli erano allineati lungo una strada arcaica, allora posta a una quota più alta. Questo edificio e la tomba avevano probabilmente un affaccio monumentale sul percorso». Le fotografie aeree della RAF degli anni Quaranta mostrerebbero ancora le tracce di diversi rilievi: sei o sette tumuli disposti in sequenza lungo la futura via Clodia.
La Quinta campagna di scavo verso la conclusione

La campagna del 2026 è la quinta del Tuscania Archaeological Project, promosso con il CAMNES – Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, la Federico II e la sua Scuola di specializzazione in Beni archeologici. Il progetto nacque dopo la scoperta fortuita di una sepoltura nella proprietà di Lorenzo Caponetti, emersa in seguito alle piogge e ribattezzata, con una nota di ironia campagnola, “Tomba dei maiali neri”, dall’allevamento allora presente nell’azienda.
L’area, naturalmente, non era sconosciuta. Negli anni Sessanta era stata già individuata una grande tomba con atrio e tre camere, visitata in precedenza dai tombaroli. Proprio nei suoi pressi era apparso un frammento di lastra fittile decorata a stampo, poi scelto come logo del progetto. Quelle lastre sono diventate uno dei fili conduttori dello scavo.
«Ne abbiamo ormai circa duecento frammenti», spiega Naso. «Continuano ad aumentare: soltanto quest’anno ne sono emersi altri quattro o cinque. Raffigurano banchetti, danze, cortei di carri, cavalieri al galoppo. Sono immagini vicine a quelle di Acquarossa, nei pressi di Viterbo, e restituiscono l’ideologia aristocratica nella quale queste famiglie si riconoscevano».
Le lastre fittili di Tuscania
Lastre analoghe sono state trovate in varie necropoli di Ara del Tufo, pure a Tuscania, e in misura minore nel territorio di Vulci. Quasi mai, però, erano emerse nella loro posizione originaria. Venivano recuperate isolate o accantonate, senza che fosse possibile stabilire con certezza a quale costruzione appartenessero. Si era quindi pensato a edifici prevalentemente lignei, rivestiti da terrecotte decorative.
Sasso Pinzuto offre ora una risposta diversa e più concreta. «Il mio obiettivo, quando abbiamo cominciato a scavare qui, era proprio trovare l’edificio sul quale queste lastre erano state montate», dice Naso. «Penso che stiamo cominciando a capire il problema. Insieme alle lastre troviamo moltissime tegole piane. Un tetto di terracotta poteva pesare fra sessanta e novanta chili al metro quadrato: su una superficie di almeno venti metri quadrati era un carico enorme. Non possiamo immaginare una costruzione leggera».

La struttura misura circa sei metri per sei. Il pavimento, oggi in corso di rimozione, era realizzato con una preparazione accurata: uno strato di pomice leggera, seguito da frammenti e graniglia di tufo. In un primo momento la funzione di questa insolita sequenza non era chiara. La scoperta del vano sotterraneo ha suggerito una spiegazione: il sistema poteva servire a drenare l’acqua e a proteggere la tomba.
L’anomalia era stata segnalata da due piccoli blocchi ravvicinati. «Ho infilato un metro a stecca nello spazio fra i blocchi e si è fermato un metro e settanta più sotto», ricorda Naso. «Un metro e settanta è molto. Abbiamo fatto eseguire delle prospezioni, che hanno confermato l’irregolarità, e abbiamo deciso di rimuovere il pavimento».
Sotto è comparso l’accesso a una tomba articolata, con un ambiente anteriore e almeno due camere più profonde. Era già stata violata in epoca imprecisata, forse nell’Ottocento o nel dopoguerra, ma il rapporto architettonico con l’edificio superiore è rimasto leggibile.

«La mia impressione è che si tratti di un progetto unitario», afferma Naso. «Una famiglia ha costruito prima la tomba e subito dopo l’edificio sovrastante, nel secondo quarto del VI secolo a.C. Le lastre sono perfettamente coerenti con questa datazione. Qui stiamo scrivendo una pagina nuova, perché non conoscevamo una tomba collocata sotto un edificio di questo genere. Non parlerei necessariamente di tempio pubblico: penso piuttosto a un culto funerario privato, legato alla famiglia».
Il complesso non viveva isolato. I tumuli vicini erano già presenti quando venne concepito l’oikos. Fossette con resti di incinerazioni, trincee, marciapiedi leggermente rialzati e blocchi di tufo rosso trasportati appositamente sul posto mostrano un paesaggio costruito per fasi, ma secondo relazioni precise. Il fragile tufo grigio locale obbligava gli Etruschi a soluzioni tecniche ardite, con muri di sostegno e contrafforti capaci di compensare il pendio.
Un ritrovamento della campagna precedente aggiunge al monumento una dimensione intima. Sotto una spalletta erano stati deposti cinque piccoli vasi di bucchero, fra i quali un poppatoio e un cratere miniaturistico, accanto ai resti di un bambino. Le analisi condotte da Egidio De Benedetto, dell’Università del Salento, hanno individuato sulle ceramiche un rivestimento a base di corteccia di betulla e zolfo, applicato per renderle impermeabili. All’interno erano rimaste tracce di latte animale, probabilmente bovino, e, nel poppatoio, di frutta fermentata.
«In pratica era una specie di omogeneizzato», osserva Naso con un sorriso. «Come spesso accade, scopriamo di non avere inventato nulla. Anche il piccolo cratere, normalmente associato al vino del simposio, era stato riempito di latte. È una deposizione infantile inserita in uno spazio sacro e racconta una cura molto sofisticata».

