
SIENA, 13 SETTEMBRE 2026 – Gli Etruschi avevano un talento particolare nel rappresentare l’amore come qualcosa capace di sopravvivere alla morte. È da qui che parte Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena, nella sua ultima Ora d’arte sul Venerdì di Repubblica, dedicata al celebre sarcofago vulcente di Larth Tetnies e Thanchvil Tarnai, oggi custodito al MFA (Museum of Fine Arts) di Boston. In apertura, quasi come un controcanto privato, una dedica: Per Cèlia e Pietro, cioè Cèlia Nadal Pasqual e Pietro Cataldi, sposati di recente e entrambi legati all’Università per Stranieri di Siena.
Cataldi è italianista, critico letterario ed ex rettore della Università per Stranieri, che ha guidato dal 2015 al 2021; Nadal Pasqual insegna letteratura, lingua e traduzione catalana nello stesso ateneo ed è una figura di rilievo negli studi catalani in Italia. La loro presenza, però, resta sullo sfondo: è una dedica affettuosa, quasi una scintilla iniziale, mentre il vero centro dell’articolo è un’altra coppia, separata da noi da più di duemila anni eppure sorprendentemente vicina.

Montanari parte da Orazio e dall’augurio rivolto agli amanti uniti da un «nodo indissolubile». Poi lo supera: «L’arte funeraria degli antichi va oltre l’augurio di Orazio: neanche dopo, quel nodo si deve sciogliere». È una frase che porta subito al cuore del tema: l’amore coniugale come sfida al tempo, alla separazione e alla morte.
Il sarcofago, rinvenuto a Vulci nell’Ottocento, mostra i due sposi distesi insieme. Montanari insiste sulla loro intimità: «felicemente abbracciati, nudi, sotto un lenzuolo». Lei porta orecchini, lui un bracciale. Sulla cassa scorrono scene di guerra e di lotta; sopra, i due si cercano con gli occhi. Ed è qui che il pezzo trova la sua immagine più bella: «Per sempre a fare l’amore, gli occhi dell’uno in quelli dell’altra, sdraiati sul caos del mondo: incuranti perfino della morte».

È anche una scena di uguaglianza. «Non c’è un dominus, non c’è un capo, non c’è un padrone: ci sono due persone, così come ci sono due corpi eguali nella dignità», scrive Montanari. Una frase che porta l’antico direttamente nel presente e che tocca uno dei caratteri più affascinanti della cultura figurativa etrusca: la donna accanto all’uomo, non relegata ai margini ma partecipe della vita sociale, del banchetto, della memoria familiare e, infine, della rappresentazione funeraria.

Il sarcofago dei Tetnies non è un caso isolato. Fa parte di quella lunga serie di immagini che hanno reso celebri gli Etruschi come popolo capace di dare all’amore coniugale una forma pubblica e duratura. Vengono subito in mente i due grandi Sarcofagi degli Sposi di Cerveteri, quello di Villa Giulia e quello del Louvre, con la coppia distesa a banchetto, vicina, partecipe, ancora unita. Sono opere diverse per cronologia e contesto, ma accomunate dalla stessa intuizione: la coppia continua simbolicamente oltre la morte.
A Vulci questo tema assume una forza particolare. I due grandi sarcofagi dei Tetnies conservati a Boston appartengono a due generazioni della stessa famiglia: Arnth Tetnies e Ramtha Visnai, e Larth Tetnies e Thanchvil Tarnai. Entrambi sono documentati dal progetto Vulci nel Mondo, che ricostruisce la dispersione internazionale dei reperti vulcenti. (La scheda del sarcofago di Larth e Thanchvil è consultabile qui: Vulci nel Mondo – Sarcofago di Larth Tetnies e Thanchvil Tarnai).
Un sarcofago inaccessibile

Ed è proprio qui che l’articolo di Montanari sul Venerdì di Repubblica finisce, quasi involontariamente, per toccare una nota dolente — e aprire una polemica. Il sarcofago che invita a «guardare davvero» è infatti da tempo sottratto alla vista del pubblico. E’ stato restaurato, ma resta nei magazzini del museo di Boston, che dice di non avere i fondi sufficienti per un nuovo allestimento. È una contraddizione difficile da accettare: un capolavoro uscito dal suo contesto originario, trasferito oltreoceano, e poi sottratto anche alla possibilità ordinaria di essere visto. La domanda di Montanari — «cosa ci fa questo sarcofago, a Boston?» — diventa così ancora più dura. Non è solo una questione di provenienza o di dispersione, o dei tanti dubbi sulla legittimità della esportazione: è soprattutto una questione di accessibilità. Un’opera di questo rilievo non può diventare invisibile.

Fiorentino, 54 anni, studioso del Seicento e soprattutto di Bernini, Montanari è da anni una delle voci più riconoscibili del dibattito pubblico italiano. A una vasta produzione scientifica ha affiancato libri capaci di portare la storia dell’arte fuori dall’accademia: da A cosa serve Michelangelo? e La libertà di Bernini a Le pietre e il popolo, Chiese chiuse e Se amore guarda. Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale, fino ai volumi di Ora d’arte.
Nel 2017, con Vincenzo Trione, ha pubblicato anche Contro le mostre, un attacco alle esposizioni-blockbuster e alla trasformazione dell’arte in evento commerciale, in nome di musei, territori e patrimonio restituiti alla loro funzione culturale. Interviene sul patrimonio, sull’università, sulla Costituzione, sulla guerra, sulle diseguaglianze e sul rapporto fra cultura e potere. Cattolico dichiarato, con riferimenti alla tradizione di don Milani, Turoldo e Balducci, Montanari legge spesso l’arte come uno strumento per interrogare il presente, non come un repertorio chiuso nel passato.
Fare da eco a due sposi etruschi

Anche il richiamo a Siena, dunque, non è casuale. La Università per Stranieri è oggi sempre più coinvolta nella ricerca archeologica e nello studio del mondo antico. A San Casciano dei Bagni, gli scavi del Santuario Ritrovato guidati da Jacopo Tabolli, hanno portato a ritrovamenti eccezionali, assumendo un respiro internazionale, coinvolgendo studenti e ricercatori da vari Paesi. E l’ateneo ha appena aperto nuovi percorsi di laurea dedicati ai patrimoni culturali, all’archeologia e alla storia dell’arte.
La dedica a Cèlia e Pietro torna così, alla fine, nel suo giusto posto: non come ragione dell’articolo, ma come chiave affettiva. Due sposi di oggi fanno da eco a due sposi etruschi. Ma ciò che resta davvero è quell’immagine antica e potentissima: due persone che continuano a guardarsi mentre tutto intorno si agita, combatte, cambia. Sdraiati sul caos del mondo. E ancora insieme, dopo più di ventitré secoli. (@EtruscanTimes)