Lo scavo è anche una piccola comunità internazionale. Lavorano insieme studenti e giovani ricercatori provenienti da Napoli, Svezia, Danimarca, Austria, Spagna e Gran Bretagna. Lucas, un universitario svedese subito ribattezzato “il Vichingo”, avanza sorridente con picconi sulla spalla e un secchio pieno di attrezzi. Bandana rossa, barba ramata e corporatura robusta gli danno l’aria di un guerriero nordico, alle prese però con il lavoro paziente e meticoloso dell’archeologo. Si parla spesso inglese; sotto le tende si scava lentamente, centimetro dopo centimetro, mentre il caldo manda perfino in blocco i telefoni.

Giacomo Bardelli, ricercatore di Civiltà dell’Italia preromana ed Etruscologia alla Federico II, segue i settori di scavo e richiama l’attenzione sulla necessità di leggere insieme architettura, materiali e gesti rituali: «È il contesto, più del singolo oggetto, a permetterci di ricostruire il significato del complesso».

Caponetti osserva tutto con la cautela di chi deve conciliare agricoltura e tutela. Non si definisce archeologo, benché abbia una sensibilità e una passione per la materia. «Agricoltura e archeologia sembrano attività opposte: da una parte si ara, dall’altra si scava», dice. «Io cerco invece gli elementi che possono tenerle insieme, partendo dalla cura della terra e di ciò che conserva».
Quella cura sarà decisiva nelle prossime settimane. La tomba non potrà essere esplorata integralmente quest’anno: un grande blocco fessurato deve essere puntellato e l’accesso protetto. La soluzione sarà concordata con Simona Carosi della Soprintendenza e con tecnici specializzati. «Prima di tutto bisogna metterla in sicurezza», insiste Naso. «Non basta che il terreno sia recintato. Anche un’intrusione dettata dalla curiosità può distruggere rapporti stratigrafici che non saranno mai più recuperabili».
La ricomposizione di una storia dispersa

Lo scavo riprenderà nel 2027. Intanto, Sasso Pinzuto restituisce a Tuscania una parte di quella storia dispersa che l’Ottocento aveva disseminato nei musei e nelle collezioni europee. La famiglia Campanari scavò intensamente nel territorio, formando raccolte poi confluite anche nella collezione del marchese Campana e, dopo la sua rovina, al Louvre e in altri musei. Tre sarcofagi rinvenuti nel 1839 nella necropoli di Carcarello compirono un viaggio ancora più lungo: acquistati da Sir Francis Cook, arrivarono nel 1866 nei giardini di Monserrate, in Portogallo, non lontano dal punto più occidentale d’Europa, e oggi sono conservati nel Museo archeologico di São Miguel de Odrinhas.
Da una parte, dunque, reperti strappati al paesaggio e spinti fino all’Atlantico; dall’altra, frammenti, muri e pavimenti studiati oggi nel luogo esatto in cui furono deposti. È questo il valore più profondo di Sasso Pinzuto. Non soltanto nuovi oggetti, ma la possibilità di ricomporre il rapporto fra una famiglia, i suoi morti, la strada, i tumuli e un piccolo edificio sacro che dominava il passaggio. Le campagne precedenti avevano già rivelato la vastità della necropoli e riconosciuto nell’oikos un elemento decisivo del paesaggio funerario; la scoperta del 2026 completa ora il quadro, portando alla luce la tomba sulla quale quel monumento fu deliberatamente costruito.
«Queste strutture», conclude Naso, «non mi sembrano semplicemente crollate. Penso che siano state smontate e distrutte intenzionalmente, quando la famiglia di riferimento si trovò davanti a profondi rivolgimenti sociali. Il monumento finì, ma non scomparve». Sotto la polvere, le radici e i pavimenti, il suo racconto ha infatti ricominciato a prendere forma. Giorno dopo giorno. (@EtruscanTimes)

